martedì 30 giugno 2009

Stiamo giocando a scacchi con la morte



Pedalo lentamente (anche se sono un po' in ritardo) e getto un'occhiata pigra alle civette dell'edicola: “Strage a Viareggio”, scritto in basso nella locandina del giornale locale, mi costringe a fermarmi. Feriti gravi, dispersi, morti; nella notte; un treno; un treno-merci; esplosione; un treno carico di gas; morti, feriti, dispersi; morti, feriti, dispersi. La mente, all’improvviso, comincia a entrare in funzione, facendo pulsare le tempie ed emergendo dallo stato di sonnolenza dovuto in parte all’essere andata tardi a dormire e in parte al caldo insopportabile. Le pedalate si fanno più ritmiche, nervose, rabbiose...
La mente decide come muoversi, ora, senza che riesca a controllarla: ripensa i recenti viaggi e la constatazione di un progressivo deterioramento della cornice ferroviaria all'interno della quale mi muovo da sempre; con piacere, un tempo; con disagio, delusione e talvolta disgusto o angoscia oggi. La mente si sposta in un continuo andirivieni di immagini e suoni, di ricordi e pensieri ansiosi: gli studenti, i miei laureandi; Viareggio è così vicino che tutti usano l'auto, ma non loro che magari non ce l'hanno nemmeno; ma era notte; ma forse abitano vicino alla stazione...
La mente funziona ormai solo a flash che si fanno sempre più rapidi. Assaporo di nuovo la sensazione recente di inaffidabilità delle ferrovie, gli odori, lo sporco e il degrado. Quello che verifico giorno dopo giorno, quello che deduco o intuisco è puntualmente confermato da quanto leggo (la manutenzione che non si fa quasi più, il risparmio sui materiali ecc.)...
Sono in ritardo e mi affretto; nella commissione della quale sono membro una delle studentesse è di Medicina e quando entro nella stanza sta già raccontando, la faccia incredula, il caos del pronto soccorso, l'impossibilità di dare un nome a qualcuno dei feriti gravi, l'angoscia impotente. La mente funziona ancora e solo per flash: Viareggio, i luoghi di certe passeggiate, la stazione, familiare anch'essa...
Gli incidenti capitano e questo non è certo il primo; ma è così vicino che è impossibile dominare l’angoscia: sono coinvolti luoghi che conosco bene e forse persone che conosco, con le quali interagisco.
Gli incidenti possono succedere; sento già, la immagino, la litania del "da che mondo è mondo"; sento sgranare i chicchi del rosario della rassegnazione deterministica, della consapevolezza saggia di un fato che, perennemente in agguato, non avrebbe niente a che vedere con le nostre scelte, con i nostri errori, con la nostra cecità.
La mente continua a muoversi da sola, senza inibizioni e senza regole; improvvisamente ricordo di aver provato uno sbigottimento simile, rabbioso e impotente, all’epoca di Chernobyl. Ero molto giovane, allora, ma il ricordo è vivido come se fosse ieri e la voglia di piangere si fa ormai quasi insopprimibile. La mente si muove ancora da sola e mi porta nei luoghi del dolore, del pianto inascoltato di chi non decide mai del proprio destino.
Per risparmiare tre lire. Per risparmiare tre lire.
Per-ri-spar-mi-a-re-tre–li-re!
La mente scandisce le sillabe, come se stessi parlando a voce alta, come se stessi cercando di convincere qualcuno, come se stessi urlando, in una sorta di patetico comizio: “Ma non vedete dove ci stanno portando, ma non capite che questa logica falsa e spietata ci distruggerà tutti quanti!".
Avverto una sensazione di grottesco. Come per la vicenda del finanziere Madoff e della sua frode per 171 miliardi di dollari, che mi appare, ora, tristemente metaforica: cosa può fare con una tale cifra un uomo solo! Quante vite gli occorrerebbero per godersi il suo gruzzolo!
La mente si muove da sola tra immagini sempre più rapide – “mi deve dare altri 37 centesimi” - è una persona abbiente quella che mi parlava così poco tempo fa e ho pensato che lo fosse (abbiente, appunto) proprio per questa sua attenzione meticolosa; ho pensato con disprezzo che è così che fanno soldi, quelli, stando attenti al centesimo e al sottocentesimo. Quelli: cioè i già ricchi, i già privilegiati dalla nascita, che, in fondo, hanno una vita sola da vivere, come chiunque altro.
Per risparmiare (mentre alcuni pochi ne traggono guadagno) stiamo giocando a scacchi con la morte...



