Sono stati gli altri; loro; mi sono trovato in mezzo, trascinato dalla loro decisione; sono stati loro, non io; io non l’avrei mai fatto; non mi rendevo conto; non volevo, io.
Essere branco, sentirsi branco, agire, nel branco, senza avvertire alcuna responsabilità per i propri atti. E’ un antidoto perdente alla solitudine identificata con il fallimento relazionale; ed è anche una riproduzione del paradigma di gruppalità simbiotica al quale si ispira un certo modo di sentirsi parte di una famiglia.
Ripongo il Cd che ho in mano, già aperto. Ho cambiato idea: mi piace anche il silenzio della casa e lascio che mi avvolga e mi parli delle persone come solo in loro assenza è possibile. I due gatti stamani dormono distanti l’uno dall’altro, in stanze separate. La gatta è sul divano vicino alla mia postazione di lavoro consueta; la guardo, mentre cerco di raccogliere le idee, e vedo le sue piccole zampe muoversi come se stesse sognando di correre, di afferrare una preda ambita o di fuggire da qualche straordinario pericolo; intanto emette un mugolio che può essere di paura, che si fa sempre più lamentoso e intenso, mentre le sue vibrisse tremano visibilmente. L’idea di svegliarla e liberarla dalla tensione che, sia pure in una dimensione speciale di realtà come quella dei sogni, sta vivendo, si fa strada dentro di me fino a diventare una tentazione irresistibile e che tuttavia subito ricaccio indietro, lasciando sospesa a mezz’aria anche la carezza con la quale avrei voluto rassicurarla. Non posso penetrare nel suo sogno, devo rispettare la sua solitudine come un tesoro prezioso che le permetterà, poi, di condividere anche con noi bipedi effusioni e tenerezze amorose. Seduta e immobile guardo fuori, al di là del piccolo schermo del portatile, gli alberi e poi il palazzo di fronte e i suoi numerosi appartamenti. Una metodica osservazione, in un rosario di ore come questa, tanto più pigre quanto più dovrei invece lavorare con alacrità, mi permette di lasciarmi andare a un gioco di supposizioni più o meno romanzate sull’identità delle persone che da lontano, affacciate a un balcone o a una finestra, mi offrono piccoli sprazzi della loro quotidianità. Una figura di uomo si affaccia dal quarto piano e stende delle magliette ad asciugare; al piano di sopra una donna anziana libera i suoi gerani dalle foglioline avvizzite e sembra quasi dialogare, in una sorta di enorme e impenetrabile bolla di sapone, con ogni piccolo vaso dei suoi fiori colorati. All’improvviso il silenzio viene squarciato da un rumore forte che proviene dalla stanza di mio figlio e prima che torni a coprire, come una coltre discreta e protettiva, tutto quanto mi circonda, il respiro quasi si ferma. Mi alzo e mi dirigo verso la sua stanza con un piccolo brivido di attesa: il vento ha spalancato la porta-finestra e i fogli dei suoi innumerevoli disegni e appunti svolazzano e si posano confusamente qua e là, aggiungendo disordine al disordine; li raccolgo, cercando di non sbirciare più di tanto quello che contengono. Non ho bisogno di spiare la sua vita per sentirlo vicino. E’ qui, nella mia piacevole solitudine di stamani, come tutte le persone che amo.
Il nascondimento parziale di sé è un diritto inalienabile; l’unico che ci permette di accostarci all’altro e di volergli bene; perché la relazione non si identifichi con un aggrapparsi impaurito e troppo dipendente; con la mera vicinanza fisica; con il rispecchiamento reciproco assoluto che non tollera l’altrove di ciascuno o la sua assenza.
Il branco, invece, esattamente come certe tipologie familiari di tipo simbiotico, annulla la possibilità di relazioni non intrusive. Sempre visibili, sempre presenti, omologati nei comportamenti come nei gesti, mentre la psiche si restringe, si atrofizza e muore: l’altro è la propria vittima e il proprio carnefice nello stesso tempo. La reciproca visibilità totale obbligatoria è la gabbia di entrambi e la sicurezza che se ne può ricavare un’infelice prigione...
Soltanto se sappiamo essere soli, forse, si può imparare a stare insieme agli altri.
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lunedì 12 maggio 2008
sabato 10 maggio 2008
Schegge di un vuoto fatale
Mi guardo allo specchio. Vado fiero della mia immagine ma non vedo nulla. Vedo la radice di un angolo vuoto e nulla. Ogni volta mi provoca uno sbandamento, un dolore sottile che mi accerchia e mi sorprende alle spalle. Ma è già sparito perché uno come me non ha dolori.
Mi guardo ancora perché fra un po’ devo uscire. Ma non troppo perché non sono uno di quei fighetti finocchi che vanno dall’estetista ogni due giorni. Smetto di guardarmi. Mi vesto.
