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domenica 14 marzo 2010

In ricordo Di Jean Ferrat, poeta e cantautore.



In ricordo di Jean Ferrat, chansonnier di poeti e poeta egli stesso, cantautore, voce libera e coraggiosa, scomparso a settantanove anni. Cantava di libertà e di giustizia, di solidarietà e di ideali, ma anche di memorie d’infanzia e di sentimenti. In questa “L’amour est cerise” (L’amore è ciliegia) cantava l’amore, appassionatamente e senza falsi pudori.


Rebelle et soumise

Paupières baissées

Quitte ta chemise

Belle fiancée

L'amour est cerise

Et le temps pressé

C'est partie remise

Pour aller danser


Autant qu'il nous semble

Raisonnable et fou

Nous irons ensemble

Au-delà de tout

Prête-moi ta bouche

Pour t'aimer un peu

Ouvre-moi ta couche

Pour l'amour de Dieu


Laisse-moi sans crainte

Venir à genoux

Goûter ton absinthe

Boire ton vin doux

O rires et plaintes

O mots insensés

La folle complainte

S'est vite élancée


Défions le monde

Et ses interdits

Ton plaisir inonde

Ma bouche ravie

Vertu ou licence

Par Dieu je m'en fous

Je perds ma semence

Dans ton sexe roux


O Pierrot de lune

O monts et merveilles

Voilà que ma plume

Tombe de sommeil

Et comme une louve

Aux enfants frileux

La nuit nous recouvre

De son manteau bleu


Rebelle et soumise

Paupières lassées

Remets ta chemise

Belle fiancée

L'amour est cerise

Et le temps passé

C'est partie remise

Pour aller danser




Qui, invece, canta le parole di Louis Aragon: "Aimer à perdre la raison"

sabato 30 gennaio 2010

"La prima cosa bella" di Paolo Virzì


L’hanno già visto quasi tutti, i miei amici, e si dividono tra gli entusiasti e i meno convinti. Io, prima di stasera, ho tentato due volte senza successo, perché i posti erano esauriti: elemento, questo, che di solito mi fa diffidare di un film. Si fa buio in sala e mi coinvolgo subito, fin dalle prime battute, suoni e immagini. Non appena le lacrime cominciano a intrecciarsi con le risate mi pento di avere scelto l’ultimo orario, quando le difese sono allentate e la notte piena spinge a lasciarsi andare alle emozioni. Mi chiedo se l’immediato e intenso coinvolgimento che provo sia dovuto al sapore così toscano del film, cioè, essendo io toscana, alla possibilità di sentirmi catapultata improvvisamente nella mia stessa infanzia, ma osservando la persona che è con me, non toscana, mi accorgo che è commossa altrettanto. Ci si identifica, penso, perché nessuno dei personaggi è a tutto tondo, buono o cattivo, forte o debole, ma tutti quanti mostrano le proprie luci e le proprie ombre, appaiono dipinti di colori contrastanti e contrastanti si mostrano anche i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro spinte a scegliere o a lasciarsi agire dal destino. Sono persone vere, sono i tuoi amici, i tuoi cari e tu stesso nei momenti aspri o leggeri della vita. Vorresti prendere i personaggi per mano uno a uno e accompagnarli a guardare con occhi diversi ciò che si presenta come ineluttabile, drammaticamente ostile, incomprensibilmente crudele. Il figlio maggiore, per esempio, avvolto in un mantello di gelo che solo sembra poterlo proteggere e, paradossalmente, scaldare. L’amore, le carezze, la vitalità che intravede negli altri sembrano quasi ucciderlo, poiché non si sente autentico in alcun modo, né guardando né chiudendo gli occhi, né fuggendo né restando, fino al momento finale nel quale segue il consiglio della madre, ultimo dono di vita di lei, e si immerge nelle acque del mare familiare della sua infanzia, riconciliandosi, finalmente, con il proprio passato.