lunedì 29 giugno 2009

Potenzialità della rete

Volevo scrivere una considerazione ispirata dal commento di Luca (al post televisivo di Bruno) sull’educazione nelle scuole all’uso di internet, e poi, come talvolta succede, è venuto fuori un nuovo post. Venendo al dunque, bisogna tenere conto che molti insegnanti, soprattutto quelli più anziani, non sanno ancora usare il computer, altri riescono a malapena a scrivere un testo con word. Gliene dobbiamo fare una colpa? Per rispondere forse è bene ricordare che in cambio di uno stipendio da magazziniere (spesso raggiunto stabilmente dopo anni e anni di snervante, sottopagato, demotivante e penoso precariato) si richiedono attitudini e competenze da psicologo, assistente sociale, burocrate, mediatore culturale, tutore dell’ordine, esperto della propria disciplina e quant’altro.
Per migliorare la situazione della scuola occorrono (è ovvio, ma non per tutti…) investimenti, non tagli. Nel caso specifico andrebbero organizzati dei corsi “seri” a vari livelli, con incentivi alla frequenza. Purtroppo in molte realtà mancano fondi per attivarli.

La Rete non offre soltanto la possibilità “di rivedere e ricomporre in autonomia le tessere sparse di notizie e altri avvenimenti”, si rivela anche un mezzo sorprendente e rivoluzionario per trasmettere informazioni, conoscenze (etc. etc.) su larga scala e a costo zero. La qualità dipende dall’ “emittente”, dalle sue capacità e dalle sue intenzioni. L’indice di gradimento e il numero dei fruitori non è sempre prevedibile. Spesso è un’incognita, che a volte risulta sconcertante. A questo proposito faccio seguire alcune parti di un articolo apparso su “Repubblica” del 27 giugno.


Fred Fliggehorn, 16 anni, è il nuovo re di YouTube
Vive in solitudine nel Nebraska, il suo canale web ha picchi da 45 milioni di persone. "Una tv da ragazzi fatta da un ragazzo"
di GABRIELE DI MATTEO

Il suo mito è Jim Carrey, la sua balia YouTube, il suo nome d'arte Fred, il suo piatto preferito si chiama "Tv Dinner", orrendo vassoio di cibo surgelato da sbattere nel microonde, vive in solitudine a Columbus, nell'agricolo Nebraska eppure l'audience del suo canale web
ha picchi di 45 milioni di persone, pari a quattro festival di Sanremo e i suoi video, in totale, sono stati visti 250 milioni di volte. Edita da solo un sorta di "tv dei ragazzi fatta da un ragazzo" e con le sponsorizzazioni ha superato i 100.000 dollari di reddito. Quest'anno gli organizzatori del Festival Internazionale della pubblicità di Cannes, rappresentato in Italia da Sipra/Rai, lo hanno invitato come esempio di un nuovo modo di comunicare con investimenti prossimi allo zero.
(…)
Il Los Angeles Time lo ha descritto come simbolo di una generazione "imperscrutabile" cresciuta sulle chat line, isolata dal mondo reale, tanto che Fred, il suo personaggio, tra le praterie del Nebraska e le mucche solitarie, vive in una realtà orrenda. La madre è alcolizzata e drogata, il padre giace nel braccio della morte di una prigione, Judi, la ragazzina che lui ama in segreto lo detesta e lo perseguita durante le lezioni e allora Fred esasperato, al limite di una crisi di nervi, accende la videocamera e si mette a raccontare la sua angoscia non priva di guizzi di ironia: una volta si tuffa nella piscinetta di plastica, un'altra si candida a presidente degli Stati Uniti.
(…)
Il suo milione di iscritti alla sua pagina di MySpaces sono manna per le aziende che vogliono raggiungere i nuovi teen agers, una generazione che passa più tempo sul web che in tv. Nella blogosfera Fred si è fatto anche dei nemici: Robert Scoble, uno studioso del web, lo definisce "il punto più basso dell'espressione in rete, che fa ridere per generare traffico". Ha girato e messo in rete il suo primo video all'età di sei anni ma definirlo il Mozart di Internet forse è esagerato, di sicuro, però, Fred è un modello di business che sta rivoluzionando le regole della comunicazione. (...)

