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giovedì 21 aprile 2011

Habemus papam

Senza scivolare nella retorica dell’apocalisse, l’ultimo racconto filmico di Nanni Moretti sembra volerci comunicare la fine di un’età, una svolta epocale che ci sospinge nel baratro che i nostri occhi rifiutano di vedere.
La vicenda è attraversata da un’insanabile perdita di senso, dall’ impossibilità di risollevarsi e di rianimare usi, credenze, istituzione che sono giunte al capolinea.
L’incarico di riportare le cose entro il loro presunto alveo naturale viene affidato ad un accreditato psicanalista, che piuttosto prevedibilmente dopo poche scene dimostrerà di essere disturbato almeno quanto chi dovrebbe essere da lui risanato.
La tradizione è slegata dalla realtà di oggi e le reazioni degli eminenti depositari del passato nonché eredi dell’autorità spirituale e temporale, reagiscono con una regressione all’infanzia. Per chi non può o non vuole guardare dentro e fuori di sé con occhi disincantati, l’unica via d’uscita per non impazzire sembra essere la fuga dalla propria maschera. Riassaporare gesti semplici come una passeggiata solitaria per le vie cittadine, o ripercorrere il passato incontrando le proprie origini e il rimpianto soffocato da strati di tempo e di oblio per desideri non realizzati, per antichi sogni dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il neopontefice è un anziano infante soffocato nel suo dissonante vagito di angoscia, che non vuole vedere la luce. E il popolo di fedeli, suore, frati, porporati da ogni angolo del pianeta, siamo noi tutti, che continuiamo ad avere bisogno di una guida che ci rassicuri, ci garantisca che tutto va bene, che tutto è come sempre, che non ci obblighi a guardare i cambiamenti nella loro crudezza e destabilizzante complessità. Ma prima o poi anche chi ha per tradizione il compito di rassicurare, se il suo ruolo non è più autentico in rapporto ai mutamenti, è destinato ad essere spazzato via dagli eventi esterni o da irrimediabili crisi dell’anima.

martedì 19 ottobre 2010

un mattone da sogno

So che molti non saranno d’accordo ma preferisco non tacere: Inception, checché ne abbia detto la critica, su di me che non sono un fan del genere videogame tecnologico e che dunque non so apprezzare il prodigio di simili artifici visivi, ha avuto l’effetto di una mattonata. La continua intrusione nei sogni altrui per dirottarli a tutto vantaggio di operazioni di spionaggio industriale, mi ha dirottato verso Shutter Island (sempre con Di Caprio) e Avatar (che ho trovato più ‘umano’ e coinvolgente) e poi Matrix (certamente di un altro spessore) che forse è la madre di questo recente filone cinematografico che mette in dubbio la realtà e le sue certezze. Sembra quasi che a fronte dei cambiamenti, della caduta dei valori, dell’ipocrisia destabilizzante, l’inquietudine sia tale che si cerchi rifugio nel sogno: niente paura se va tutto alla deriva, la vera realtà è ben riposta nei nostri sogni.

Probabilmente anche il successo delle saghe filo-vampiresche deriva dalla medesima radice: un bisogno di evasione da una realtà che non corrisponde alle aspettative, che appare minacciosa, che non si riesce a decifrare. Sembra però trattarsi di un’evasione fine a se stessa, un rifugio individualistico, infecondo che anestetizza temporaneamente e poco spazio accorda alla riflessione e alla conoscenza.

lunedì 22 marzo 2010

Mine vaganti, la vita esce dallo schermo

Scene come se fosse vita. Sensazioni che escono dallo schermo. E alle parole, ai sussulti, alle risate dei personaggi corrisponde un eco del pubblico, che si lascia coinvolgere da una narrazione che ha il passo di una commedia tradizionale e nuova, leggera e intensa.
Protagonista è una famiglia benestante del Salento, che gestisce un noto panificio, piuttosto conformista e attenta alla reputazione, come accade tra la borghesia meridionale (e non solo) che Pirandello ci ha presentato in svariate opere narrative e teatrali. Stavolta la pietra dello scandalo è qualcosa che scotta anzi che esplode, proprio come le mine vaganti del titolo. L’omosessualità, pubblicamente dichiarata dal figlio maggiore, genera una crepa nel rispettabile clan dopo aver incrinato all'istante, il fisico, il cuore del capo famiglia, forse per il suo ruolo più esposto degli altri nella tutela dell’onore domestico. E alla stimata famiglia sembrano venire meno i solidi ammortizzatori di cui pareva dotata, di fronte alla minaccia dello spietato, inflessibile, onnivoro giudizio degli altri.
La vicenda si snoda accattivante e ben orchestrata assumendo a tratti tinte grottesche e sembianze espressioniste. Si ride parecchio e ci si commuove anche. Gli stessi pregiudizi che causano tanta miseria e dolore finiscono per essere presentati con umanità, perché in fondo sono radicate costruzioni dell’ambiente, che chiedono tempo per essere scardinate.
Forse si riscontra qualche piccolo passo falso nella sceneggiatura, qualche ingenuità nei dialoghi, che però si fanno ampiamente perdonare nel contesto di una grande commedia mediterranea nuova e di qualità.
Non mancano momenti di riflessione, tra tutti una battuta di Tommaso (Scamarcio), il protagonista: - Siamo nel 2010, non nel 2000 - a sottolineare una regressione sociale avvenuta negli ultimi anni, che a ben pensare non investe solo una sconsiderata e becera omofobia, ma tutti gli aspetti della vita, ponendo ostacoli sempre più pesanti alla realizzazione di se stessi.
Il finale sembra superare il tradizionale rapporto morte-vita. È come se il rimpianto, l’eredità morale di una persona che non è più tra noi possa dare corpo all’immaginazione, ai desideri riposti di ognuno. E la morte si innesta nella vita oltre le umane possibilità di incontrarsi, raggiungersi, amare.