Vengono in mente i tanti studi sui sentimenti contraddittori che ispira la madre al bambino molto piccolo, stupito, affascinato e spaventato insieme dal potere emozionale che lei esercita su di lui. Lo psicoanalista Donald Meltzer ha intitolato un suo libro sull’argomento proprio “Amore e timore della bellezza” e ha individuato l’origine di quello che lui e altri, in seguito, hanno studiato come “conflitto estetico”, nei sentimenti suscitati dal guardare il volto della madre, sottoponendosi al suo fascino ambiguo. Il volto della madre è bellissimo e terrifico insieme e non è solo da guardare: è odore che ti inebria, è capelli che ti sfiorano le guance nell’abbraccio, è sorriso che ti accoglie ed è voce ammaliante di sirena che canta e sussurra.

Ma non è così, in maniera accademica e, dunque, necessariamente un po’ distante, che vorrei scrivere di questo film. Un film che parla di noi, di ciascuno di noi: della nostra incoerenza affettiva, delle nostre emozioni complesse, del nostro gettar via, qualche volta, il tempo e lo spazio che abbiamo a disposizione creandoci da soli le catene che ci fanno soffrire o distruggendo ciò che ci rende felici, ma, soprattutto, della nostra confusione e del nostro spaesamento quando ci troviamo di fronte alla perdita, al vuoto e al silenzio e ci sembra di non poter scorgere, in queste esperienze, l’origine di una rinascita, sia pure dolorosa, ma foriera anche di nuove gioie.

Al centro del film c’è una figura di donna bellissima, vitale, autentica nelle sue fragilità e contraddizioni. Anna, lo stesso nome della madre (Annina) che Giorgio Caproni immortala in molte delle sue poesie: una figura anch’essa inusuale e affascinante che appare tra le vie di una Livorno di inizio novecento e le percorre, a piedi o – facendo scandalo, all’epoca – in sella a una bicicletta azzurra, avvolta nel suo scialletto rosso e con la collanina di corallo sulla camicetta dischiusa, tutta odorosa di cipria e di mare.

Nel film quasi tutti i maschi che ruotano attorno ad Anna – il figlio-bambino, il figlio diventato adulto, il marito, quelli che impomatati nei riporti un po’ laidi esibiscono con arroganza il proprio invidioso desiderio – la guardano con ammirazione e la disprezzano insieme. Una delle più commoventi scene è quella nella quale, cacciata di casa dal marito geloso, respinge indietro le lacrime e canta attraversando la notte la canzone che dà il titolo al film, in cerca di un riparo per sé e per i suoi piccoli; mentre li protegge con braccia che si fanno mantello e sembrano ali con le quali poter volare lontano da ogni cattiveria; l’altra è quella sul letto di nozze e di morte insieme, quando la vitalità di lei sembra quasi donarle la forza di uscire, leggera, dal proprio corpo morente e danzare morbida e sensuale, sorridente e carezzevole, sulle note dello struggente Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Mascagni. Un brano che sembra racchiudere in sé, intensamente, tutto il senso film, esprimendo insieme nostalgia, cioè dolore del passato e speranza e voglia di aprirsi di nuovo alla vita.

Quando torno a casa i miei passi risuonano, uno dopo l’altro, ritmati, nel silenzio; il rumore dei tacchi sul selciato di solito mi infastidisce, ma questa volta mi consola: è il segno tangibile di una presenza viva, proprio la mia, e mi accompagna attraverso il nero della notte insieme all’immagine consolante di Anna: una piccola donna felice di vivere e capace, nonostante tutto e persino nel momento della morte, di amare e di godere delle cose belle e buone del mondo.

Stringendosi nello scialletto

scarlatto, ventilata

passava odorando di mare

nel fresco suo sgonnellare.

Livorno le si apriva

tutta, vezzeggiativa:

Livorno, tutta invenzione

nel sussurrare il suo nome.

Prendeva a passo svelto,

dritta, per la Via Palestro,

e chi di lei più viva,

allora, in tant’aria nativa?

(...)

Giorgio Caproni

lunedì 2 novembre 2009

I poeti inascoltati.