sabato 27 giugno 2009

Berlusconi e le due Chiese


Qualche giorno fa il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, ha pubblicato un commento a tante lettere indignate dei suoi elettori, scrivendo tra l'altro: "Sull’operato del presidente del Consiglio oggi fanno riflettere certi silenzi 'pesanti', anche all’interno della stessa maggioranza. La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese".

E ancora: "Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia?"

Di tutt'altro tenore, su Radio Maria, il commento di padre Livio Fanzaga - che nelle sue rassegne stampa ha come punti di riferimento fondamentali "Il Giornale" e "Il Foglio" - dice che la Chiesa fa bene a non pronunciarsi su quello che si dice a proposito del Presidente del Consiglio perché, quanto ai comportamenti che gli vengono attribuiti, è evidente che "gatta ci cova". Inoltre, i cristiani possono certo dire cosa è bene e male, ma sono chiamati alla misericordia e al perdono.
Notavo che, dei due loghi riportati nell'immagine, uno è rosso e l'altro azzurro. Notavo che ci sono due atteggiamenti molto diversi. Del resto Padre Livio ha sparato a zero su Obama e sul PD riguardo al caso Englaro, vedendovi - come in molte altre cose, ma a quanto pare non nelle ultimissime vicende dell'inchiesta di Bari - lo "zampino di Satana".

... a mostrà le chiappe chiare...

Un omaggio a Gabriella Ferri e al mare.

Tutti ar mare


Il mare, o meglio, la vita balneare che tanto piace a noi italiani non nasconde segreti: emergono nei comportamenti ma anche nelle forme corporee pregi e difetti (fra questi ultimi: stereo a palla, racchettoni o calcio praticati in spazi non idonei, motori accesi troppo vicino alla riva; formazioni adipose, peli bianchi, sfumature di grigio, escrescenze cutanee…). Tutto si amplifica sotto al sole ad uno sguardo ravvicinato e, al contempo, tutto si confonde e diviene accettabile osservando complessivamente il movimento spiaggia. Si possono ritrovare in alcuni individui sfumature, dettagli che ci riconducono a persone con le quali, durante l’infanzia, l’adolescenza o un’altra fase della nostra vita, si è condiviso un rapporto di familiarità.
“Tutti ar mare” è lo slogan (reso popolare dalla Ferri) che ci accomuna in gran numero dalle Alpi a Lampedusa. E ci distingue dagli abitanti di altri paesi per i quali andare al mare è come una gita, una scampagnata, che si fa una volta tanto, non costantemente e ad oltranza come fanno molti di noi.
La spiaggia livella e allo stesso tempo esalta le nostre specificità nazionali. Ci si accalca nelle ore più calde perché i raggi incidono maggiormente sulla cute, che si esibisce più volentieri se assume una colorazione prossima al marrone scuro; dimostra che siamo sani, belli, agiati, invidiabili, trendy. Non importa se la pelle invecchia precocemente o se il paesaggio marino dà il meglio di sé in prossimità del tramonto.
Sembra essere un atteggiamento tipico dell’italica mentalità (naturalmente mi riferisco sempre alla maggioranza più o meno silenziosa) che si manifesta - mutatis mutandis - anche in altre dimensioni. Non importa se chi guida il paese allarghi la forbice tra ricchezza e povertà, che depauperi le strutture pubbliche, che mortifichi la cultura, o che ci renda ridicoli agli occhi increduli del mondo; conta invece l’illusione di sentirsi rassicurati da pericoli spesso solo percepiti, o che ci sia concesso, ad esempio, di avere campo libero nell’esercizio di ben radicati privilegi e intrallazzi o, magari, di ampliare l’aggressione agli ambienti naturali, che sembrerebbero esistere solo per essere asfaltati e cementificati dall’homo italicus. Il bello è che tanto malcostume per qualche straordinaria alchimia, sembra passare inosservato a chi si limita a guardare la dinamica nell’insieme e senza soffermarsi troppo sui dettagli, proprio come accade per i più innocui difetti da spiaggia.