giovedì 11 febbraio 2010

Utopie politiche, sogni e conigli immaginari

“Harvey” è un bellissimo film di Henry Koster del 1950. Non ero ancora nata, all’epoca, dunque l’ho visto solo in televisione e ogni volta ho sentito di amarlo ancor di più della precedente. Il protagonista, Elwood P. Dowd, interpretato da James Stewart, è un uomo dolce, affabile, sensibile e simpatico che afferma di avere come amico un coniglio bianco alto due metri (Harvey) con il quale condivide le passeggiate, la conversazione e ogni altra esperienza. Questa sua bizzarria genera non pochi imbarazzi alla sorella, che di per sé lo accetterebbe anche così com’è se non avesse a che fare con le reazioni degli altri. Elwood viene internato, ma alla fine la sua illusione avrà la meglio e l’amico immaginario apparirà sulla scena dimostrando la propria esistenza allo psichiatra e agli stessi spettatori. Ho amato questo film, molti anni fa, perché parlava in maniera intelligente e tenera allo stesso tempo dell’universo della follia; cioè di qualcosa che non mi riguardava direttamente, ma toccava in maniera molto intensa la mia sensibilità e i miei interessi, allora come oggi. In questi giorni il film mi è tornato alla mente spesso, ma in una luce totalmente diversa. Ripensandolo mi sono detta, infatti, che ciascuno di noi esseri umani, folle o normale (e i normali, forse, più dei folli) ha i propri Harvey: che possono essere gruppi di persone o anche singoli esseri umani. La fiducia nel gruppo di cui si è parte – facciamo il caso, ad esempio, di una formazione di tipo politico – è direttamente proporzionale all’impegno e alle attese che riponiamo nel gruppo stesso rispetto agli obiettivi e agli ideali che ne definiscono l’identità. Quando si fa parte di un gruppo i cui singoli membri sono accomunati da determinati ideali si dà per certo che le loro mosse saranno abbastanza coerenti rispetto ad essi e il contrario ci provoca un’intensa delusione e magari la decisione del distacco. In maniera analoga anche nei confronti di persone che a vario titolo ci sono care noi riteniamo spesso di sapere per certo quali comportamenti metterebbero in atto in determinate circostanze e quali, invece, non potrebbero mai e poi mai appartenere loro. Questo sentimento di certezza ha a che fare con la fiducia e, in ugual misura, con i sogni. E’ ciò che ci permette di lasciarci andare, di allentare le difese, di stabilire territori di intimità ben distinti rispetto a quelli nei quali ci sentiamo soli e incompresi; ma è, nello stesso tempo, ciò che ci rende fragili e dipendenti da coloro che amiamo, dall’immagine che abbiamo di loro che non solo ci piace, ma ci conforta e ci dà certezze e speranze indispensabili per attraversare i marosi della vita senza venirne spazzati via. Capita di rimanere feriti dal comportamento di un gruppo o di una persona inconciliabile con l’immagine che ne avevamo e che ci piaceva, confortava, dava speranze e incrementava la nostra fiducia nell’umanità. Allora, se il dolore è particolarmente intenso e la delusione insopportabile, quando ci sembra di dover ridefinire tutto, i contorni delle cose e di noi stessi tra le cose e la natura, ci chiediamo, anche per il passato, se abbiamo avuto a che fare con persone reali o con amici immaginari da noi stessi creati per poter attraversare il vuoto e la mancanza di senso. Quando questa domanda si affaccia alla nostra coscienza ci lascia scossi e come spersi in un universo che improvvisamente appare immenso e cattivo: un deserto freddo, notturno, senza orizzonti, mentre la sabbia si solleva in rapide spirali di vento e si posa sulla pelle, sui capelli e sulle vesti cancellando le nostre impronte e annullando, così, anche i ricordi più cari. Ma, forse, la domanda che dovremmo porci in questi casi è un’altra e ci viene suggerita dal film stesso il cui protagonista, in una delle scene più toccanti, spiega allo psichiatra che sua madre gli ricordava spesso come nella vita occorra scegliere se essere astuti o amabili e che lui, pur sapendo che sarebbe stato più conveniente farsi astuto, aveva sempre ritenuto preferibile essere amabile.Forse dovremmo chiederci se l’aver creato illusioni di solidarietà e condivisione rispetto a gruppi o a singole persone sia comunque importante. L’illusione, infatti, non è menzogna e inganno, ma testimonianza del nostro poter essere creativi; l’illusione è fatica e costruzione razionale, ma anche, nello stesso tempo, leggerezza e gioco. L’illusione testimonia della soggettività del nostro affidarci ad altri mettendoci anche, talvolta, nelle loro mani e della nostra capacità di credere ai sogni al di là del riscontro, del tornaconto finale, del risultato materiale. Forse dovremmo più semplicemente convincerci che è importante coltivare l’illusione (cioè il sogno) di un’utopia indipendentemente dal suo realizzarsi o meno (come, del resto, vuole la tradizione di questo concetto) e dalle delusioni alle quali, probabilmente, andremo incontro. Perché proprio il nostro non voler rinunciare a sogni e ideali rende la vita degna di essere vissuta.

domenica 31 gennaio 2010

‘Il nastro bianco’ e la (disumana) catarsi finale


Torno sul ‘Nastro bianco’ di Michael Haneke, che, sollecitato dal bel post di Antonella, ho visto nel cinema di Silvano Agosti, prima che uscisse dalle sale. È sicuramente un film costruito e rappresentato a regola d’arte anche nei volti e nelle espressioni degli interpreti che ci introducono realisticamente agli inizi del secolo scorso. Tuttavia, nonostante la narrazione scorra quasi sempre con fluidità, si viene colti da una sensazione di pesantezza non tanto per i crimini che si succedono senza scoprire i responsabili (a dispetto dell’intenso controllo sociale), quanto per i rapporti interpersonali, non solo freddi e formali ma anche impregnati di spietata perfidia, che forse emerge essenzialmente proprio laddove non appare violenza fisica: nel rapporto fra il medico e la levatrice.
Ne esce fuori un microcosmo freddo, congelato, asfittico. Sarà lo specchio dei nostri giorni?, visto che la letteratura, il cinema, l’arte in genere, quando ci raccontano il passato ci parlano anche del presente?

In ogni caso questo tipo di realtà sociale rigida, gerarchica, oppressiva, permeata da rancori, diffidenza e legata all’ambiente naturale, mi ha riportato alla mente il mondo del pastori sardi, raccontato nel suo romanzo autobiografico ‘Padre padrone’ da Gavino Ledda. Una vicenda che comincia nel 1944, quando Gavino non ha ancora sei anni, dunque cronologicamente più vicina a noi. Si tratta di un vero e proprio trattato di pedagogia, come ci dice il sottotitolo: ‘L’educazione di un pastore’. Ma in tale contesto il ricorso alla violenza fisica, oltre ad essere un normale strumento pedagogico spesso abusato, al contrario di quanto avviene nel ‘Nastro bianco’, ha sempre un senso (sicuramente sbagliato ai nostri occhi) in relazione all’arcaico codice d’onore dell’ambiente rurale sardo che sembra rimanere escluso dalla ‘giustizia’ dello Stato; si tratta spesso di vendette che animano i racconti degli anziani, le quali, come tutte le faide, non si esauriscono con la morte dei contendenti ma si trasmettono alle generazioni future. Invece guardano il film di Haneke si ha la sensazione di delitti malati, assurdi, laceranti, sintomo di un disfacimento sociale e morale.



A mali estremi estremi rimedi, sembra volerci dire il regista austriaco nel finale: solo un male assai più grande può sanare queste misteriose, inquietanti brutalità, e la paventata guerra, finisce per essere l’unica soluzione in grado di rimuovere gli orrori di quel piccolo borgo perduto nel profondo nord della Germania, ancora pervaso da logiche feudali. La guerra appena accennata nel film, rapportata a una dimensione individuale, quasi diviene simile ad una forte influenza o un altro malessere fisico temporaneo, che ci allontana (o guarisce?) da un periodo di preoccupazioni, d’inquietudine, di stress. Stiamo parlando del primo conflitto mondiale, di quella stessa Grande Guerra che inonda il finale del capolavoro di Italo Svevo, quella che guarisce l’annosa, forse innata, malattia della ‘Coscienza di Zeno’, contro la quale la psicoanalisi si era rivelata del tutto impotente se non dannosa; in una Trieste che apparteneva all’Impero Asburgico, la stessa Austria del regista Michael Haneke. Forse è anche in questi aspetti (che andrebbero meglio scandagliati), che si può annidare il fascino, purtroppo ancora perdurante al di là di interessi economici e politici, verso la più assurda, tenace, dis-umana manifestazione dell’uomo.

sabato 30 gennaio 2010

"La prima cosa bella" di Paolo Virzì


L’hanno già visto quasi tutti, i miei amici, e si dividono tra gli entusiasti e i meno convinti. Io, prima di stasera, ho tentato due volte senza successo, perché i posti erano esauriti: elemento, questo, che di solito mi fa diffidare di un film. Si fa buio in sala e mi coinvolgo subito, fin dalle prime battute, suoni e immagini. Non appena le lacrime cominciano a intrecciarsi con le risate mi pento di avere scelto l’ultimo orario, quando le difese sono allentate e la notte piena spinge a lasciarsi andare alle emozioni. Mi chiedo se l’immediato e intenso coinvolgimento che provo sia dovuto al sapore così toscano del film, cioè, essendo io toscana, alla possibilità di sentirmi catapultata improvvisamente nella mia stessa infanzia, ma osservando la persona che è con me, non toscana, mi accorgo che è commossa altrettanto. Ci si identifica, penso, perché nessuno dei personaggi è a tutto tondo, buono o cattivo, forte o debole, ma tutti quanti mostrano le proprie luci e le proprie ombre, appaiono dipinti di colori contrastanti e contrastanti si mostrano anche i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro spinte a scegliere o a lasciarsi agire dal destino. Sono persone vere, sono i tuoi amici, i tuoi cari e tu stesso nei momenti aspri o leggeri della vita. Vorresti prendere i personaggi per mano uno a uno e accompagnarli a guardare con occhi diversi ciò che si presenta come ineluttabile, drammaticamente ostile, incomprensibilmente crudele. Il figlio maggiore, per esempio, avvolto in un mantello di gelo che solo sembra poterlo proteggere e, paradossalmente, scaldare. L’amore, le carezze, la vitalità che intravede negli altri sembrano quasi ucciderlo, poiché non si sente autentico in alcun modo, né guardando né chiudendo gli occhi, né fuggendo né restando, fino al momento finale nel quale segue il consiglio della madre, ultimo dono di vita di lei, e si immerge nelle acque del mare familiare della sua infanzia, riconciliandosi, finalmente, con il proprio passato.

