Visualizzazione post con etichetta facebook. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta facebook. Mostra tutti i post

martedì 8 dicembre 2009

Una nuova speranza


Tentare di prevedere il futuro del neonato movimento viola rappresenta una scommessa ad alto rischio. La mancanza, almeno sino ad ora, di un’identità stabile e di un programma di azioni definito rende questo nuovo soggetto un magma incandescente, dai contorni fluidi e irregolari: un magma che nessuno potrà comprendere limitandosi a utilizzare i vecchi parametri di analisi, quelli che da sempre definiscono le formazioni politiche tradizionali.
Se un social network è stato lo strumento tramite il quale confuse istanze di malessere e di protesta dei singoli si sono coagulate in un unico canale, l’impulso al movimento, in ogni caso, è stato fornito dalle persone stesse che hanno deciso di aderirvi. Un insieme di persone reali, dunque, non un semplice elenco di nomi su facebook.
Di certo, si avverte qualcosa nell’aria. Un profumo inatteso. Il profumo di un fermento inconsueto, di un senso di possibile liberazione, di una nuova speranza. “Speranza, unico bene de gli afflitti mortali” è il canto di Orfeo nell’opera omonima di Claudio Monteverdi. Ed è vero. Abbiamo, tutti, un estremo bisogno di speranza. Senza speranza non ci resta che lasciarci vincere dall’indifferenza e dal cinismo, diventare peggiori, crudeli, spietati. Non ci resta che morire, ancora in vita.
Sta crescendo a vista d’occhio il numero di tutti coloro che avvertono l’urgenza di simboli di speranza vivi, concreti, saldi, potenti. E la gigantesca mobilitazione del 5 dicembre - che sia stata davvero gigantesca lo dicono le immagini, che chiunque può reperire - sembra emergere dal nulla che l’ha preceduta come un riferimento simbolico cruciale, da non sottovalutare.
Questo straordinario evento, per chiunque vi abbia partecipato, fisicamente o emotivamente, costituisce la prova che la partecipazione brucia ancora sotto la cenere dell’informazione di stato. La prova che il nostro Paese non è immobile, come avevamo temuto. La prova che, unendo le forze e superando le divisioni, è possibile riconquistare la fiducia nella nostra stessa capacità di cambiare - e di far cambiare.

lunedì 31 agosto 2009

Essere o non essere (su Facebook)


“Essere su Facebook”. Chi lo considera un mezzo di conoscenza, chi una necessità per dimostrarsi ‘cool’, chi un abominio, chi un amplificatore per poter far conoscere a tutti le proprie opinioni, chi un canale adolescenziale, chi un’occasione per esprimere se stesso, chi nulla più che una metafora dei rapporti vis a vis.
Forse Facebook è effettivamente un po’ tutte queste cose, e molte altre, nel magma di individualità che ne formano la rete. Ognuno, che lo voglia o meno, che ne sia o meno consapevole, inietta in Facebook i tratti distintivi del proprio carattere, contribuendo con i propri pregi e anche con i propri difetti allo sviluppo di questa sorta di personalità multipla e al clima che vi si respira, momento per momento.
Anch’io, da qualche tempo, sono su Facebook. Non è molto, appena pochi mesi, e neanche la mia frequentazione è molto assidua: di certo non rimango collegato per ore e ore. Questo breve periodo, comunque, mi ha dato l’impressione che il bilancio del network sia, almeno per ora e sotto diversi aspetti, positivo. Nel senso che questa nuova modalità di comunicazione consente una partecipazione attiva ai fermenti culturali della società, non importa se ‘alti’ o ‘bassi’. Dipende da come la si usa.
Ben vengano le espressioni di gioia, quelle di malessere, le frasi di tre parole, i testi di cinquanta righe, le foto del gatto, quelle del nonno, le albe e i tramonti, i video di Eisenstein e quelli dei Griffiths.
Quanto alle volgarità gratuite, agli insulti, al cinismo, all’incitamento alla violenza: grazie, ne faccio volentieri a meno.