mercoledì 24 giugno 2009

Clic


Da alcuni giorni la mia televisione resta accesa per pochi minuti. Il tempo di ascoltare i telegiornali e di fare il conto delle omissioni, delle mezze verità, delle frasi che restano incomprensibili ai più, perché accuratamente rese oscure, fumose, sibilline, in modo tale che non penetrino nella mente dell’ascoltatore, ma ne scivolino ai bordi senza lasciare alcuna traccia. Off. Stop. Silenzio. Respiro per la mente, ossigeno per il pensiero, se ancora ce n’è rimasto uno.

Dovrebbero farlo in molti.

I giovani rincoglioniti da Champions League, Confederations Cup, Calciomercato, Eurocalcio, Tuttocalcio, Solocalcio, Persempresportcalcio, Grande Fratello, Isola dei Famosi, Saranno Famosi, Amici, Quattroamicialbar, Picchia Tu Che Picchio Io.

I vecchi ancora lucidi, lasciati al loro tempo lento da trascorrere in compagnia della TV-badante, che consola, conforta, coccola, assopisce, canta la ninna-nanna. Dormi, dormi, tesoro mio, che alla realtà ci penso io.

Noi tutti, incamminati sulla via maestra della narcosi profonda, dovremmo farlo. Quel piccolo clic è l’azione più temuta dai detentori del potere mediatico e dai sapienti dispensatori di pubblicità a ciclo continuo. Lo schermo muto e cieco, infatti, non può più sedurci, né stordirci, né pacificarci con una realtà fittizia.

Non è poi così faticoso. Uno, due, tre. Clic.

martedì 23 giugno 2009

Sbandamento?


Solo il ventitré per cento degli Italiani ha votato per il referendum, che era considerato uno strumento istituzionale capace di garantire al cittadino la possibilità di contribuire all’agenda parlamentare, di avvicinarsi nientemeno che alla democrazia diretta. Un record storico, non si era mai caduti percentualmente così in basso. La scarsa partecipazione è stata determinata oltre che dalla ben nota disaffezione alla vita politica del paese, dal mancato accorpamento alle elezioni europee, anche da leader politici che continuano ad invitare alla diserzione delle urne, seguendo l’andazzo inaugurato da Bettino Craxi, che esortò i suoi elettori a recarsi al mare in occasione del referendum del 1991 sul sistema elettorale. Con questo metodo è dalla tornata referendaria del 1995 che non si riesce a raggiungere il quorum.
Mi chiedo se un leader politico (magari con responsabilità istituzionali) possa spingere un “cittadino” a rinunciare a quel diritto-dovere che (se esercitato con consapevolezza) lo differenzia dal “suddito”. La dialettica politica non dovrebbe orientare gli elettori verso una scelta? Continuare a rifiutare – sia dall’alto che dal basso - uno strumento di espressione popolare previsto dalla Costituzione, non vi pare un nuovo sbandamento della democrazia?

lunedì 8 giugno 2009

Italiani, brava gente!

"Les hommes sot faits, nous dit-on
Pour vivre en band' comm' les moutons
Moi, j'vis seul, et c'est pas demain
Que je suivrai leur droit chemin

Je suis d' la mauvaise herbe
Braves gens, braves gens..."