Vengono in mente i tanti studi sui sentimenti contraddittori che ispira la madre al bambino molto piccolo, stupito, affascinato e spaventato insieme dal potere emozionale che lei esercita su di lui. Lo psicoanalista Donald Meltzer ha intitolato un suo libro sull’argomento proprio “Amore e timore della bellezza” e ha individuato l’origine di quello che lui e altri, in seguito, hanno studiato come “conflitto estetico”, nei sentimenti suscitati dal guardare il volto della madre, sottoponendosi al suo fascino ambiguo. Il volto della madre è bellissimo e terrifico insieme e non è solo da guardare: è odore che ti inebria, è capelli che ti sfiorano le guance nell’abbraccio, è sorriso che ti accoglie ed è voce ammaliante di sirena che canta e sussurra.

Ma non è così, in maniera accademica e, dunque, necessariamente un po’ distante, che vorrei scrivere di questo film. Un film che parla di noi, di ciascuno di noi: della nostra incoerenza affettiva, delle nostre emozioni complesse, del nostro gettar via, qualche volta, il tempo e lo spazio che abbiamo a disposizione creandoci da soli le catene che ci fanno soffrire o distruggendo ciò che ci rende felici, ma, soprattutto, della nostra confusione e del nostro spaesamento quando ci troviamo di fronte alla perdita, al vuoto e al silenzio e ci sembra di non poter scorgere, in queste esperienze, l’origine di una rinascita, sia pure dolorosa, ma foriera anche di nuove gioie.

Al centro del film c’è una figura di donna bellissima, vitale, autentica nelle sue fragilità e contraddizioni. Anna, lo stesso nome della madre (Annina) che Giorgio Caproni immortala in molte delle sue poesie: una figura anch’essa inusuale e affascinante che appare tra le vie di una Livorno di inizio novecento e le percorre, a piedi o – facendo scandalo, all’epoca – in sella a una bicicletta azzurra, avvolta nel suo scialletto rosso e con la collanina di corallo sulla camicetta dischiusa, tutta odorosa di cipria e di mare.

Nel film quasi tutti i maschi che ruotano attorno ad Anna – il figlio-bambino, il figlio diventato adulto, il marito, quelli che impomatati nei riporti un po’ laidi esibiscono con arroganza il proprio invidioso desiderio – la guardano con ammirazione e la disprezzano insieme. Una delle più commoventi scene è quella nella quale, cacciata di casa dal marito geloso, respinge indietro le lacrime e canta attraversando la notte la canzone che dà il titolo al film, in cerca di un riparo per sé e per i suoi piccoli; mentre li protegge con braccia che si fanno mantello e sembrano ali con le quali poter volare lontano da ogni cattiveria; l’altra è quella sul letto di nozze e di morte insieme, quando la vitalità di lei sembra quasi donarle la forza di uscire, leggera, dal proprio corpo morente e danzare morbida e sensuale, sorridente e carezzevole, sulle note dello struggente Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Mascagni. Un brano che sembra racchiudere in sé, intensamente, tutto il senso film, esprimendo insieme nostalgia, cioè dolore del passato e speranza e voglia di aprirsi di nuovo alla vita.

Quando torno a casa i miei passi risuonano, uno dopo l’altro, ritmati, nel silenzio; il rumore dei tacchi sul selciato di solito mi infastidisce, ma questa volta mi consola: è il segno tangibile di una presenza viva, proprio la mia, e mi accompagna attraverso il nero della notte insieme all’immagine consolante di Anna: una piccola donna felice di vivere e capace, nonostante tutto e persino nel momento della morte, di amare e di godere delle cose belle e buone del mondo.

Stringendosi nello scialletto

scarlatto, ventilata

passava odorando di mare

nel fresco suo sgonnellare.

Livorno le si apriva

tutta, vezzeggiativa:

Livorno, tutta invenzione

nel sussurrare il suo nome.

Prendeva a passo svelto,

dritta, per la Via Palestro,

e chi di lei più viva,

allora, in tant’aria nativa?

(...)

Giorgio Caproni

sabato 23 gennaio 2010

“Il nastro bianco” di Michael Haneke, e il silenzio degli universi perdenti.


Sono convinta che sia possibile e importante parlare di politica anche indirettamente, ed è quello che vorrei fare in questo caso. Il sole caldo di stamani, senza nuvole in agguato e compromessi con il grigio, rende più difficile commentare il bellissimo film che ho visto ieri sera. A quel film, infatti, si confà la notte piena di ombre e sussurri o di paure trattenute nelle pieghe più segrete dell’anima. Molti spettatori ne sono usciti con la faccia delusa e rancorosa; al termine ho anche scambiato qualche commento con amici incontrati per caso, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Forse bisognerebbe raccomandare, nelle brevi recensioni critiche di un film, di sceglierlo in base ai propri sentimenti del momento. A questo film, per esempio, si confanno il silenzio di parole e la tristezza e io, ieri sera, ero da sola ed ero triste; questa coincidenza, forse, mi ha reso quasi naturale rompere la barriera invisibile che sempre si erge tra lo spettatore e lo spettacolo, per entrare dentro la storia, nel 1913, alla vigilia della prima guerra mondiale, in un piccolo paese del nord della Germania; e per vestirmi anch’io di quegli abiti scuri, punitivi e larghi avvolti su corpi bambini o sulla magrezza esasperata e goffa di quelli adolescenti. E poi camminare, anch’io, con i loro piccoli passi incerti e timorosi, prendere da un ripostiglio buio la ferula con la quale sarò brutalmente frustata per un marachella da niente, per una parola di troppo, per uno sguardo impudente; subire con loro, sequenza dopo sequenza, la crudeltà di un amore genitoriale malato e sgranare gli occhi pieni di domande sul perché dell’esistenza senza riceverne alcuna risposta, da nessuno. Bianco e nero, come nel migliori film di Ingmar Bergman, e paesaggi innevati e solitari, bellissimi e gelidi, cornice impietosa delle miserie umane, dei segreti indicibili fatti di violenza riposta tra le pareti discrete della casa, dietro le porte chiuse, tra le trine candide e leggere cucite attorno alle cune e al loro prezioso tesoro di piccoli bambini prigionieri delle proprie fasce e i mobili pesanti, imponenti e scuri, indizio ingannevole di sicurezza e di solidità degli affetti. I merletti delle donne compaiono spesso e la telecamera si sofferma su di loro e li evidenzia, o su mani ancora bambine che li tessono con la testa china sul petto, e altre ne lascia immaginare, di fanciulle e di donne che scrivono la propria rabbia su pagine di stoffa o di pizzo, con il filo e l’ago, con l’uncinetto o il chiacchierino o il tombolo, lasciando uscire dalle dita la propria silenziosa e vana protesta, la voce di un universo femminile perdente al quale neanche il lamento è più concesso, ma solo la muta rassegnazione. Il film, infatti, ci accompagna per mano all’interno degli universi perdenti di chi non ha parola: i bambini, i disabili (c’è un personaggio dismorfico e balbettante in un proprio gergo incomprensibile che quasi sempre viene chiamato dal narratore fuori campo “il bambino ritardato”), le donne prima che diventino troppo adulte e quindi si facciano complici dei propri aguzzini nella sopraffazione di altri più deboli; in questo caso i figli. Lo sguardo impietoso del regista si sofferma sulla genesi delle future figure di nazisti mentre ancora essi stessi sono vittime di un’educazione improntata alla gerarchia e all’obbedienza assoluta che lega anche i genitori, carnefici e vittime insieme; consenzienti; complici della figura del Barone, signore del luogo al punto da sostituirsi al prete per rivolgere un sermone-minaccia agli attoniti fedeli raccolti per la funzione domenicale. Il Barone, il Pastore, il Medico, l’Intendente determinano le regole di convivenza di una comunità chiusa e gerarchica che finisce per diventare, e noi spettatori lo pensiamo senza avere il coraggio di dircelo, la spietata rappresentazione di qualcosa di più universale della gestazione dell’esperienza nazista e che, in qualche modo, ancora ci riguarda.