E' morta Alda Merini. Ma oggi è anche il giorno del ricordo di un'altra morte, quella di Pier Paolo Pasolini, poeta inascoltato anche lui e profetico in certe sue scomode o dolorose affermazioni, allora troppo difficili da accettare.
Il video ripropone la bella canzone che gli hanno dedicato Giovanna Marini e Francesco De Gregori.

mercoledì 21 ottobre 2009

La poesia per opporre resistenza



E’ la poesia di un’amica che vive e lavora in Italia, in un’altra città, dopo aver attraversato in passato gli orrori di una dittatura, del carcere e della tortura. Le parole che accompagnano il filmato a lei dedicato, tradotte, suonano così:

“Immagini musicali della memoria.

Parrole che cercano, che ricordano con nostalgia la propria terra e la propria gente.

Anna Milazzo vive attualmente in Italia. Dalla sua infanzia è vissuta in Uruguay, fino alla dittatura che cercò di esiliarla nel silenzio. Non ce l'hanno fatta: con voce di madre continua a parlare alla nostra gente.

Inserisco il testo della poesia e una traduzione che ho chiesto ad Anna stessa, ma che, come lei afferma, non rende del tutto la poesia e il suo ritmo.

20 de Julio

El dia llegaba anunciando una esperanza

Mi vientre, manatial fertìl y lujuriante

Acogia una vida que era mi misma vida

Fruto maduro de un amor policromo

Amasado con el sueno de una triste milonga

Con el llanto de un tango lànguido y ausente

Y con los vibrantes cantares del idioma de Dante

Llegaste no ya quando debìas sino quando quisiste

Tu llanto traìa la alegria y la luminosidad del verano

Tu, pajarito implume, anunciaste la risa y el llanto

Ojos de azabache, piel de aceituna, cabellos gitanos

Tu madre, extranjera y perdida en tierra lejana

Se volviò una loba olfateando tu olor y lamiendo tu piel

Te cuidò como pudo, animal herido

Lejana su tierra y perdido su nido

Costruyò para ti un cerco de amor y de miedo

Te volviste hombre, àrbol de roble con corazòn de miel

Ostinado viandante, caminas sin prisa abriendo senderos

Encontrando viajeros que trabajan, piensan y suenan

A ti solo te importa saber si es buena gente


20 Luglio

Il giorno arrivava annunciando una speranza/il mio ventre, fontana fertile e rigogliosa,accoglieva una vita che era la stessa mia vita./Frutto maturo di un amore policromo,/impastato con il sogno di una triste milonga,/con il pianto di un tango languido e assente/e coi vibranti canti della lingua di Dante/Arrivasti non quando dovevi ma quando hai voluto./Il tuo pianto portava l’allegria e la luminosità dell’estate/Tu, uccellino implume annunciasti il riso e il pianto,/occhi di azabache, pelle di oliva, capelli gitani./Tua madre, straniera e perduta in terra lontana./Diventò una lupa annusando il tuo odore e leccando la tua pelle/Ti accudì come potette, animale ferito./Lontana la sua terra e perduto il suo nido/costruì per te un cerchio di amore e paura./Diventasti uomo, albero di rovere con cuore di miele/Ostinato viandante, cammini senza furia aprendo sentieri/incontrando viaggiatori che lavorano, pensano e sognano/a te solo importano i paesaggi del cuore della brava gente.

Anna Milazzo


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domenica 5 luglio 2009

Il mondo vecchio

Il nuovo mondo di Antonella mi ha richiamato alla memoria il mondo vecchio che G.G. Belli illustra in un sonetto del 1832, un’epoca in cui l’assolutismo non era tramontato ovunque, e tantomeno nello Stato Pontificio (in fondo ancora oggi Città del Vaticano…). Questi versi esprimono con naturalezza, efficacia, sintesi, comicità l’essenza dell’ancien régime e dell'arroganza del potere. Da leggere a scuola anche per segnalare l’origine dell’unico verso (un po' volgare...) che molti alunni già conoscono avendo visto “Il marchese del Grillo” con Alberto Sordi.
Altre considerazioni sull’attualità del sonetto le lascio ai lettori.




Li soprani der Monno vecchio

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».

Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».



I sovrani del mondo vecchio

C’era una volta un Re che dal suo palazzo
rese noto ai suoi sudditi questo editto:
“Io sono io e voi non siete un cazzo,
bruttissima canaglia, e silenzio.

