La bicicletta è una specie di protesi del mio corpo. Mi aiuta ad armonizzare spazi e tempi che appaiono inconciliabili e qualche volta mi serve persino per consolarmi, se sto male. Una pedalata veloce dietro l’altra e le idee si riordinano finché recupero una sorta di provvisoria e distaccata saggezza.
La più bella bici che ho avuto, rubata pochi anni fa, era leggera e tutta argentata. Mi era stata regalata in una circostanza particolare della mia vita ed era stata scelta con cura, tenendo conto della mia personalità e dei miei gusti; era anche piuttosto costosa, ma non è per questo che quando ho trovato solo la catena, miseramente spezzata a terra, mi è venuto da piangere.
Il furto di biciclette in questa piccola città è impietoso e frequente. E’ routine. Ed è agevolato dal grande senso del decoro che sembra all’apice dei pensieri e delle preoccupazioni dei suoi abitanti; o, almeno, di quelli muniti di garage, cantina, tavernetta e via dicendo.
Questo è un quartiere normale, non certo di lusso. Però è vietato mettere le bici nel sottoscala (per il decoro del palazzo). Subito fuori, d’altra parte, una scritta avverte del fatto che è vietato pure appoggiarle alla siepe che costeggia i pochi metri davanti al portone; sempre per il decoro, si suppone. E’ vietato anche legarle alla staccionata dei cortiletti e c’è scritto, questa volta, con tanto di cartelli inchiodati. Dopo aver verificato la non affidabilità dei vari lampioni e oggetti paliformi di diversa natura intorno a casa non resta che immetterle nell’ascensore e trovare loro posto sul balcone. Ecco, puntuale, l’inevitabile avviso condominiale: “E’ vietato, per il decoro del palazzo, utilizzare ascensore o scale per trasportare biciclette”. Noi siamo affittuari, dunque non legittimati a decidere in cosa consista il decoro del palazzo.
Mentre assicuro alla meglio la mia bicicletta comprata usata (decisamente meno invitante per i ladri) il parrucchiere del piano terra mi si avvicina e mi prega di non metterla in vista: le sue clienti, dato che la bici non è nuovissima, né troppo bella, potrebbero non gradire e - cito praticamente alla lettera – “il negozio ne verrebbe svalorizzato, danneggiato... molte clienti non hanno piacere di vedere una bicicletta vecchia e l’hanno proprio fatto notare...”
Con il tempo il furto di biciclette, in questa città, è cambiato nel segno, nei modi e nel simbolismo. Ora i ladri di biciclette sono organizzati nel riassemblarne i pezzi e trasformarle. Viaggiano in gruppo e su furgoni facendo “retate” nei vari quartieri con arnesi che vincono facilmente qualsiasi catena di sicurezza. Così, capita che nella stessa notte il furto si verifichi anche per gli amici, i conoscenti o i vicini della medesima zona.
Anni fa, invece, c’era un vecchio ladro che tutti conoscevano almeno di vista, chiamato appunto X (cioè il suo nome di battesimo) con l’aggiunta della specificazione “il ladro”. La mia abitazione di allora, condivisa con altre due studentesse, era vicina alla sua. Viveva in una specie di garage nel vicolo non frequentato dietro una delle strade più centrali e la domenica mattina, una volta alzata la saracinesca su una sorta di tenda svolazzante, ascoltava una vecchia radiolina a transitor abbandonato in una sdraio da mare; lo ricordo con la canottiera bianca, i calzoncini quasi ascellari, i calzini corti e le ciabattine di plastica incrociate.
Quando la tua bicicletta spariva dovevi solo descrivergliela e lui te la riportava dopo poche ore per una cifra irrisoria. Ed era proprio la tua. Però aveva simpatie e antipatie secondo un proprio codice ineffabile e a volte diceva a qualcuno che non era riuscito nell’impresa. La notte stendeva il bucato in una vicina piazza con i portici, mettendo il filo provvisorio tra una colonna e l’altra. Si spostava con un suo sgangherato piccolo Ape o con una carretta di legno abbastanza grande che una volta ci siamo fatte anche prestare per un trasloco verso una casa vicina. In molti guardavamo con una sorta di simpatia questa figura di marginale che occupava, però, proprio la parte centrale della città, quella più densa di storia e di vita.