Georges Brassens, La mauvaise herbe




"Gli uomini, ci dicono, sono fatti
Per stare in branco come pecore,
Io, vivo solo, e domani no
La loro buona strada non seguirò

Sono l'erba cattiva
Brava gente, brava gente..."

domenica 31 maggio 2009

A santità der caimano


Inserisco questa antica favola che si è tramandata in dialetto romanesco. Ho cercato di modificare alcuni arcaismi e spero che sia quindi comprensibile a tutti.
Inutile dire che ogni eventuale riferimento a fatti o personaggi dei nostri giorni è da ritenersi puramente casuale.




C’era un tempo er soprano d’un pantano
capoccia de ricchezze, de minchioni,
coccoveline e rettilevisioni,
annominato cavajer caimano.

A cche me vale mò sto bben de DDio,
barbotta in d’una notte de calore,
si ppe moje, vassalli e (pporco zzio!)
pe quarche sudditaccio traditore

nun me posso pijà soddisfazione
de dà corpaccio ar desiderio mio:
du carezzucce, un pizzicotto… Io
che der pantan sò l’unico padrone!

In fonno ste veline zuccarine,
coccobbonite, zoccolette ardite
sbaveno pei favori der caimano
che ccià ppiù umanità d’un omo umano.

Dice so ccerto che Domineddio
bbenedirà le mia bbone intenzione:
me chiameranno “papi”, sissignore!,
come li san vicari der creatore.


Enrico Meloni (maggio 2009)

sabato 30 maggio 2009

Viaggiare in treno tra i propri simili (si fa per dire).



Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, soprattutto da sola; leggo, oppure socchiudo gli occhi; o, ancora, osservo gli altri viaggiatori scoprendo analogie con certi prototipi di umanità che costellavano i luoghi della mia infanzia. Amerei, poi, alternare di tanto in tanto la lettura, l’appisolarsi e l’osservazione socio-relazionale anche con il guardare fuori dal finestrino, come facevo una volta (non molto tempo fa) quando ancora i vetri delle carrozze venivano lavati; prima che per risparmiare sul personale addetto alle pulizie si eliminassero, nei treni non a lunga percorrenza, i quattro quinti (più o meno) dei bagni.
Viaggio su un treno definito “ad alta velocità” e quasi cullata dal ticchettio discreto di un signore che scrive su un piccolo portatile, mi immergo nella lettura. L’incanto, però, dura pochissimo perché dopo una manciata di minuti sobbalzo per l’annuncio di benvenuto enfatizzato dal volume e dalla prosodia prescelta; al quale segue la comunicazione, sempre enfatica, di certe caratteristiche del treno, che sollecita uno sguardo d’intesa con un paio di altri viaggiatori. Poi viene comunicato anche che in prima classe sarà offerto uno spuntino insieme a un quotidiano, mentre quelli della seconda possono recarsi alla carrozza-bar; si glissa sul giornale.
Faccio qualche battuta a voce alta per saggiare il terreno e gli altri sorridono. Quindi il treno si ferma senza un annuncio, né un sospiro o un rantolo. Quasi trenta minuti di sosta e nessuna spiegazione né segno di presenza di personale al quale poter chiedere; quando finalmente si riparte ci vengono presentate via altoparlante, ma questa volta senza enfasi, le scuse per il disagio. Mi accorgo che mentre nei precedenti annunci eravamo definiti “clienti”, in quelli di scuse per il disagio siamo degradati a semplici “viaggiatori”. Come dire che è il viaggiare che si espone per definizione a certi rischi, ai quali non va incontro chi decide, saggiamente, di restarsene a casa; dunque la colpa del disagio, alla fin fine, non è di TRENITALIA, ma del viaggiatore. Provo a stimolare i miei simili sulle conseguenze della privatizzazione con un’altra battuta, tesa a sottolineare come la situazione sia grottesca; nella speranza che qualcuno, magari, pensi alle conseguenze di una simile logica non solo rispetto ai treni, ma anche a quanto concerne l'ambito della salute o della formazione. Così, scandisco a voce alta, ma sorridendo: “Non ho potuto acquistare il biglietto e mi scuso con trenitalia per il disagio”. Aspetto che qualcuno annuisca e magari sorrida di nuovo, ma mi guardano imbarazzati e uno di loro, solerte, mi consiglia di cercare subito il controllore.

