
Nel dicembre 1944 due personaggi rilevanti del mondo della politica e della vita culturale del nostro paese, si trovarono a “festeggiare” nella stessa località: lo Stammlager di Sandbostel. Ora qualcuno potrebbe pensare che nelle disagiate condizioni in cui si viveva in un lager tedesco, si riesca a mettere da parte questioni politiche per tirare avanti nel modo migliore. Invece le cose sembra che non sempre andassero per questo verso, e pare che tra Alessandro Natta (futuro dirigente e poi segretario del PCI) e Giovannino Guareschi (cattolico, con simpatie monarchiche e anarchico al contempo) non corresse buon sangue.
Inutile dire che anche Guareschi era antifascista: altrimenti sarebbe rimasto ad Alessandria, nella Repubblica di Salò, dove era tenente di complemento. Per tenere alto il morale suo e dei suoi compagni di sventura, scriveva a modo suo ( malgrato tutto) con brillante ironia e organizzava spettacolini sulla base di suoi testi, tra cui una “Favola di Natale” scritta il 17 dicembre del ’44, che rappresentò con successo, grazie alla collaborazione del musicista Coppola e di altri internati. “Sta per arrivare il Natale: perché non scrivi una bella favola per questi pezzenti divorati, come te, dalla fame, dalle pulci e dalla nostalgìa? E’ un modo come un altro per riportarli ai pascoli domestici, per riattaccarli alla vita”.
Nel libro di Natta sull’esperienza di internato militare, che per disciplina di partito, pubblicò oltre quaranta anni dopo averlo scritto, si legge: “Dalla resistenza etica e politica fu necessario distinguere quelle espressioni lacrimose e qualunquistiche, tipo le favolette di Natale dei Guareschi”. Nel corso di questi quattro decenni il dirigente del PCI aveva avuto modo di rimproverare Guareschi per altre vie, se l’autore di Don Camillo, nel 1965 racconta: “E c’era chi mi rimproverava aspramente queste mie pubbliche manifestazioni sentimentali e piagnucolose. Gente convinta che bisogna approfittare delle sciagure nazionali per cavar fuori all’uomo ciò che ha di peggiore in fondo all’anima. Personaggi, insomma, che vedono nell’umanità solo masse da avvelenare, scatenare e mandare allo sbaraglio, per sventolare poi le insanguinate spoglie dei morti come bandiera”.
Con tutto il rispetto per Alessandro Natta, per la coerenza, la rettitudine, la dedizione, l’impegno politico e quant’altro, non so se sia possibile condividere la sua opinione, anche perché Guareschi se in qualche punto della sua “Favola di Natale” può essersi avvicinato al “sentimental-piagnucoloso”, di sicuro ne è stato ben lontano in quasi tutto il resto della sua produzione, sia nel corso della prigionia che fuori. E forse, col senno del poi, a far pendere l'ago della bilancia dalla parte di Giovannino è la consapevolezza che il comunismo, malgrado le sue buone intenzioni teoriche, si è rivelato nell’attuazione concreta anche fonte di tante atrocità.
Non solo Natta fu una persona onesta e degna di stima, come sappiamo lo fu anche Guareschi, che pagò a caro prezzo il suo essere libertariamente di destra, senza appartenere a partiti o camarille. Scontò infatti una reclusione di ben 409 giorni, oltre a sei mesi di libertà vigilata, per diffamazione a mezzo stampa (il diffamato fu niente meno che Alcide De Gasperi…). Non presentò domanda di grazia e neppure il ricorso in appello dato che si riteneva vittima di un’ingiustizia.
L’esperienza del carcere lo minò nel fisico e nel morale, e probabilmente lo amareggiò più del periodo trascorso nei lager, che tornò a visitare, senza odio, poco dopo la fine della condanna subita nella democratica Italia.
Benché siamo ancora nell’ultimo giorno delle feste natalizie (anzi negli ultimi minuti…), evito di concedermi anch’io uno spazio, una morale “sentimental-piagnucolosa”, e lascio le conclusioni a chi avrà avuto la bontà di leggere.
Inutile dire che anche Guareschi era antifascista: altrimenti sarebbe rimasto ad Alessandria, nella Repubblica di Salò, dove era tenente di complemento. Per tenere alto il morale suo e dei suoi compagni di sventura, scriveva a modo suo ( malgrato tutto) con brillante ironia e organizzava spettacolini sulla base di suoi testi, tra cui una “Favola di Natale” scritta il 17 dicembre del ’44, che rappresentò con successo, grazie alla collaborazione del musicista Coppola e di altri internati. “Sta per arrivare il Natale: perché non scrivi una bella favola per questi pezzenti divorati, come te, dalla fame, dalle pulci e dalla nostalgìa? E’ un modo come un altro per riportarli ai pascoli domestici, per riattaccarli alla vita”.
Nel libro di Natta sull’esperienza di internato militare, che per disciplina di partito, pubblicò oltre quaranta anni dopo averlo scritto, si legge: “Dalla resistenza etica e politica fu necessario distinguere quelle espressioni lacrimose e qualunquistiche, tipo le favolette di Natale dei Guareschi”. Nel corso di questi quattro decenni il dirigente del PCI aveva avuto modo di rimproverare Guareschi per altre vie, se l’autore di Don Camillo, nel 1965 racconta: “E c’era chi mi rimproverava aspramente queste mie pubbliche manifestazioni sentimentali e piagnucolose. Gente convinta che bisogna approfittare delle sciagure nazionali per cavar fuori all’uomo ciò che ha di peggiore in fondo all’anima. Personaggi, insomma, che vedono nell’umanità solo masse da avvelenare, scatenare e mandare allo sbaraglio, per sventolare poi le insanguinate spoglie dei morti come bandiera”.
Con tutto il rispetto per Alessandro Natta, per la coerenza, la rettitudine, la dedizione, l’impegno politico e quant’altro, non so se sia possibile condividere la sua opinione, anche perché Guareschi se in qualche punto della sua “Favola di Natale” può essersi avvicinato al “sentimental-piagnucoloso”, di sicuro ne è stato ben lontano in quasi tutto il resto della sua produzione, sia nel corso della prigionia che fuori. E forse, col senno del poi, a far pendere l'ago della bilancia dalla parte di Giovannino è la consapevolezza che il comunismo, malgrado le sue buone intenzioni teoriche, si è rivelato nell’attuazione concreta anche fonte di tante atrocità.
Non solo Natta fu una persona onesta e degna di stima, come sappiamo lo fu anche Guareschi, che pagò a caro prezzo il suo essere libertariamente di destra, senza appartenere a partiti o camarille. Scontò infatti una reclusione di ben 409 giorni, oltre a sei mesi di libertà vigilata, per diffamazione a mezzo stampa (il diffamato fu niente meno che Alcide De Gasperi…). Non presentò domanda di grazia e neppure il ricorso in appello dato che si riteneva vittima di un’ingiustizia.
L’esperienza del carcere lo minò nel fisico e nel morale, e probabilmente lo amareggiò più del periodo trascorso nei lager, che tornò a visitare, senza odio, poco dopo la fine della condanna subita nella democratica Italia.
Benché siamo ancora nell’ultimo giorno delle feste natalizie (anzi negli ultimi minuti…), evito di concedermi anch’io uno spazio, una morale “sentimental-piagnucolosa”, e lascio le conclusioni a chi avrà avuto la bontà di leggere.