P.S. Sono scesa tre quarti d’ora dopo aver scritto questo post. Siamo in ritardo per un concerto e ci dirigiamo verso le bici: mi hanno rubato il cestino. Salgo sopra e ci avviamo, ma per poco non finisco sotto una macchina dato che hanno tagliato i freni per liberare il cestino che vi era legato. Male alla caviglia e alla spalla nel tentativo di fermarmi senza cadere. E rabbia, tanta. La cosa in sé si rimedia, ma è la gratuità della violenza del gesto che mi ferisce.
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mercoledì 14 maggio 2008
lunedì 7 aprile 2008
Meta-blog
Qualche giorno fa, rileggendo con piacere (per l’intelligenza che emanano e probabilmente anche per una condivisa sensibilità rispetto a certe tematiche) le diverse schegge, mi sarebbe venuto da commentarle praticamente tutte. Poi non l’ho fatto per paura di occupare troppo spazio. E’ anche capitato, in altri momenti, che non completassi un commento o non lo inviassi per timore di urtare, sia pure involontariamente, la sensibilità altrui.
Per esempio, leggendo il post di Nicola nel quale si parla di Roma, avrei avuto voglia di scrivere un commento su questa città vista da una persona non romana, in relazione alle trasformazioni frenetiche (e più generali) di questi ultimi anni. Mi sono messa a farlo, scrivendo quanto più o meno riporto di seguito. Ho scritto che Roma ho cominciato a frequentarla, giovanissima, per ragioni di impegno politico. Così, a Roma capitavo con una certa regolarità, anche per gli incontri nazionali di donne, ospitata da amici e amiche e muovendomi quasi sempre nel cuore della città; per lo più a piedi o, al massimo, in metropolitana. Roma mi appariva colorata, scanzonata, piena di vita, aperta e accogliente (cosmopolita, appunto), profumata. Certo non ne frequentavo le periferie, i quartieri degradati o marginalizzanti, i tram affollati (un’esperienza, quest’ultima, vissuta poche volte e di seguito accuratamente evitata); ed ero sempre in compagnia di persone affini a me, con lo sguardo rivolto alla stessa utopia. Poi, per ragioni che porterebbero fuori tema, ho cominciato a non riconoscermi più del tutto in nessuno dei gruppi che avevo frequentato e a venire a Roma sempre più raramente; in albergo (e dati i costi e la mia condizione dell’epoca, non granché e non in centro) o avanti-indietro, per lo più per una mostra, qualche volta per una manifestazione.
Ora, invece, da in po’ di anni, la frequento di nuovo: per motivi personali (ma non spesso) e in questo caso ospite e in compagnia di “autoctoni”; o per motivi di lavoro (e in questo caso in albergo, in centro, e in compagnia mista di romani e non); dunque ho diversi possibili spaccati. In queste occasioni mi capita di sentirmi estranea, non accolta, non compresa, persino. Un barista mi si è rivoltato contro, una volta, con aggressività, per l’espressione che avevo usato chiedendo dell’acqua minerale non gassata: aveva capito (o finto di capire) che la volevo di rubinetto per non pagare. Ha ribattuto con aggressività (e in romanesco) anche al mio tentativo di spiegare il fraintendimento linguistico ironizzando; ed ero in compagnia di un romano! Mi sono chiesta se stavo vivendo un’altra Roma o se la città, nel frattempo, fosse cambiata, trasfigurata quasi, diventata avida e nello stesso tempo chiusa nei confronti dei non-romani. Roma mi sembra ora, certe volte, molto diversa da quella che avevo conosciuto, seppure non da stanziale, in anni precedenti, ma non so mai quanto questa impressione si debba al rimpianto, del tutto soggettivo, dell’immagine che aveva assunto per me. Però, c’è una sorta di malinconia rassegnata nei volti delle persone; camminano un po’ tutti in un certo modo ipotonico, sollevano poco i piedi da terra...
Qui mi sono fermata. Non era più un commento: troppo lungo. E d’altra parte, all’idea di farne un post, avevo paura di urtare la sensibilità di chi in questa città ci vive (la metà dei quattro che per ora scrivono in questo blog) o di chi c’è nato e vissuto per diverso tempo: dunque, a questo punto, di tutti gli altri.