domenica 13 dicembre 2009

La prima linea

Gli anni di piombo rappresentato una ferita ancora aperta per il nostro paese, in fondo ci dividono poco più di un paio di decenni. Un tempo forse troppo breve per lenire il dolore che provano ancora le persone direttamente coinvolte. Si è trattato di una guerra civile a bassa intensità, che ha prodotto centinaia di morti e più di mille ferite, secondo le cifre ufficiali, che verosimilmente non tengono conto di tanti episodi che non furono denunciati.
Due ragione mi hanno portato a vedere questo film, quando ormai era presente solo in due sale di Roma: l’anniversario dell’attentato di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) che ha dato l’avvio agli anni di piombo e soprattutto la scelta di Andrea Occhipinti che, unico fra i produttori italiani, ha deciso di rinunciare ai finanziamenti statali.
La prima linea è quella più vicina al fronte, è il luogo dove si rischia di più, dove maggiore è la disperazione, soprattutto quando si realizza che le ragioni per cui si combatte sono sbagliate, che non portano a niente di buono, che anche quelli che prima sembravano appoggiarti non sono più dalla tua parte e parlano di te come si parla dei pazzi. Le possibilità che il film susciti comportamenti emulativi sono praticamente nulle: in una società in cui dallo yuppismo in avanti si è affermato con prepotenza il mito del vincente, mi chiedo chi fra i giovani di oggi, se la sentirebbe di seguire l’esempio di un pugno di “sfigati” che con determinazione uccidono, gambizzano, seminano paura, distruzione, dolore, senza tornaconto alcuno, anzi causando al contempo la propria rovina. Nel film c’è poco spazio per l’avventura, forse solo nell’assalto al carcere di Rovigo si avverte un minimo di pathos, non dissimile da quello che trasmettono i film di guerra. I personaggi appaiono freddi, sebbene (e non sarebbe possibile il contrario) emerga a tratti anche il loro lato umano, quasi sempre accompagnato dalla caparbia volontà di sopprimerlo.
Dunque in questo gruppo di disperati che, come accade nelle peggiori ‘ndrine, provocano disperazione sotto forma di orrore e morte anche fra i loro compagni giudicati traditori, si respira lo stesso fascino che si proverebbe ad avere 40 di febbre in una campagna isolata, rigida e bagnata dalla pioggia. Il mito della “ribellione” è relegato nei racconti che un amico di Sergio (il protagonista) fa durante un breve incontro, nel suo locale, a saracinesche abbassate. Bevendo una bottiglia il compagno della contestazione disarmata, ricorda manifestazioni rocambolesche, un impegno totale, volantinaggi nelle fabbriche, discussioni furibonde e festose riconciliazioni. Ma l’incontro è rotto dalle esortazioni, rivolte a Sergio, a tirarsi fuori dalla “pazzia”, a rinunciare alla lotta armata. Si avverte un blackout comunicativo. I due ora appartengono a due mondi diversi, antitetici: vita e morte. All’uno sta per nascere un figlio, l’altro ha le mani sporche di sangue.
A differenza di quanto accade in altre nazioni che hanno vissuto il fenomeno del terrorismo, in Italia è ancora molto difficile parlarne, e anche fare un film sull’argomento, ha dato luogo a numerose, aspre polemiche. Rimuovere aspetti dolorosi della vita di un popolo, penso non giovi a nessuno, perché continueranno a lavorare nella zona d’ombra in cui vengono relegati, e prima o poi, quando le condizioni si renderanno favorevoli, finiranno per manifestarsi di nuovo. Se di “pazzia” si trattò, dovremmo domandarci perché si è scatenata questa forma di pazzia e cosa si può fare per evitare che si verifichi nuovamente in futuro. Dovremmo avvicinarci a quel tragico e complesso fenomeno sociale, politico, storico, conoscerlo meglio, studiarlo e - nel rispetto di tutti - raccontarlo, "riviverlo" nella penna, nelle rappresentazioni artistiche. Non giova a molto la paura (o il pudore) di ricordare, perché la “memoria” è forse l’arma più potente che abbiamo per sconfiggere la guerra in ogni sua manifestazione e dire no ad ogni forma di violenza.

martedì 1 dicembre 2009

Dolls: bambole, marionette, pupazzi di Natale.


Siamo alle soglie del periodo natalizio e in città già si stanno allestendo gli spazi espositivi per la grande sarabanda consumistica che ogni anno mette a nudo solitudine, povertà, vacuità e apparenza delle relazioni interpersonali; nonché, piccolo particolare sul quale si glissa, le differenze economiche e sociali tra le persone. Cercare i regali è diventato da un po’ di tempo una specie di lavoro; e pesante, per giunta; un pedaggio obbligato, angosciante, stressante. Senza contare che quasi mai si coglie nel giusto, ma riceviamo e doniamo oggetti inutili o doppioni contribuendo a un vortice di circolazione di denaro che si alimenta di se stesso. Mi piace fare regali e riceverne, ma almeno con le persone più vicine ho deciso di soprassedere per il Natale (in accordo di reciprocità) e di aspettare altre occasioni; occasioni scelte piuttosto che subite, legate alle singole persone piuttosto che di massa. Il Natale, infatti, non è davvero più la festa preposta, anche da un punto di vista laico come il mio, a celebrare l’importanza degli affetti e dell’amore. Mi torna a mente “Dolls”, il bellissimo film, di pochi anni fa, di Takeshi Kitano, che parla proprio e soprattutto dell’amore, ma anche della perdita, della mancanza, del vuoto generato dal riporre la propria sicurezza nell’effimero agire convenzionale. La scena si apre con una rappresentazione di Bunrako, una delle forme giapponesi tradizionali di teatro nella quale ogni marionetta, grande quasi come il corpo umano, non è animata da fili, ma da tre persone: una per il corpo e la mano destra, una per la mano sinistra e una per le gambe. L’impressione è che le bambole si muovano di vita propria, ma anche che rappresentino una sorta di doppio, la parte profonda e perdente di ogni uomo. Gli animatori, tra l’altro, sono mostrati sul palcoscenico, anche se vestiti di nero e a volte incappucciati, quasi a suggerire un’invisibilità simbolica. Le voci sono innaturali (molto basse quelle maschili, in falsetto quelle femminili), proprio per creare la sensazione di irrealtà.
Il film ci ricorda come l’amore rappresenti la possibilità di trasformare tutto, le nostre relazioni e noi stessi, ma possa anche diventare facilmente l’occasione per venire incatenati nella dimensione opposta, del conformismo e del calcolo. Per i due innamorati legati l’un l’altra da una corda rossa (il filo rosso è un elemento tipico della mitologia giapponese, a simboleggiare l’unione intima e profonda tra due elementi o persone) ribellarsi a questo destino fatale significa farsi ridicoli e folli. Tenendosi per mano i due protagonisti abbandonano le sicure e veloci autostrade per inoltrarsi tra i ciliegi in fiore e tra i papaveri, per diventare una cosa sola con i colori della terra e dei suoi doni, ma mentre ne attraversano le stagioni, lo sguardo beffardo e superficiale degli altri li pietrifica trasformandoli in bambole di teatro. Cioè in figure che possono far parte solo della dimensione del sogno.

