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giovedì 11 febbraio 2010

Utopie politiche, sogni e conigli immaginari

“Harvey” è un bellissimo film di Henry Koster del 1950. Non ero ancora nata, all’epoca, dunque l’ho visto solo in televisione e ogni volta ho sentito di amarlo ancor di più della precedente. Il protagonista, Elwood P. Dowd, interpretato da James Stewart, è un uomo dolce, affabile, sensibile e simpatico che afferma di avere come amico un coniglio bianco alto due metri (Harvey) con il quale condivide le passeggiate, la conversazione e ogni altra esperienza. Questa sua bizzarria genera non pochi imbarazzi alla sorella, che di per sé lo accetterebbe anche così com’è se non avesse a che fare con le reazioni degli altri. Elwood viene internato, ma alla fine la sua illusione avrà la meglio e l’amico immaginario apparirà sulla scena dimostrando la propria esistenza allo psichiatra e agli stessi spettatori. Ho amato questo film, molti anni fa, perché parlava in maniera intelligente e tenera allo stesso tempo dell’universo della follia; cioè di qualcosa che non mi riguardava direttamente, ma toccava in maniera molto intensa la mia sensibilità e i miei interessi, allora come oggi. In questi giorni il film mi è tornato alla mente spesso, ma in una luce totalmente diversa. Ripensandolo mi sono detta, infatti, che ciascuno di noi esseri umani, folle o normale (e i normali, forse, più dei folli) ha i propri Harvey: che possono essere gruppi di persone o anche singoli esseri umani. La fiducia nel gruppo di cui si è parte – facciamo il caso, ad esempio, di una formazione di tipo politico – è direttamente proporzionale all’impegno e alle attese che riponiamo nel gruppo stesso rispetto agli obiettivi e agli ideali che ne definiscono l’identità. Quando si fa parte di un gruppo i cui singoli membri sono accomunati da determinati ideali si dà per certo che le loro mosse saranno abbastanza coerenti rispetto ad essi e il contrario ci provoca un’intensa delusione e magari la decisione del distacco. In maniera analoga anche nei confronti di persone che a vario titolo ci sono care noi riteniamo spesso di sapere per certo quali comportamenti metterebbero in atto in determinate circostanze e quali, invece, non potrebbero mai e poi mai appartenere loro. Questo sentimento di certezza ha a che fare con la fiducia e, in ugual misura, con i sogni. E’ ciò che ci permette di lasciarci andare, di allentare le difese, di stabilire territori di intimità ben distinti rispetto a quelli nei quali ci sentiamo soli e incompresi; ma è, nello stesso tempo, ciò che ci rende fragili e dipendenti da coloro che amiamo, dall’immagine che abbiamo di loro che non solo ci piace, ma ci conforta e ci dà certezze e speranze indispensabili per attraversare i marosi della vita senza venirne spazzati via. Capita di rimanere feriti dal comportamento di un gruppo o di una persona inconciliabile con l’immagine che ne avevamo e che ci piaceva, confortava, dava speranze e incrementava la nostra fiducia nell’umanità. Allora, se il dolore è particolarmente intenso e la delusione insopportabile, quando ci sembra di dover ridefinire tutto, i contorni delle cose e di noi stessi tra le cose e la natura, ci chiediamo, anche per il passato, se abbiamo avuto a che fare con persone reali o con amici immaginari da noi stessi creati per poter attraversare il vuoto e la mancanza di senso. Quando questa domanda si affaccia alla nostra coscienza ci lascia scossi e come spersi in un universo che improvvisamente appare immenso e cattivo: un deserto freddo, notturno, senza orizzonti, mentre la sabbia si solleva in rapide spirali di vento e si posa sulla pelle, sui capelli e sulle vesti cancellando le nostre impronte e annullando, così, anche i ricordi più cari. Ma, forse, la domanda che dovremmo porci in questi casi è un’altra e ci viene suggerita dal film stesso il cui protagonista, in una delle scene più toccanti, spiega allo psichiatra che sua madre gli ricordava spesso come nella vita occorra scegliere se essere astuti o amabili e che lui, pur sapendo che sarebbe stato più conveniente farsi astuto, aveva sempre ritenuto preferibile essere amabile.Forse dovremmo chiederci se l’aver creato illusioni di solidarietà e condivisione rispetto a gruppi o a singole persone sia comunque importante. L’illusione, infatti, non è menzogna e inganno, ma testimonianza del nostro poter essere creativi; l’illusione è fatica e costruzione razionale, ma anche, nello stesso tempo, leggerezza e gioco. L’illusione testimonia della soggettività del nostro affidarci ad altri mettendoci anche, talvolta, nelle loro mani e della nostra capacità di credere ai sogni al di là del riscontro, del tornaconto finale, del risultato materiale. Forse dovremmo più semplicemente convincerci che è importante coltivare l’illusione (cioè il sogno) di un’utopia indipendentemente dal suo realizzarsi o meno (come, del resto, vuole la tradizione di questo concetto) e dalle delusioni alle quali, probabilmente, andremo incontro. Perché proprio il nostro non voler rinunciare a sogni e ideali rende la vita degna di essere vissuta.