Io rendo dritto lo storto e storto il dritto:
vi posso vendere tutti a un tanto al mazzo:
Io, se vi faccio impiccare, non commetto un abuso,
perché la vita e la roba Io ve la concedo temporaneamente.

Chi vive in questo mondo senza il titolo
o di Papa o di Re o di Imperatore,
costui non può mai avere voce in capitolo”.

Con questo editto il Boia partì come messaggero,
interrogando tutti i sudditi nel merito:
e tutti risposero approvando senza esitazione.

giovedì 5 febbraio 2009

Saudade

A volte si ha voglia di regalare un frammento di emozioni, magari una musica.

"Estranha forma de vida" di Amalia Rodrigues:



Racconta il proprio cuore, Amalia; cuore che ha una strana forma di vita; cuore indipendente, cuore indomabile, che vive una vita perduta, sanguinando ardentemente...
Il Fado canta la saudade. E’ una parola intraducibile, la saudade, ed è Lisbona; incarna forse le ombre segrete: di lei, città bianca e gialla di luce. Il Fado porta profumi di africa o di america latina, canti di marinai attraverso brezze leggere, sospiri, rochi suoni percussivi di chitarre. Racconta lo sguardo volto verso un altrove nel fuggire da una piccola striscia di terra affacciata sull’oceano immenso; per sottometterlo e conquistare e perdere il mondo intero dopo averne lambito i confini. Il fado è nostalgia, ma è anche sensualità, vibrazione; è desiderio, ma è anche lamento, canto struggente di quanto non è più, acuto sentimento di una mancanza.

Esprime una malinconia quasi paradossale, venata di gioia e stupore; una malinconia che sembra vestirsi a festa per i frammenti di felicità vissuti. E’passione trattenuta, sospiro, lacrima, carezza, mare. Ci conduce nei vicoli erti e stretti dell’Alfama, tra le case abbracciate le une alle altre, su per il succedersi infinito dei gradini: finché ci regala gli improvvisi squarci delle terrazze aperte sul vasto orizzonte marino. Allora ci lasciamo avvolgere dagli odori, ora aspri, ora dolci di spezie, arrendendoci alle ore di piatta calura stagnante, nel silenzioso deserto delle grate e degli scuri abbassati al sole già alto nel cielo e presago del proprio tramonto.

Amalia Rodrigues, senza tradirne la radice popolare, trasfigurò il Fado nel vento arioso, mesto e appassionato al quale i poeti avrebbero potuto affidare le proprie parole. Così Camoes, così Pessoa, così Saramago poterono dare loro ali per volare... Poesia e musica, del resto, da sempre si confondono.

venerdì 16 gennaio 2009

La neve e l’addio


Erano giorni di neve e di speranza. E nella neve, la speranza ha avuto alito di vento. Sorridevamo, ancora più sicuri, ormai, che non poteva accadere. Non ora, non a te. Tu avevi scritto poesie, infatti.

Ne trascrivo una, che leggerà chi non ti conosceva, perché tu continui a parlare.

CANTO

ora voglio parlarvi di me
se ricordo come si fa

di zone morte ed altre verità

quando il sangue sposava le lacrime
e ogni mattino era da rifare
le mani immerse nelle ore correnti
stillavano argento e rilasciavano foglie

e leggevo dylan thomas
senza capire come giovane è il sole
solo una volta
né sapevo che avrei cantato
anche io anche domani
come il mare nelle sue catene


Tratta da: Franca Casagrande, Nessuno si fa male, Roma 1995.

sabato 6 dicembre 2008

Un paese meno straziato


Il titolo e i contenuti dell’ultimo post di Antonella “Spaesamento”, hanno evocato sensazioni, frammenti di quell’atavica angoscia che ci coglie in odore di malattia e morte, specie quando questi eventi vengono spogliati della loro naturalezza e (al contrario di quanto accade o, meglio, accadeva, nelle società più arcaiche) assimilati a vergogna, internamento, perdita della dignità... Purtroppo in una logica “positivistica”, apparentemente punitiva, si priva il malato della sua umanità, abbassandolo al livello di una macchina, che per essere aggiustata ha solo bisogno di un bravo meccanico che sappia individuare il pezzo che non funziona, e che lo ripari o lo sostituisca.
Non mi dilungo su questi aspetti che in parte sono già stati affrontati in precedenti post, per passare alle altre considerazioni accese dallo “Spaesamento”.