sabato 17 ottobre 2009

Bastardi senza gloria: un film formativo



Tarantino è uno dei più interessanti registi di questi anni e non ci si stupisce se il suo ultimo film, al pari dei precedenti, si segue tutto d’un fiato e se ne resta ammaliati. Di “Bastardi senza gloria” ho apprezzato prima di tutto la critica implicita al cinema di genere che ripete se stesso e rende impossibile proporre un argomento già rivisitato in un registro diverso dai consueti. Il registro, qui, è dato da un intreccio di inventiva e creatività che rende inusitati il ritmo, la narrazione, la stessa colonna sonora. Il film è una parodia, ma del tutto particolare quanto agli affetti che suscita, perché paradossalmente emoziona e commuove. Il film è infatti denso di citazioni da altri film (non solo del genere epico-bellico) che permettono, a chi ama il cinema, di ripercorrere nell’intensità di un attimo la propria biografia di spettatore, di persona che porta dentro di sé, quasi come voci interne, frammenti di film, cioè di immagini, suoni e parole che danzano insieme.
Di questo film apprezzo il coraggio: di affrontare un argomento soffocato da una cattiva retorica che rende la storia metafora morta, esperienza inservibile per trasformare l’esistente. Vi si mostrano, com’è giusto, la condizione dell’esser vittime e quella del dominio e della sopraffazione tracciando una ben netta linea di confine. Lo si fa, però, senza utilizzare i consueti, scontati registri dell’idealizzazione che si accompagna non di rado alla censura degli elementi di criticità o di ambivalenza presenti sia nei territori del “bene” che in quelli del “male”.
Tarantino riesce a servirsi della coloritura del grottesco e dell’assurdo, del registro comico e di quello drammatico intrecciati insieme, in una prospettiva paradossale, ma che proprio per questo appare capace di incrinare il modo routinario con il quale si rende onore alle vittime della storia. Un modo che ribadisce una radicale distanza tra l’oggi e gli orrori di ieri; esattamente come il gesto dell’elemosina non crea coinvolgimento rispetto a chi è in condizione di bisogno, ma ridefinisce e rende stabile la propria radicale distanza di persona privilegiata.
Mi occupo di studiare i processi formativi ed educativi (che non riguardano solo i bambini, ma tutti gli esseri umani) e rispetto ad essi considero come ostacoli la censura, lo stereotipo, il pregiudizio, le visioni di carattere trasmissivo. La tendenza generale è quella di censurare, semplificare, fare propri giudizi di valore scontati e teorizzare la doppia verità: una verità complessa, per chi può capire, e una ridotta a favola semplificata, per i più: quelli che magari non hanno studiato e che per varie ragioni non sarebbero in grado di comprendere.
Corriamo il rischio di costruire territori di osservazione del mondo perfettamente speculari gli uni rispetto agli altri, senza preoccuparci della nostra incapacità di vedere le contraddizioni che ci riguardano. Abbiamo ben chiare solo le nostre ragioni: se questo è indispensabile per scegliere, decidere e agire, non è, però, sufficiente per pensare criticamente e dunque per essere, per quanto possibile, consapevoli delle proprie scelte.

sabato 22 agosto 2009

L'uomo-forno e la donna-spugna

Dopo aver visitato una città, passati alcuni giorni, di solito si cerca di riannodare la trama dei ricordi, di razionalizzare – diciamo così – le emozioni positive e negative, di costruire un discorso compiuto sulla sua identità intrecciando quel poco che si è potuto vedere del presente con il passato, già in qualche modo conosciuto attraverso letture, immagini, film o musiche.

Dopo Berlino, riguardate le tante foto, l’immagine che più ho fissa nella mente (e che non ho avuto cuore di fotografare) è quella di certe figure – non so dire se marginali o meno – di uomo con una sorta di protesi all’addome: un forno, funzionante, fatto a mezza cupola e aperto verso il torace e il volto, con dentro salsicce da vendere insieme ai panini. Di uomini-forno simili ne trovi ovunque, ma soprattutto negli angoli turistici più frequentati e nessuno sembra badarci più di tanto. Spostano il carico del corpo da un piede all’altro e in questo modo, pur restando fermi, non occupano formalmente il suolo pubblico con il proprio commercio.

E’ una giornata molto calda ed è l’ora del sole alto quando vedo il primo di una nutrita serie. Mi si chiude lo stomaco. Osservo a una certa distanza il volto; che sembra esprimere soddisfazione e non disgusto per quell’odore di carne arrosto del quale immagino impregnato il corpo, i capelli e le vesti, per il caldo che si aggiunge al caldo, per il peso sopportato. Sono ombre invisibili ai più.

Nei bagni di un museo, invece, mi sembra di trovare l’equivalente femminile dell’uomo-forno: donne–spugna, cioè ragazze o signore che, in piedi all’ingresso dei servizi, non appena una donna esce entrano a pulire la tavoletta del water e quanto è stato eventualmente sporcato. Entrano e agiscono comunque a dire la verità, anche quando il bagno è stato lasciato pulito, in una sorta di automatismo scattoso che genera ansia solo a guardare. Tengono in una mano (generalmente non guantomunita) una salvietta spugnosa che non depongono mai, quasi una protesi del braccio, e impartiscono ordini – di non entrare ora, di entrare ora – accompagnati dal pointing dell’indice, dato che le utenti sono di diverse lingue. Anche in questa circostanza sembra di avere di fronte esseri invisibili. Nessuno ci fa caso, nessuno si pone problemi.

Un po’ come gli esseri umani le città hanno una propria identità fatta anche di ombre e nascondimenti.

Berlino nascondimenti ne ha tanti e dopo un po’ si ha la voglia – e lo si fa – di fuggire dai luoghi delle architetture imponenti (sembra non esserci quasi niente che non abbia un piedistallo, un rialzo, un enorme parallelepipedaceo di supporto) e di cercare tracce nascoste del passato non ancora elaborato.

Trovi allora le vestigia dell’immaginario della città prenazista - Metropolis nella barocca raffigurazione di Fritz Lang - e quelle, invece, maniacali e paranoiche della città nazista e molto altro, che le guide non indicano. Scopri così una città incongruente e bizzarra, piena di bellezza inquietante e di aggressività aguzze e cattive, accogliente ed estranea, morbida e rigida a un tempo. Un enorme cantiere che non riesce a smettere di ricostruire, ricostruire, ricostruire (dopo il nazismo, dopo i bombardamenti, dopo il muro, dopo il crollo del muro...) attraverso le pietre, il ferro, il cristallo (materiali tangibili, duri, pesanti) lasciando però inelaborati i pensieri, le paure, i ricordi (materiali leggeri, impalpabili, sfuggenti). Si respira il peso della storia e del suo rimosso e associando i particolari dell’altrove con quelli del noto, del proprio contesto politico e sociale, si ha l’impressione che la Storia, proprio, magistra vitae non lo sia mai stata.


venerdì 3 luglio 2009

Siamo noi il nuovo mondo?



E’ la sequenza finale del bellissimo “Nuovo mondo”, di Emanuele Crialese, nella quale gli immigrati italiani arrivati in America (siamo all’inizio del XX secolo) sono sottoposti alla quarantena e ai test umilianti dei medici e degli psicologi.
Li si disinfetta e li si rende inoffensivi nel corpo perché il loro arrivo da un altrove ignoto rappresenta una minaccia senza nome, ma si vuole anche verificarne l’intelligenza e lo si fa senza considerare che la gran parte di loro non comprende e non parla che il dialetto siciliano.
Il nuovo mondo sognato, il paese di latte e miele, la terra dell’abbondanza e dell’accoglienza generosa, non appena la nave attracca a Ellis Island, nella baia di New York, mostra l’antico volto della diffidenza e del pregiudizio. In tale luogo, infatti, chi giungeva dall’Italia veniva tenuto in una sorta di quarantena e sottoposto a numerosi accertamenti prima di essere (se l’esito era positivo) accompagnato all’imbarcazione per Manhattan.
Disfatti dopo una traversata che sembrava non finire mai, maleodoranti e malvestiti, ridotti a oggetti privi di anima (di psiche, di mente, di intelligenza: è lo stesso...) gli emigranti italiani facilmente potevano venire espulsi.
La disumanizzazione del nemico e, in generale, dell’altro diverso, è da sempre il meccanismo che permette di vivere la scissione tra la propria sensibilità (per i bambini, per gli animali, per la musica o per l’arte, purché nell’alveo del proprio mondo, come nel topos del colto gerarca nazista...) e la crudeltà dispensata nei confronti di chi, estraneo, viene ridotto a non-umano.