Stazione di Bologna, attesa dell’altro treno, stessa solfa: il ritardo è imprecisato come le sue cause, ma aumenta di 10 minuti alla volta fino a raggiungere la spaventosa entìtà di quasi due ore. Comincio a scambiare sms con altre persone che sono già su quel treno e con le quali dovrei proseguire il viaggio: le spiegazioni e i tempi del ritardo non coincidono minimamente. Finalmente salgo, con un certo sollievo: ma è rotto il condizionamento e il caldo è ancora più impietoso dato che i finestrini non si possono aprire; mentre i bagni sono guasti, cioè privi di acqua, dunque ingolfati e maleodoranti. Il treno, inoltre, non parte e si resta immobili, ignari, e in attesa per diverso tempo.
Nessun annuncio, ora, impedisce di leggere, di appisolarsi o di guardarsi intorno. Io non lo faccio, però, ma mi concentro nella conversazione con le persone che ho raggiunto e resto nel loro scompartimento invece di guadagnare il posto prenotato: non voglio stare da sola a vedere dipinta, nei volti dei miei simili, la consueta rassegnazione che ha permesso che tutto questo - e molto altro - fosse possibile.

giovedì 21 maggio 2009

Scrivere su carta virtuale: una reversibilità che può essere liberatoria.


L’immagine di Isotta che scrive a Tristano, una delle più note di Aubrey Bearsdley, mi ha sempre suscitato una sorta di commozione. E’ distante e vicina nello stesso tempo. Ci si immagina che il raccolto scrivere di questa donna, avvolta dai suoi lunghi neri capelli, avvenga nella notte, anche se nessun indizio grafico ce lo dice. Si percepisce la solitudine e un ponte gettato a colmarla, fatto di parole su carta. E' una solitudine amica, non ostile, che permette di pensare e di esprimere ciò che si sente in maniera diversa - e a volte anche più intensa - rispetto al dialogo delle voci.

Ho inviato moltissime lettere in passato, agli amici lontani, ma anche alle persone vicine, comprese quelle di quotidiana frequentazione. Ciò che veniva scritto aveva il segno dell’irreversibilità. Si distaccava da chi scriveva per essere fatto oggetto di possesso da chi riceveva la lettera e non era modificabile né tanto meno eliminabile da parte dell’autore. Il paradosso di quella scrittura era proprio questo: cioè che pur nascendo come forma di comunicazione poteva appartenere solo all’uno o all’altro degli interlocutori, a chi scriveva o a chi leggeva: insomma, a una persona alla volta.

Mi sono iscritta a Facebook dopo tanto pensare critico in proposito che però ha sempre controbilanciato la mia curiosità. Temevo una sorta di invadenza degli altri e una più pesante irreversibilità delle azioni di scrittura. Poi mi sono detta che anche per criticare un luogo di relazioni o un percorso occorre sperimentarlo.




E' buffo: il piano scrittorio inclinato sfiorato dalle mani di Isotta sembra quasi un portatile...












Sono solo tre giorni di frequentazione molto frammentata di Facebook, impiegata soprattutto a cercare di scoprirne gli aspetti tecnici, ma anche a strutturare il mio spazio come cornice relazionale e a proposito di questa seconda qualche problema si è già presentato: per esempio come fare con chi, amico, si propone con un simbolo politico anziché con un’immagine personale. Tra le due categorie (vetuste) di destra e sinistra mi colloco in una delle due piuttosto che nell'altra ed è la stessa della maggior parte dei miei amici; ma non mi riconosco in alcuna formazione organizzata. La piccola incertezza relazionale dettata dalla foto del profilo di una richiesta di amicizia mi ha costretto a pensare: alle categorie di cui sopra (“destra” e “sinistra”) per esempio; ma anche alla responsabilità di ciò che viene scritto su carta virtuale, cioè condivisa e non più possesso solo dell’uno o dell’altro. Nel caso specifico ho risolto inserendo nel mio profilo una specificazione (che all’inizio avevo deciso di non mettere) sul mio orientamento politico e la mia non appartenenza a organizzazioni strutturate. Il tutto nel segno della reversibilità, cioè nella dimensione del possibile.

giovedì 7 maggio 2009

"Son le tue orme la via"...



