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lunedì 31 agosto 2009

Essere o non essere (su Facebook)


“Essere su Facebook”. Chi lo considera un mezzo di conoscenza, chi una necessità per dimostrarsi ‘cool’, chi un abominio, chi un amplificatore per poter far conoscere a tutti le proprie opinioni, chi un canale adolescenziale, chi un’occasione per esprimere se stesso, chi nulla più che una metafora dei rapporti vis a vis.
Forse Facebook è effettivamente un po’ tutte queste cose, e molte altre, nel magma di individualità che ne formano la rete. Ognuno, che lo voglia o meno, che ne sia o meno consapevole, inietta in Facebook i tratti distintivi del proprio carattere, contribuendo con i propri pregi e anche con i propri difetti allo sviluppo di questa sorta di personalità multipla e al clima che vi si respira, momento per momento.
Anch’io, da qualche tempo, sono su Facebook. Non è molto, appena pochi mesi, e neanche la mia frequentazione è molto assidua: di certo non rimango collegato per ore e ore. Questo breve periodo, comunque, mi ha dato l’impressione che il bilancio del network sia, almeno per ora e sotto diversi aspetti, positivo. Nel senso che questa nuova modalità di comunicazione consente una partecipazione attiva ai fermenti culturali della società, non importa se ‘alti’ o ‘bassi’. Dipende da come la si usa.
Ben vengano le espressioni di gioia, quelle di malessere, le frasi di tre parole, i testi di cinquanta righe, le foto del gatto, quelle del nonno, le albe e i tramonti, i video di Eisenstein e quelli dei Griffiths.
Quanto alle volgarità gratuite, agli insulti, al cinismo, all’incitamento alla violenza: grazie, ne faccio volentieri a meno.

giovedì 21 maggio 2009

Scrivere su carta virtuale: una reversibilità che può essere liberatoria.


L’immagine di Isotta che scrive a Tristano, una delle più note di Aubrey Bearsdley, mi ha sempre suscitato una sorta di commozione. E’ distante e vicina nello stesso tempo. Ci si immagina che il raccolto scrivere di questa donna, avvolta dai suoi lunghi neri capelli, avvenga nella notte, anche se nessun indizio grafico ce lo dice. Si percepisce la solitudine e un ponte gettato a colmarla, fatto di parole su carta. E' una solitudine amica, non ostile, che permette di pensare e di esprimere ciò che si sente in maniera diversa - e a volte anche più intensa - rispetto al dialogo delle voci.

Ho inviato moltissime lettere in passato, agli amici lontani, ma anche alle persone vicine, comprese quelle di quotidiana frequentazione. Ciò che veniva scritto aveva il segno dell’irreversibilità. Si distaccava da chi scriveva per essere fatto oggetto di possesso da chi riceveva la lettera e non era modificabile né tanto meno eliminabile da parte dell’autore. Il paradosso di quella scrittura era proprio questo: cioè che pur nascendo come forma di comunicazione poteva appartenere solo all’uno o all’altro degli interlocutori, a chi scriveva o a chi leggeva: insomma, a una persona alla volta.

Mi sono iscritta a Facebook dopo tanto pensare critico in proposito che però ha sempre controbilanciato la mia curiosità. Temevo una sorta di invadenza degli altri e una più pesante irreversibilità delle azioni di scrittura. Poi mi sono detta che anche per criticare un luogo di relazioni o un percorso occorre sperimentarlo.




E' buffo: il piano scrittorio inclinato sfiorato dalle mani di Isotta sembra quasi un portatile...