Su Rai news si può reperire una descrizione del 1912 relativa agli italiani immigrati in America, tratta dalla relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione.
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=117881
La trascrivo:
"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

domenica 22 marzo 2009

Una storia del nostro tempo


Una storia del nostro tempo, che non a caso ha come titolo il nome di un’automobile, lo status symbol per antonomasia, che si può esibire pubblicamente, a differenza ad esempio dell’abitazione, visibile solo a una cerchia ristretta di persone. Si tratta però di una Ford Gran Torino fabbricata nei primi anni ’70, a cui Kowalski (Eastwood), in un deserto di relazioni umane autentiche, è molto affezionato. Dunque, una storia del nostro tempo con le radici che affondano nel passato; non è un caso se il protagonista-regista è classe 1930.
Kowalski è un vecchio meccanico della Ford in pensione, che non ha mai abbandonato il suo Garand M1 dalla guerra di Corea, un fucile che lo accompagna quotidianamente insieme ad altre armi. Le prime scene ci mostrano il funerale dell’amata moglie, durante il quale le figure di figli e nipoti appaiono scialbe, opportuniste e quasi nauseanti; tali caratteristiche li accompagnano per tutta la durata del film, tanto che ad un certo punto Kowalski adotta e si fa adottare da una famiglia di vicini asiatici, da lui in precedenza manifestamente disprezzati.
Fra le molteplici tematiche che emergono nel film (razzismo, traumi della guerra malamente rimossi, società disgregata, vecchiaia, malattia, morte, assenza di valori e di modelli positivi, ecc.), non ultima è lo sfaldamento della famiglia (almeno quella occidentale), che presentato da un noto conservatore come Eastwood, ci offre un ulteriore motivo di riflessione.
Sentendosi sempre più lontano dai suoi, il vecchio reduce inizia a conoscere e a proteggere i vicini asiatici, che sono così simili ai suoi nemici coreani di un tempo. Scopre in loro una cultura con usanze stravaganti ai suoi occhi, ma che in compenso mostra gentilezza, gratitudine e rispetto per il prossimo.
Forse si assiste ad uno sviluppo un po’ retorico e moralistico, ma nell’assenza di una bussola etica, che caratterizza questi tempi, alcune certezze e un po’ di coraggio possono fare la differenza. E allora vediamo in azione il vecchio protagonista dai modi a volte fumettistici (ghigni di sdegno e disprezzo, espressioni granitiche, modi da duro), che castiga i giovanotti delle gang (non so quanto verosimilmente…).
Mentre su un versante si dedica all’attività del giustiziere solitario, dall’altro, Kowalski inizia ad occuparsi dell’adolescente vicino asiatico, che si è dimostrato ingenuo, imbranato, in balia degli eventi. L’educazione all’approccio dialogico, non senza una buona dose di autoironia, ci mostra il ragazzo asiatico apostrofare il barbiere italo-americano, amico del protagonista, con parole pesanti, offensive, sarcastiche ma “virili”. Possiamo non condividere una simile forma di relazionarsi, tuttavia viene da pensare che in una pesante assenza di affidabili modelli di riferimento per le nuove generazioni, meglio imparare un linguaggio rozzo e cinico con probabile annesso inaridimento emotivo, che rimanere in un vuoto insostenibile, anticamera di pericolosi sbandamenti verso alienazione, droga o reclutamento delle gang.
E’ un film che nonostante qualche pennellata di moralismo e di retorica, emoziona e forse ci dice che in un mondo dove valori e relazioni si vanno disgregando, l’amicizia, anche fra persone di “razze” diverse, a volte può contare molto più dei legami di sangue.

lunedì 9 marzo 2009

"Stella" di Sylvie Verheyde: la scuola e la vita


E’ una delle più famose foto di Robert Doisneau (“L'information scolaire”, Paris, 1956). Ne viene in mente anche un’altra, molto meno nota, guardando “Stella”, il bellissimo film di Sylvie Verheyde distribuito da Nanni Moretti; è sempre di Doisneau e s’intitola “Au coin”: “all’angolo”; “nel cantuccio”, si direbbe nell’antico toscano popolare; cioè in disparte, in castigo, ai margini, nella dimensione dell’esclusione; o in quella, invece, che dà la possibilità di guardare il mondo con altri occhi.


Non è rappresentato, nelle foto come nel film, il punto di vista dell’adulto: maestro, educatore, osservatore più o meno distante; e non c’è, neanche dietro le quinte, alcuna figura esemplare di insegnante capace di coinvolgere, trasfigurare, convertire alle gioie e delizie della cultura, secondo il topos ormai collaudato di molti films (anche belli, magari...) atti a redimerci dai nostri sensi di colpa e inadeguatezza. C’è, al contrario, una suggestione indefinibile, l'allusione a qualcosa di sfuggente e impalpabile; a un tesoro prezioso con il quale alcuni adulti hanno la ventura di venire a contatto come insegnanti o genitori e che resta alla fine inattingibile alla maggior parte di loro/noi; è ciò che ci fa amare quelle foto capaci di suscitare in noi tenerezza, e ancor più ci fa apprezzare il film, che, temo, circolerà poco e male. Era stato persino vietato ai minori di 14 anni (in Italia, naturalmente).
Dal mondo colorato della banlieue parigina degli anni ’70 la bambina-adulta viene proiettata, per caso e attraverso una coetanea, in una dimensione di vita inimmaginabile fatta di letteratura e musica, ma anche di riferimenti affettivi certi, in grado di fungere da cornice ai sogni adolescenti. Mentre la coetanea, ricca e valorizzata, getta a sua volta uno sguardo stupito e affascinato su una dimensione sconosciuta che le era stata interdetta nell'intento di proteggerla: quella della crudezza del mondo.
Gli occhi di Stella (che ha un pessimo profitto scolastico, almeno all'inizio del film) e quelli di Gladys (che è la prima della classe) dipingono il mondo distante della scuola.
Quella rappresentata nel film è definita come una scuola per ricchi. Una scuola che tutto sommato, però,propone modelli del tutto sovrapponibili, nel loro senso profondo, a quelli del bar operaio di periferia gestito dai genitori di Stella, ma della quale, alla fine, Stella saprà anche cogliere le opportunità senza esserne ingannata. Come accade a Truffaut adolescente che fugge da scuola per rifugiarsi, clandestino, nel buio di un cinema fumoso di sigarette o nel ventre ovattato e caldo della metropolitana a leggere Balzac e Dumas, la salvezza scaturisce da un altrove. Anche Stella incontra Balzac, Cocteau e persino Marguerite Duras di “Un barrage contre le Pacifique”: un libro non certo diffuso, ma considerato lettura raffinata ed elitaria, che tuttavia fa scorrere lacrime e sentimenti sulle guance della lettrice-bambina.

Un film intelligente; una lezione importante, nella stagione della lenta agonia della scuola.

sabato 1 novembre 2008

La Zona


Quando esiste una fascia di popolazione che vive nell’agio e un’altra, più numerosa, spalmata in una sacca di indigenza dalla quale è quasi impossibile evadere, sembra inevitabile lo scatenarsi di una lotta senza quartiere. E’ quanto emerge dalle scene del film messicano La Zona di Rodrigo Plà.
La Zona, quartiere benestante di Città del Messico, è situato vicino ad una favela, dove pullulano miseria e degrado. Per questo gli altolocati sono circondati da un muro invalicabile e da filo spinato. Ogni angolo è video-sorvegliato e controllato senza sosta. Per di più il quartiere gode di una sorta di statuto speciale, che consente agli abitanti una certa libertà d’azione per difendere la loro proprietà dai diseredati. Ma tale autonomia non è sufficiente ad avere la licenza di uccidere, e così si corromperanno le forze dell’ordine, che vengono presentate piuttosto assenti e tutt’altro che integerrime. In questo scenario da stato d’assedio - senza Sato – si compiono vicende inquietanti il cui epilogo colpisce come un pugno allo stomaco.
Anche nel nostro paese si fa sempre più ampia la forbice del divario sociale. Il problema della sicurezza non si può risolvere senza che lo Stato si occupi di frenare questa tendenza, con provvedimenti seri e durevoli nel tempo, anche nell’interesse dei più abbienti, che altrimenti devono investire buona parte del loro patrimonio per difendersi dall’assalto della miseria, peraltro con esiti incerti... Le disparità sociali esasperate possono precipitarci ancora di più in un mondo instabile, insicuro, senza garanzie per nessuno. Inoltre la “necessità” di tenere tutto sotto controllo, limiterà decisamente la libertà di ogni cittadino (agiato o indigente che sia), e ciascuno degli altri diverrà sospettabile e barbaramente perseguibile.