E qui, in questo essermi fermata e nel non aver pubblicato il commento al post di Nicola, stanno le considerazioni meta-blog:
Quanto può essere lungo un commento?
Come si fa a parlare di qualcosa che si conosce solo attraverso vari filtri o in maniera intermitente con chi, invece, la conosce da sempre e dal di dentro, senza urtare malamente qualche sua corda sensibile? E se accade, come si può riparare?
E poi ancora: come si fa, con la scrittura, a rimpiazzare tutte quelle facilitazioni comunicative (o evitamenti del fraintendere) che sono legate alla mimica facciale e allo sguardo, ai gesti e alla loro leggerezza o pesantezza, alla prosodia?
Per esempio, leggendo il post di Nicola nel quale si parla di Roma, avrei avuto voglia di scrivere un commento su questa città vista da una persona non romana, in relazione alle trasformazioni frenetiche (e più generali) di questi ultimi anni. Mi sono messa a farlo, scrivendo quanto più o meno riporto di seguito. Ho scritto che Roma ho cominciato a frequentarla, giovanissima, per ragioni di impegno politico. Così, a Roma capitavo con una certa regolarità, anche per gli incontri nazionali di donne, ospitata da amici e amiche e muovendomi quasi sempre nel cuore della città; per lo più a piedi o, al massimo, in metropolitana. Roma mi appariva colorata, scanzonata, piena di vita, aperta e accogliente (cosmopolita, appunto), profumata. Certo non ne frequentavo le periferie, i quartieri degradati o marginalizzanti, i tram affollati (un’esperienza, quest’ultima, vissuta poche volte e di seguito accuratamente evitata); ed ero sempre in compagnia di persone affini a me, con lo sguardo rivolto alla stessa utopia. Poi, per ragioni che porterebbero fuori tema, ho cominciato a non riconoscermi più del tutto in nessuno dei gruppi che avevo frequentato e a venire a Roma sempre più raramente; in albergo (e dati i costi e la mia condizione dell’epoca, non granché e non in centro) o avanti-indietro, per lo più per una mostra, qualche volta per una manifestazione.
Ora, invece, da in po’ di anni, la frequento di nuovo: per motivi personali (ma non spesso) e in questo caso ospite e in compagnia di “autoctoni”; o per motivi di lavoro (e in questo caso in albergo, in centro, e in compagnia mista di romani e non); dunque ho diversi possibili spaccati. In queste occasioni mi capita di sentirmi estranea, non accolta, non compresa, persino. Un barista mi si è rivoltato contro, una volta, con aggressività, per l’espressione che avevo usato chiedendo dell’acqua minerale non gassata: aveva capito (o finto di capire) che la volevo di rubinetto per non pagare. Ha ribattuto con aggressività (e in romanesco) anche al mio tentativo di spiegare il fraintendimento linguistico ironizzando; ed ero in compagnia di un romano! Mi sono chiesta se stavo vivendo un’altra Roma o se la città, nel frattempo, fosse cambiata, trasfigurata quasi, diventata avida e nello stesso tempo chiusa nei confronti dei non-romani. Roma mi sembra ora, certe volte, molto diversa da quella che avevo conosciuto, seppure non da stanziale, in anni precedenti, ma non so mai quanto questa impressione si debba al rimpianto, del tutto soggettivo, dell’immagine che aveva assunto per me. Però, c’è una sorta di malinconia rassegnata nei volti delle persone; camminano un po’ tutti in un certo modo ipotonico, sollevano poco i piedi da terra...
Qui mi sono fermata. Non era più un commento: troppo lungo. E d’altra parte, all’idea di farne un post, avevo paura di urtare la sensibilità di chi in questa città ci vive (la metà dei quattro che per ora scrivono in questo blog) o di chi c’è nato e vissuto per diverso tempo: dunque, a questo punto, di tutti gli altri.
E qui, in questo essermi fermata e nel non aver pubblicato il commento al post di Nicola, stanno le considerazioni meta-blog:
Quanto può essere lungo un commento?
Come si fa a parlare di qualcosa che si conosce solo attraverso vari filtri o in maniera intermitente con chi, invece, la conosce da sempre e dal di dentro, senza urtare malamente qualche sua corda sensibile? E se accade, come si può riparare?