domenica 10 gennaio 2010

Il compromesso, la mediazione e la semplicità dei sogni


Il compromesso è cosa ben diversa dalla mediazione. Quest’ultima rappresenta un accordo leale fra gentiluomini (e gentildonne, per ravvivare un po’ l’espressione usurata), che non comporta la rinuncia ai propri ideali e valori. Il compromesso, invece, si basa su una trasformazione, magari non evidente a tutta prima o non consapevole, della propria identità nei suoi tratti essenziali. Nella mediazione (un mezzo, appunto) infatti, non ci si muove in contrasto con i fini che si perseguono, nonché con i propri ideali e valori; nel compromesso, al contrario, si cede alla lusinga del fine che giustifica i mezzi e ci si trasforma fino a diventare irriconoscibili a noi stessi e agli altri. Dire che ritengo indispensabile l’arte della mediazione, ma deleteria la disponibilità al compromesso è necessario per poter parlare di sogni.

Una volta, tanto tempo fa, sognavo, come fanno gli adolescenti, di un mondo migliore: un mondo pacificato, nel quale i conflitti fossero tollerati e mediati, ma non affrontati con guerre e sopraffazioni. Un mondo più giusto, nel quale nessuno fosse costretto a morire di fame o di emarginazione. Un mondo più colorato, nel quale a regnare non fosse la cappa del senso di colpa e della conseguente minacciata punizione, proporzionale al peccato commesso, ma il piacere della reciproca compagnia e la condivisione delle cose belle e buone, nel rispetto della natura. Ma soprattutto sognavo di un mondo più solidale, regolato dalla sollecitudine reciproca tra noi esseri umani e prima ancora dalla consapevolezza degli elementi avversi e faticosi dell’esistenza, comuni a tutti: la fragilità della propria condizione e l’ineluttabiità del dover attraversare la perdita, la fine delle cose, delle esperienze, delle persone e di noi stessi. Questa consapevolezza avrebbe dovuto, sempre secondo i miei sogni adolescenti, renderci tutti più leggeri, capaci di comprendere anche chi ci è nemico e di ascoltare persino le parole irritanti tese a disconfermare le nostre certezze più profonde. La mia idea di mondo migliore rispetto a quello che conoscevo non riguardava (e non riguarda) solo i grandi territori della politica o dell’economia, ma anche quelli piccoli della quotidianità e di ogni microcosmo relazionale: l’amicizia, la genitorialità, la sessualità e l’amore.

Con il passare del tempo e il sovrapporsi delle fasi della vita questi sogni brutalmente elencati come in un catalogo non sono granché mutati: li ho ripuliti anno dopo anno della loro ingenuità originaria, resi più complessi, messi a confronto di volta in volta con la contingenza del momento e infine mediati nel confrontarmi con chi, singoli o gruppi di persone, avevo vicino.

All’inizio, quand’ero ancora bambina, erano sogni sbocciati all’interno della fede. Ricordo che nelle mie preghiere un po’ bizzarre, quasi sempre create sul momento più che riprodotte passivamente secondo tradizione, mi preoccupavo sempre (e a volte soltanto) degli ultimi e soprattutto di chi mi sembrava poter essere definito come un peccatore, dunque destinato all’isolamento sociale e alla punizione. La fede l’ho persa a 15 anni, proprio per i compromessi che mi si chiedeva di ratificare rispetto ai paradossi di una religione che si proclamava pacifista e si muoveva spesso per crociate violente e guerrafondaie contro i propri nemici. Qualcosa di simile l’ho provato poi sempre, nei confronti di raggruppamenti di carattere politico o culturale nei quali mi riconoscevo, ma rispetto alle cui scelte e ai compromessi che mi si chiedeva di ratificare con il mio consenso mi sentivo estranea. Ancora oggi mi chiedo, giorno dopo giorno, se quella parte politica che potremmo genericamente chiamare “sinistra” e nella quale mi riconosco, non stia pagando il prezzo più alto che si possa immaginare: la perdita di ideali e valori forti che renderebbero possibile ed efficace la mediazione, in favore di un‘inconcludente tecnica del compromesso.

I sogni sono importanti, perché muovono gli uomini e permettono loro di trasformare il mondo.