mercoledì 28 maggio 2008

Sentieri di autodistruzione

Uno ha movimenti bruschi e decisi e il corpo tozzo contrasta con il timbro ancora incerto e altalenante tipico della muta vocalica; la sua è una voce quasi di bambino in un corpo di uomo. Ed è ancora un bambino quando spalanca gli occhi davanti ai seni giocattolo della ballerina di lap dance; un bambino quando impugna la sua arma e urlando, tra l’eccitato e l’incredulo, spara nel nulla della spiaggia deserta e nell’acqua del mare. Sono in due a sparare nel vuoto che vuoto non è; perché è pieno di tutto lo schifo del mondo.
L’altro è emaciato e goffo, cammina un po’ curvo, quasi incredulo di dover abitare un corpo alto come quello di un uomo fatto, ma così magro, con gambe da gru o da cicogna triste, il naso prominente e il collo esile e incerto, messo in risalto dalla rasatura crudele e impietosa dei capelli. Verrebbe da rompere l’illusione dello schermo per carezzare il suo dolore di adolescente vecchio mai stato bambino, per passare la mano su quei capelli-non capelli... Ma rimaniamo saggiamente seduti a guardarlo andare incontro al nulla e generarne l’ineluttabilità con i propri gesti, con le piccole scelte sequenziali che sembrano dettate dal caso o decise con leggerezza e sono invece un lavoro fine di cesello nel percorso dell’autodistruzione. Quest’immagine è ciò che resta più vivo nella mente a distanza di alcuni giorni dalla visione di “Gomorra”. Se la denuncia sociale e politica che muove il film ci fa fremere di orrore e rabbia, mentre nel silenzio condiviso guardiamo scorrere le immagini di qualcosa che già sapevamo, con il tempo e ripensando è lo sgomento di fronte all’insensatezza delle azioni distruttive che ci possiede. E alla mente ritorna ancora e ancora, tra tante storie intrecciate di insignificanti e seriali vite umane, l’immagine dei due giovani e della loro tenera amicizia: unico guizzo di speranza, ma breve, perchè li porta, anch’essa, alla perdizione. Insieme non diventano più forti, ma più ciechi e, dunque, vittime predestinare a creare i propri stessi carnefici.
Un altro film di questi giorni, ma non altrettanto fortunato (uno di quelli che girano poco nelle sale e permangono meno) “Jimmy della collina”, di Enrico Pau, ci propone immagini altrettanto aspre di uomini-bambini perduti nel gorgo inesorabile dell’autodistruzione, pervicaci nella propria scelta di non ritorno, irriducibili rispetto a ogni profferta di vicinanza o di aiuto, avvolti in una coltre di gelo che sembra scaldarli come un fuoco in una notte d’inverno. La raffineria che fa da cornice, reale o metaforica, a ogni sequenza del film e il tinello angusto con la vetrina colma di oggetti kitsch di poco prezzo esibiti per giocare ai ricchi non sono poi molto diversi dal carcere; il quale permette almeno l’estraniazione totale, la depersonalizzazione di chi si guarda allo specchio senza riconoscere il proprio volto e ferocemente lo infrange perché sgorghi il sangue e il dolore fisico annulli quello, tanto più terribile, che viene da dentro.
Si esce dalla sala in silenzio; e si resta muti a lungo, nel buio della notte, perché non ci sono parole per commentare l’ultima immagine sospesa e la storia interrotta che ci ricorda quanto tutti, in fondo, siamo sempre almeno un po’ responsabili anche del dolore che altri, e non noi, hanno generato.

lunedì 5 maggio 2008

I demoni di San Pietroburgo

I demoni, che si manifestano con passione e ferocia nella San Pietroburgo del XIX secolo, sono i giovani rivoluzionari che precorrono di mezzo secolo la rivoluzione bolscevica ‘ufficiale’. I demoni sono, naturalmente, anche il titolo della nota opera letteraria di Fëdor Dostoevskij. I demoni sono, infine, i fantasmi che tormentano lo scrittore russo, ormai conosciuto e acclamato, ma ancora lontano dall’aver fatto i conti con la propria storia personale.
Il bel film di Giuliano Montaldo ci mostra, in forma condensata, certo, ma indubbiamente efficace, un Dostoevskij perennemente in bilico - e ognuno di noi vi si può riconoscere - tra le spinte conflittuali della propria interiorità e la realtà contingente, origine di ulteriori conflitti.
Non sappiamo se gli attacchi che avevano iniziato a colpire lo scrittore dall’età di 16 anni fossero realmente una forma di epilessia o non, piuttosto, una reazione psichica di difesa, scatenata da situazioni intollerabili. Non sappiamo fino a che punto possano aver segnato il percorso di vita di Fëdor Michajlovič l’arresto e la condanna a morte, a 27 anni, l’esecuzione fermata solo all’ultimo istante, il lungo e interminabile periodo di lavori forzati in Siberia.
Non lo sappiamo. Tra le nostre mani resta, intatta, la grandezza delle opere che ci sono state lasciate, quando apriamo uno dei suoi libri e leggiamo le sue pagine, ogni volta identificandoci con i personaggi ai quali l'autore ha dato vita, soffrendo con loro e commuovendoci per loro.
La loro vita è, in fondo, la nostra stessa vita. Le vicende della Russia di quel tempo lontano, mutati gli elementi esteriori di costume, non sono troppo dissimili dagli accadimenti della nostra storia italiana recente.
Uno dei meriti del film di Montaldo, che vale senz’altro la visione, è anche quello di evocare una serie di elementi di riflessione sui nostri tempi, sul rapporto tra istituzioni, potere e società civile, in primo luogo, ma anche sul significato di concetti come giustizia, libertà, solidarietà.

mercoledì 9 aprile 2008

Into the Wild

Avevo corso il rischio di non vederlo mai, per colpa di uno stupido preconcetto. Mi ero convinto - a torto, ora lo so - che la pellicola si limitasse all’esaltazione, ingenua e intrisa di ideologia, del ritorno dell’uomo alla natura incontaminata. Anche per colpa dei trailers, forse troppo centrati sulle immagini degli orizzonti a perdita d’occhio, di cui il film è pervaso.

Enrico ne aveva parlato con entusiasmo, in uno dei suoi post, ma io non mi sono lasciato convincere. Così come sono riuscito a opporre, per un po’ di tempo, una strenua resistenza anche ai tentativi della mia compagna, che ha provato di tutto pur di farmi cambiare idea.
Alla fine, ho dovuto cedere. Riluttante e recalcitrante, sono entrato in sala pronto a vendicarmi. Pregustando il piacere di una feroce stroncatura di regia, sceneggiatura, attori, dialoghi e colonna sonora.
Del film di Sean Penn.

Mi sono sbagliato.
Maledetto Sean. E’ riuscito a catturarmi. In pieno. Grazie all’intensità della storia e insieme alla delicatezza con la quale viene trattata, all’efficacia della sua forza narrativa e alla potenza visiva.
Certo, il mito della conquista degli spazi sterminati e della necessaria solitudine dell’esploratore è parte integrante dello spirito nordamericano, ma nel film resta assente ogni facile retorica, tipica di soggetti analoghi, e nella parte finale l’esperienza si ricompone, per assumere un significato nuovo per il protagonista. E per lo spettatore.

E’ possibile, lo ammetto, che io mi sia in parte identificato, a causa della mia storia passata, nel ragazzo che abbandona le sicurezze dei ritmi e degli oggetti quotidiani, forse come pretesto per allontanarsi da una famiglia che lo ha deluso profondamente. Eppure il ragazzo non è uno sprovveduto, né un’ingenuo. Ha in tasca una laurea e una sicura carriera ad Harvard. La sua meta, l’Alaska, sembra, anch’essa, non un traguardo, ma un consapevole pretesto: necessario per trovare la risposta definitiva al senso del suo lunghissimo viaggiare.