Sono solo tre giorni di frequentazione molto frammentata di Facebook, impiegata soprattutto a cercare di scoprirne gli aspetti tecnici, ma anche a strutturare il mio spazio come cornice relazionale e a proposito di questa seconda qualche problema si è già presentato: per esempio come fare con chi, amico, si propone con un simbolo politico anziché con un’immagine personale. Tra le due categorie (vetuste) di destra e sinistra mi colloco in una delle due piuttosto che nell'altra ed è la stessa della maggior parte dei miei amici; ma non mi riconosco in alcuna formazione organizzata. La piccola incertezza relazionale dettata dalla foto del profilo di una richiesta di amicizia mi ha costretto a pensare: alle categorie di cui sopra (“destra” e “sinistra”) per esempio; ma anche alla responsabilità di ciò che viene scritto su carta virtuale, cioè condivisa e non più possesso solo dell’uno o dell’altro. Nel caso specifico ho risolto inserendo nel mio profilo una specificazione (che all’inizio avevo deciso di non mettere) sul mio orientamento politico e la mia non appartenenza a organizzazioni strutturate. Il tutto nel segno della reversibilità, cioè nella dimensione del possibile.

domenica 12 ottobre 2008

Scrivere in rete

Se per “rete” intendiamo la multidiramazione simultanea dei messaggi che rompe i limiti spazio-temporali vedo bene le opportunità; i rischi sono legati, invece, al fatto che in rete si scrive in un certo senso proprio “senza rete” (intesa in riferimento al mondo dei trapezisti). Perché non ci si conosce e dunque si possono facilmente proiettare sull’altro, di cui magari ignoriamo persino il volto, attese e paure che appartengono a noi. E l’altro, naturalmente, ci ricambia con la stessa moneta.
E’ buffo, non sono una pessimista, anzi; e non lo è neanche Bruno che conosco indipendentemente dal blog. Direi che siamo accomunati dal difetto opposto. Tuttavia ciò che scrive Carlo mi ha spinto a leggere con occhi diversi gli interventi di tutti e la coloritura emozionale del blog nel suo insieme; ha ragione, ci può essere una ricezione diversa dalle nostre (in questo “nostre” includo anche Enrico) intenzioni comunicative. Forse abbiamo usato il blog, senza volerlo né saperlo, per dare sfogo alle nostre parti più disperate e permettere alle altre, a quelle di segno opposto, di continuare a esprimersi altrove. L’intervento di Bruno sulla meritocrazia, per esempio, è scritto da una persona che si batte da sempre e in tutti i modi nei quali gli è possibile perché le cose vadano diversamente rispetto ai terreni clientelari e nepotistici che (specialmente nel nostro paese) hanno una significativa tradizione e diffusione; una persona che,dunque, crede possibile anche che si possa incrinare il destino. Tuttavia, io intendo bene lo scritto anche perché conosco la persona.
Come rimediare allora?
Cercando di ponderare le parole quando si scrive, certo; ma questo cozza quasi sempre con la necessità di essere brevi, che non rinnego, e che tuttavia, proprio in questo momento, sto forse già infrangendo. Occorre, dunque, un preciso impegno riflessivo, almeno da parte di chi concorre come autore, alla lettura attenta dell’altro e soprattutto al non avere remore né nel chiedere chiarimenti, né, tanto meno, nel criticare. E infine bisognerebbe non prendere troppo male le critiche, viverle come una specie di stimolo e elaborare l'innegabile frustrazione di non sentirsi capiti o spalleggiati. Non dobbiamo mica essere cloni l’uno dell’altro!
Dico la verità, il nome del blog, forse, potremmo cambiarlo. “Schegge” suona, indipendentemente dalle intenzioni, un po’ aggressivo; fa pensare a forzature e a ferite; “postume”, poi, è forse ciò che, sempre indipendentemente dalle intenzioni, alimenta il senso del non più sperare... Meglio qualcosa di vivo, legato al qui e ora.
Forse il nome stesso dovrebbe veicolare un messaggio in positivo, riferito a un’attesa, a una speranza e anche alla possibilità di dialogare pur mantenendo, ciascuno di noi, il diritto alla propria diversità.
Proporrei una sorta di consultazione interna, fatta per e-mail, sul nome del blog, se non ci siete troppo affezionati. Naturalmente lasciando inalterato ciò che finora abbiamo scritto.