E poi ancora: come si fa, con la scrittura, a rimpiazzare tutte quelle facilitazioni comunicative (o evitamenti del fraintendere) che sono legate alla mimica facciale e allo sguardo, ai gesti e alla loro leggerezza o pesantezza, alla prosodia?
sabato 5 aprile 2008
Le mani di mio nonno
Leggendo il giornale davanti a un caffé di metà mattina (soffro di pressione bassa, siamo a primavera e mi aspetta una riunione difficile...), lo sguardo si è posato sulla persona seduta poco distante da me; e soffermandomi a considerare le sue mani, segnate dal tempo, ho ripensato altre mani. Mani care e perdute. Mani antiche, nodose, ancora agili sui tasti bianchi e neri; mentre tenevano la pipa e dal balcone il vago fumo azzurrato si diffondeva tutt’attorno; e mentre sfogliavano Orazio e Catullo: una lingua affascinante perché segreta, per me, che ero piccola e lo ascoltavo leggere a voce alta, lasciando che subito dopo mi spiegasse. Della spiegazione non capivo granché o così mi pareva allora; ma la sua lettura era come una sorta di musica o di canto. Mi deliziava la prosodia del suo declamare. “Hai capito?”. “Sì, nonno, ho capito.” E continuavo a guardare affascinata le sue mani antiche. Qualche volta (fingendo un interesse blando, mentre invece ero avida di sapere) gli chiedevo di raccontarmi la sua esperienza della guerra, la prima delle due che hanno insanguinato il secolo forse più cruento della storia. Mostravo di curarmi, intanto, dei gerani del balcone e fingevo di staccare una fogliolina avvizzita qua e una là; ma lui non voleva parlarne e se tornavo alla carica le mani si muovevano e rompevano la quiete del momento disegnando nell’aria invisibili sinuose traiettorie; si agitavano, si stringevano l’una all’altra, si sovrapponevano, tamburellavano sulla ringhiera, afferravano un oggetto mentre mormorava parole tese a non esaudire la richiesta. Dopo poco, però, mi leggeva qualcosa; mi rispondeva indirettamente, attraverso le parole scritte da altri; e quando aveva finito mi carezzava, piano, tra i capelli. Carezzava la mia sensibilità ferita dalla scoperta delle umane crudeltà, mentre io avrei voluto prendermi cura della sua, accogliendo dentro di me i ricordi lontani della paura della morte e del non ritorno.
Le sue mani, attraverso quelle di uno sconosciuto anziano signore seduto al tavolo vicino, sono ora un’immagine vivida, guizzante, luminosa. Mi si inumidiscono gli occhi e mi affretto. L’incontro di lavoro che mi aspetta non sarà facile (è una seconda puntata, diciamo così): un accalorarsi di persone su questioni di principio, ma irrilevanti, alla fine, se non per il loro amor proprio; e so già che probabilmente verrò aggredita e che forse reagirò in maniera simile, anch’io per difendere un principio o il mio amor proprio.
Rientro; mi siedo tra gli altri, saluto, ma alla riunione non prendo la parola: non voglio che si perda l'immagine di quelle mani lontane, improvvisamente tornate vive; e mi sembra di sentire tra i capelli una carezza lieve, quasi impercettibile, mentre li guardo combattersi l’un l’altro da una distanza infinita. In silenzio, placata, nascondo la tenerezza come un tesoro.
Le sue mani, attraverso quelle di uno sconosciuto anziano signore seduto al tavolo vicino, sono ora un’immagine vivida, guizzante, luminosa. Mi si inumidiscono gli occhi e mi affretto. L’incontro di lavoro che mi aspetta non sarà facile (è una seconda puntata, diciamo così): un accalorarsi di persone su questioni di principio, ma irrilevanti, alla fine, se non per il loro amor proprio; e so già che probabilmente verrò aggredita e che forse reagirò in maniera simile, anch’io per difendere un principio o il mio amor proprio.
Rientro; mi siedo tra gli altri, saluto, ma alla riunione non prendo la parola: non voglio che si perda l'immagine di quelle mani lontane, improvvisamente tornate vive; e mi sembra di sentire tra i capelli una carezza lieve, quasi impercettibile, mentre li guardo combattersi l’un l’altro da una distanza infinita. In silenzio, placata, nascondo la tenerezza come un tesoro.
lunedì 24 marzo 2008
Piccoli fuochi
Nei piccoli fuochi di cui parla Nicola (Blog) credo molto. Piccoli fuochi di diversa natura, semi gettati nel solco del personalissimo sentiero di ciascuno. Certo, ci vuole anche lo sguardo politico ampio, la capacità di travalicare i propri orizzonti privati: purché la consapevolezza di questa necessità non si trasformi in un alibi per mantenere intatti i propri spazi di potere, non importa quanto ristretti.