Sappiamo, noi adulti, che non esistono risposte definitive (anche se continuiamo, imperterriti, a cercarle). Questo, però, è un film che nutre la mente e arricchisce il pensiero.
Ti tengo d’occhio, Sean. Non credere di sfuggirmi, la prossima volta.

mercoledì 2 aprile 2008

Oggetti

Il caos intorno a me è generato anche dalla mia difficoltà a separarmi dagli oggetti. Sebbene inutilizzati da anni, sgarrupati, o fuori uso, spesso preferisco non abbandonarli, e non solo perché un giorno potrebbero essere utili. Stesso discorso vale per fogli, fotocopie, giornali, opuscoli senza qualità presi in una libreria o in biblioteca o distribuiti all’uscita della metro. Anzi, il vincolo con la carta stampata è ancora più tenace. Nell’era telematica, del book on demand, per me il libro è rimasto un oggetto prezioso e inviolabile come al tempo degli amanuensi.
Penso che invece dovrei affrancarmi dal superfluo, tenere l’essenziale, perché sarei più leggero, più libero anche interiormente. Magari anche più mobile e più eroico avendo meno da rischiare.
Per farla breve, quando mi sono deciso a fare un po’ di repulisti, mi è capitato fra le mani un bimestrale di cine-informazione, che avevo preso tempo prima al “Quattro Fontane”, e poi dimenticato sotto il peso di cento scartoffie. Rubando colpevolmente tempo al repulisti, mi sono bloccato su una breve intervista a Sean Penn: Into the wild, colonna sonora... Nella mia incontenibile innocenza, quando ho visto il film credevo che le canzoni (i cui testi sono sottotitolati in italiano) fossero di autori degli anni ’60 / ’70, le cui opere non erano arrivate alle mie orecchie o che non ricordavo più. “Un peccato che oggi non si facciano più testi del genere…”. Beh, ho scoperto che l’autore ha scritto le canzoni appositamente per il film, si chiama Eddie Vedder, è un cantautore dei nostri giorni, classe 1964. Ho fatto seduta stante una ricerca su internet e sono riuscito ad ascoltare di nuovo le canzoni che accompagnavano il film. Ho cercato anche i testi, e ho capito la scelta di mandare i sottotitoli: sono un elemento che arricchisce notevolmente un film, che appare controcorrente, comunica valori del tutto dissonanti con la mentalità che oggi predomina. Forse Sean Penn ha voluto dare corpo a un desiderio che non ha mai saputo realizzare (e con lui noi tutti, o quasi), ma che un ragazzo ha trovato il coraggio di porre in atto nei primi anni ’90. Into the wild è tratto da un romanzo che si ispira ad una storia realmente accaduta. È un film che potrebbe incoraggiarti verso un radicale, sano repulisti. Qui mi fermo, scusate, torno a liberarmi degli oggetti.



SOCIETY

Lyrics/ Music: Jerry Hannan

It's a mystery to me
We have a greed, with which we have agreed
And you think you have to want more than you need
Until you have it all, you won't be free

Society, you're a crazy breed
Hope you're not lonely, without me

When you want more than you have, you think you need
When you think more than you want, your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place
When you have more than you think, you need more space
Society, you're a crazy breed
Hope you're not lonely, without me

Society, crazy indeed

Hope you're not lonely, without me
It's those thinking more less, less is more
But if less is more, how you keepin' score?
It means for every point you make your level drops
Kinda like you're startin' from the top
And you can't do that

Society, you're a crazy breed
I hope you're not lonely, without me
Society, crazy indeed
Hope you're not lonely, without me
Society, have mercy on me
I hope you're not angry, if i disagree
Society, crazy indeed
Hope you're not lonely

Without me...



SOCIETY / SOCIETA'


Lyrics/ Music: Jerry Hannan

E' un mistero per me
Abbiamo un'avidità, ma che abbiamo accettato
Pensi di dover volere più di quello di cui hai bisogno
Finchè non hai tutto non sarai libero

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Quando vuoi più di quello che hai, pensi di avere bisogno
Quando pensi più di quello che vuoi, i tuoi pensieri cominciano a svuotarsi
Penso di dover trovare un posto più grande
Perché quando hai più di quello che pensi, hai bisogno di più spazio

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Ci sono quelli che pensano, più o meno, meno è di più
Ma se meno è di più, come fai a tenere il punteggio?
Significa che per ogni punto che fai scendi di livello
E' un po' come cominciare dalla cima
E non puoi farlo

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me
Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola, senza di me
Società, abbi pietà di me
Spero che tu non ti arrabbi, se non sono d'accordo
Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola

Senza di me...


GUARANTEED

Lyrics/ Music: Ed Vedder

On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup, I ask silently
That all my destinations will accept the one that's me
So I can breathe...

Circles they grow and they swallow people whole
Half their lives they say goodnight to wives they'll never know
Got a mind full of questions, and a teacher in my soul
And so it goes...

Don't come closer or I'll have to go
Owning me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you...

Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering, but I'm never what they thought
I've got my indignation, but I'm pure in all my thoughts
I'm alive...

Wind in my hair, I feel part of everywhere
Underneath my being is a road that disappeared
Late at night I hear the trees, they're singing with the dead
Overhead...

Leave it to me as I find a way to be
Consider me a satellite, forever orbiting
I knew all the rules, but the rules did not know me
Guaranteed


GUARANTEED / GARANTITO

Lyrics/ Music: Ed Vedder

Inginocchiato non c'è modo di essere libero
Sollevando una tazza vuota, chiedo silenziosamente
Che tutte le mie destinazioni accettino quella che sono io
Così posso respirare...

Cerchi si espandono e ingoiano le persone per intero
Per metà delle loro vite dicono buonanotte a mogli che non conosceranno mai
Ho una mente piena di domande ed un insegnante nella mia anima
Così va la vita...

Non avvicinarti di più o dovrò andarmene
Certi posti mi attraggono come la gravità
Se mai ci fosse qualcuno per cui restare a casa
Saresti tu...

Tutti quelli che incontro, in gabbie che hanno comprato
Pensano a me e al mio girovagare, ma io non sono mai quello che pensavano
Ho la mia indignazione, ma sono puro in tutti i miei pensieri
Sono vivo...

Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ovunque
Sotto il mio essere c'è una strada che è scomparsa
A notte fonda sento gli alberi, stanno cantando con i morti
Sopra di me...

Lascia che mi occupi io di trovare un modo di essere
Considerami un satellite, in orbita per sempre
Conoscevo tutte le regole, ma le regole non mi conoscevano
Garantito.


Le canzoni si possono facilmente ascoltare collegandosi a
http://www.youtube.com/

P.S.: Ho selezionato solo due testi della colonna sonora perché qui ci troviamo in una antologia di schegge, non siamo un’enciclopedia. Insomma mi sono dilungato troppo e non ho certo dato il buon esempio.



sabato 15 marzo 2008

L'ora di religione

Il potente dio della tecnologia almeno in Occidente ha in parte sostituito la religione, sua diretta concorrente, e anche la passione politica, che nel bene e nel male ha movimentato la Storia per un paio di secoli, direi dalla rivoluzione francese al crollo del muro di Berlino. Su un altro fronte, religione e politica sono state sfibrate da una divinità altrettanto popolare e influente: il denaro.
Casualmente gli ultimi due film che ho visto, si muovono intorno a personaggi molto simili: uomini frustrati i quali disperatamente inseguono soldi e successo (che in assenza di talenti si traduce in potere d’acquisto) sullo sfondo di una società alienata e alienante, spietata e indifferente. Niente di nuovo sotto al sole, storie simili ne abbiamo già conosciute. L’originalità sta forse nell’organizzazione del crimine a gestione familiare. Beninteso, non si tratta di famiglie camorriste o di clan malavitosi. Sono persone comuni e incensurate, l’uomo medio inglese o americano.
Così vanno più o meno le cose in Sogni e delitti di Woody Allen. Mentre Sidney Lumet (Onora il padre e la madre) pensa bene di andare oltre, e quindi i legami familiari non sono soltanto l’occasione per diventare assassini, ma anche fonte di vittime da rapinare, con esiti che andranno oltre il prevedibile…
Dunque il denaro ha ormai sfaldato anche i vincoli considerati più sacri. Questo in Occidente.

Nel resto del mondo, almeno in alcune aree, si assiste ad una sorta di riscossa della religione, che non soltanto tiene testa alle lusinghe di denaro e tecnologia, ma sembra avere anche preso il posto della politica. Mi riferisco certamente ai vari movimenti islamici di cui si fa un gran parlare, ma anche alle più recenti rivolte dei monaci in Birmania (Myanmar) e in Tibet. È vero che anche in passato, ad esempio durante guerra del Vietnam, i monaci buddhisti hanno manifestato il loro dissenso attraverso proteste a volte estreme (alcuni si sono dati alle fiamme), tuttavia la battaglia politica era saldamente nelle mani di movimenti laici. La disillusione nei confronti della politica, per noi, in tempi di “veltrusconismi”, non è molto difficile da comprendere. Resta da capire cosa ne sarà dell’Occicente se rimarrà in balia del dio dei motori e del bancomat, così lontano dalla spiritualità e dall’anima, da sempre fondamenti irrinunciabili dell’essere umano e della convivenza.

(E. M.)