Due poeti.

Ungaretti conclude una nota poesia (San Martino del Carso) scritta durante la Grande Guerra, con i versi “É il mio cuore / il paese più straziato”.
Dunque anche il cuore è un paese, un luogo che può essere ben coltivato, saggiamente governato oppure abbandonato o distrutto. Ed effettivamente lo spaesamento provocato in genere da cause esterne, si manifesta ed agisce nella nostra interiorità. Allora, una volta vissuta l’esperienza di angoscia e dolore che accompagna malattia e morte, resi dunque più sensibili a questo tipo di sofferenza, perché non contribuire ad eliminare le cause negative che dal di fuori aggrediscono la pace delle nostre anime, straziando il nostro cuore-paese? …
E’ quanto ci propone il Leopardi del pessimismo eroico, immortalato nella “Ginestra”. Perché gli uomini non smettono di attaccarsi senza motivo, negli aspetti grandi, importanti della vita, su vasta scala come nella guerra, ma anche nelle piccole cose della quotidianità? Riuscendo a compiere questo passo fondamentale, cesserebbero conflitti di ogni genere, e tutte le energie potrebbero essere destinate a combattere quell'eterna battaglia che non conosce pause, contro le calamità naturali e le malattie. Forse, in una dimensione dove tutti aiutano tutti (senza forzature o accanimenti) la malattia, sarebbe vissuta con più serenità, come un’esperienza rischiosa, come un viaggio spartano in un paese remoto, dal quale non si ha la garanzia di poter ritornare, ma sostenuti dalla solidarietà del prossimo, senza perdere la dignità, senza vergogna, sensi di colpa, paure di negligenze o malasanità.

domenica 10 febbraio 2008

Una piccola scheggia?

Alcuni giorni fa è accaduto qualcosa che non avevo previsto, che fino qualche tempo prima non avrei immaginato.
A causa di progetto scolastico sulla pace, ho dovuto scegliere alcuni testi che trattano questo tema. Fra varie poesie ho proposto anche una canzone: “La guerra di Piero”. Un’alunna che partecipa con assiduità ha portato il suo lettore mp3, che conteneva la canzone di De André, con due piccole casse che sostituivano le cuffiette consentendo a tutti di ascoltare le note e le parole.
Mi sono commosso, mentre le note andavano, anche se facevo “il vago”, senza darlo a vedere. Sfogliavo un libro e guardavo gli alunni che ascoltavano
Mi hanno chiesto di sentirla ancora. Ho detto: va bene. E li ho invitati ad appuntare su un foglio le emozioni trasmesse dalla canzone. Emozioni. Molti di loro scrivevano davvero. Caro Faber, sei ancora tra noi.
Questi ragazzini di prima media, che pensano sempre all’apocalisse, ad una catastrofe decisiva che cancellerà la razza umana, e forse anche la Terra… Io non mi soffermavo mica su questi pensieri alla loro età. Può darsi che a seguito di un film, di una lettura, una suggestione, mi sia posto il problema, ma la mia non era un’idea costante. Mi chiedono quando ci sarà la fine del mondo. Come se qualcuno potesse dare una risposta in grado di placare le loro ansie.


Prima del suono della campanella, per il “laboratorio di poesia” (un altro progetto… nella scuola di oggidì si fa un gran progettare…) ho fatto in tempo a leggere due strofe di una filastrocca rap che avevo scritto ispirato dalla vita scolastica, quando ho insegnato in un istituto professionale alcuni anni fa.
I ragazzi hanno ascoltato con attenzione entrambe le proposte, c’è stato un silenzio intenso e fecondo che abbracciava l’aula. Non è consuetudine il silenzio in quella classe. Parlano in continuazione. Per avere la parola anche per pochi minuti, mi fanno sudare.Tornando a casa, mi sono reso conto che forse, senza volerlo, avevo prodotto una piccola scheggia postuma: probabilmente la reminiscenza di quel paio di strofe resterà depositato, almeno per i prossimi 80 anni, fra i neuroni di qualche consimile che di sicuro mi sopravviverà.