Vengono a insudiciare la nostra bella e ricca città. Vogliono cacciarci e prendere il nostro posto. E trovano anche Italiani del cazzo pronti a foraggiarli. Non si può andare per il sottile. Annichilire ogni ostacolo. Punizioni esemplari.
Se nel mondo non c’è più ordine ci sarà qualcuno che riporta la giustizia. La gente appoggia quello che facciamo. I nostri valori sono giusti. Lo sanno anche loro. Chiunque non sia un viscido verme lo sa. Per cui ci appoggiano.
Fra quelli che contano qualcuno ci appoggia. Non è un caso se sono impunito sebbene indagato da oltre un anno. Libero di continuare. Senza problemi. Devo. Nessuno ha i coglioni per fermarci. Sono determinato, so quello che voglio, non ho dubbi. Affermare la nostra identità.
Il mondo è una fogna, qualcuno deve ripulirlo. Il futuro è dei giovani. Noi siamo gli eletti. Abbiamo una forza bestiale e quello che dobbiamo fare non ci pesa più di tanto. Anzi a volte riusciamo a divertirci.
E’ sera. Esco di casa come spesso succede a quest’ora. È il primo maggio. Un giorno di merda. Sferro un calcio furioso su una bottiglia di birra vuota sul selciato, residuo lercio di un maledetto negro. Giorno di merda. Però non si lavora il primo maggio e non si va a scuola. È un giorno di festa.
So che stanotte accadrà qualcosa. Già molte ne sono avvenute. Non basta mai. È l’azione che schiaccia la paura del futuro. Nell’azione siamo vivi. L’azione guarisce tutto: rapida, spietata, primordiale.
Non so ancora mentre camminiamo verso la birreria che noi stiamo per compiere quello che secoli prima, si racconta, nella nostra città avvenne fra Tebaldo e Mercuzio. Sangue. Stanotte torneranno a scontrarsi.
Stanotte i nemici non saranno ad armi pari. L’esito è segnato. Perché noi siamo un branco. Perché il mio/nostro nemico non è consapevole del suo destino. Non sa di essere nemico. (Neanche io lo so, non l’ho ancora mai visto). E non avrà il tempo di immaginare una difesa.
In ricordo di Nicola Tommasoli, ucciso perché considerato diverso.
Mi guardo ancora perché fra un po’ devo uscire. Ma non troppo perché non sono uno di quei fighetti finocchi che vanno dall’estetista ogni due giorni. Smetto di guardarmi. Mi vesto.
Vengono a insudiciare la nostra bella e ricca città. Vogliono cacciarci e prendere il nostro posto. E trovano anche Italiani del cazzo pronti a foraggiarli. Non si può andare per il sottile. Annichilire ogni ostacolo. Punizioni esemplari.
Se nel mondo non c’è più ordine ci sarà qualcuno che riporta la giustizia. La gente appoggia quello che facciamo. I nostri valori sono giusti. Lo sanno anche loro. Chiunque non sia un viscido verme lo sa. Per cui ci appoggiano.
Fra quelli che contano qualcuno ci appoggia. Non è un caso se sono impunito sebbene indagato da oltre un anno. Libero di continuare. Senza problemi. Devo. Nessuno ha i coglioni per fermarci. Sono determinato, so quello che voglio, non ho dubbi. Affermare la nostra identità.
Il mondo è una fogna, qualcuno deve ripulirlo. Il futuro è dei giovani. Noi siamo gli eletti. Abbiamo una forza bestiale e quello che dobbiamo fare non ci pesa più di tanto. Anzi a volte riusciamo a divertirci.
E’ sera. Esco di casa come spesso succede a quest’ora. È il primo maggio. Un giorno di merda. Sferro un calcio furioso su una bottiglia di birra vuota sul selciato, residuo lercio di un maledetto negro. Giorno di merda. Però non si lavora il primo maggio e non si va a scuola. È un giorno di festa.
So che stanotte accadrà qualcosa. Già molte ne sono avvenute. Non basta mai. È l’azione che schiaccia la paura del futuro. Nell’azione siamo vivi. L’azione guarisce tutto: rapida, spietata, primordiale.
Non so ancora mentre camminiamo verso la birreria che noi stiamo per compiere quello che secoli prima, si racconta, nella nostra città avvenne fra Tebaldo e Mercuzio. Sangue. Stanotte torneranno a scontrarsi.
Stanotte i nemici non saranno ad armi pari. L’esito è segnato. Perché noi siamo un branco. Perché il mio/nostro nemico non è consapevole del suo destino. Non sa di essere nemico. (Neanche io lo so, non l’ho ancora mai visto). E non avrà il tempo di immaginare una difesa.
In ricordo di Nicola Tommasoli, ucciso perché considerato diverso.
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