La prima delusione politica l’ho provata molto presto; avevo 16 anni, più o meno. Un piccolo paese toscano. Gli uomini, loro soltanto, uscivano, la sera, lasciandosi alle spalle la tavola ancora apparecchiata e i figli assonnati, ma non disposti facilmente alla resa. Nei bar si fronteggiavano con le parole della politica; ben presto, però, ogni dissidio si ricomponeva nel parlare di calcio o di caccia, ma soprattutto di donne. Di giorno ci osservavano, ci catalogavano, cercavano di custodire quelle – madri, sorelle, figlie - che consideravano proprie e di ghermire, almeno con il pensiero, quelle che consideravano di altri; e la sera, poi, tutti insieme, nei bar, appunto, in qualche modo ci evocavano esprimendosi nella stessa identica maniera. La politica finiva dove cominciava la vita: nel ragionare d’amore o di tempo libero o di genitorialità.
“Viene alle nostre riunioni, lei non è dei tuoi e vi tradisce” dicevano beffardi a mio padre altri uomini, di un diverso raggruppamento politico. E lui, che non aveva mai messo le mani addosso a nessuno di noi per tutta la nostra infanzia, che era di un raggruppamento cattolico, ma coerente e sensibile, capace di solidarietà non formale nei confronti dei propri simili, per due o tre anni, quasi spinto dagli altri (da quelli dello schieramento nelle cui idee cominciavo a riconoscermi) ci mostrò un altro volto; quello delle minacce, dei divieti, delle punizioni. Ero una ragazzina che disobbediva: questo solo contava e creava una cornice comune tra tutti quegli uomini, di destra, di centro o di sinistra.
E’ passato molto tempo; ora mio padre ed io parliamo di politica serenamente, talvolta ritrovandoci in un comune sentire, altre volte opponendo l’uno all’altra punti di vista assai diversi; ci prendiamo un po’ in giro, ma ci ascoltiamo. Un piccolo fuoco, credo.
La prima delusione politica l’ho provata molto presto; avevo 16 anni, più o meno. Un piccolo paese toscano. Gli uomini, loro soltanto, uscivano, la sera, lasciandosi alle spalle la tavola ancora apparecchiata e i figli assonnati, ma non disposti facilmente alla resa. Nei bar si fronteggiavano con le parole della politica; ben presto, però, ogni dissidio si ricomponeva nel parlare di calcio o di caccia, ma soprattutto di donne. Di giorno ci osservavano, ci catalogavano, cercavano di custodire quelle – madri, sorelle, figlie - che consideravano proprie e di ghermire, almeno con il pensiero, quelle che consideravano di altri; e la sera, poi, tutti insieme, nei bar, appunto, in qualche modo ci evocavano esprimendosi nella stessa identica maniera. La politica finiva dove cominciava la vita: nel ragionare d’amore o di tempo libero o di genitorialità.
“Viene alle nostre riunioni, lei non è dei tuoi e vi tradisce” dicevano beffardi a mio padre altri uomini, di un diverso raggruppamento politico. E lui, che non aveva mai messo le mani addosso a nessuno di noi per tutta la nostra infanzia, che era di un raggruppamento cattolico, ma coerente e sensibile, capace di solidarietà non formale nei confronti dei propri simili, per due o tre anni, quasi spinto dagli altri (da quelli dello schieramento nelle cui idee cominciavo a riconoscermi) ci mostrò un altro volto; quello delle minacce, dei divieti, delle punizioni. Ero una ragazzina che disobbediva: questo solo contava e creava una cornice comune tra tutti quegli uomini, di destra, di centro o di sinistra.
E’ passato molto tempo; ora mio padre ed io parliamo di politica serenamente, talvolta ritrovandoci in un comune sentire, altre volte opponendo l’uno all’altra punti di vista assai diversi; ci prendiamo un po’ in giro, ma ci ascoltiamo. Un piccolo fuoco, credo.
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