Pochi giorni fa sono andato a fare un'escursione sulle Apuane, fino al Rifugio Rossi (1.600 m) e oltre, ai piedi del versante nord della parete dall'eloquente nome "(U)Omo morto" (nella foto) e base di ascensione verso Pania della Croce e Pizzo delle Saette...
Guardando le tracce lasciate sulla neve, mi è venuta in mente la poesia di Antonio Machado sul Viandante e in particolare il verso ripreso da Francisco Varela: "Son le tue orme la via".

La poesia, da quanto mi risulta, inizia così: "Viandante, son le tue orme/ la via, nient'altro./Viandante, non sei su una via,/la via la fai tu avanzando..."

In effetti, l'impressione era quella. O meglio, c'erano orme lasciate da altri, ed era più confortevole seguirle. Seguendole, le "confermavo", le calcavo maggiormente per altri eventuali viandanti. Ma le opzioni erano diverse, e in ogni caso, per avanzare in modo "sicuro" quando il terreno è nascosto, una mappa non è sufficiente... In alcune zone in pendenza la neve si stava già staccando dal terreno, per il caldo; in altre, nascondeva buche (del resto, quell'area è anche nota per avere una zona carsica).

La montagna, le ascese, le discese e le deviazioni a cui la montagna costringe, le zone d'ombra e quelle aperte, l'insieme di tutte queste cose mi sembra come una metafora tangibile dell'essere viandanti, costretti in qualche modo a trovare cadenze nel passo e nel respiro, tra la possibilità di spaziare con lo sguardo su panorami immensi e di doverlo chinare sulle piccole pietre che possono fare da inciampo. In ogni caso, raggiunti certi crinali, si ha - da soli o in compagnia - la sensazione di un tempo più dilatato, di una possibilità e di un'esigenza di sostare più a lungo sulla relazione con i propri pensieri e quelli degli altri.

giovedì 23 aprile 2009

Professione blogger



Anche per stimolarci a scrivere in una fase in cui il blog non brulica di nuovi post, inserisco da buon “ricopione” alcune parti di un articolo pubblicato su La Repubblica di ieri da Alberto Flores d'Arcais, che, a dirla tutta lo ha, per sua stessa ammissione, a sua volta ricopiato (parafrasandolo) dal Wall Street Journal. Perciò tutte le parti virgolettate che leggerete sono tratte dal suddetto quotidiano internazionale.


NEW YORK - Che negli ultimi due-tre anni ci fosse stato il boom era risaputo, ma che in America la categoria di chi si guadagna da vivere "postando" online fosse più numerosa dei programmatori di computer, dei pompieri o dei baristi (tanto per citare molto diversi tra loro) e alla pari con gli avvocati - anche se questi ultimi guadagnano sicuramente di più - nessuno lo immaginava. […] Tra gli oltre 20 milioni di blogger presi in esame in America (tutti quelli che lo fanno per passione, per informare, per gioco o per qualsiasi altro motivo) ce ne sono 1,7 milioni che ci guadagnano sopra. E per 452mila di costoro quei soldi sono la prima fonte di stipendio. […]
Se i giornalisti erano "il quarto potere, i blogger stanno diventando il quinto".
Un'attività iniziata come "forum di discussione" sulla politica e le nuove tecnologie si è allargata rapidamente a tutti i campi immaginabili della vita, "dalla maternità alla sanità, dalle arti alla moda, fino alla odontoiatria". Quello che era iniziato "come un hobby o uno sbocco per volontari" sta diventando un "big business" per i nuovi siti emergenti, per le società che da questi vengono giudicate e per tutti coloro che lavorano "in questa nuova industria".
[…]
Secondo i calcoli del Wall Street Journal con centomila visitatori unici al mese un sito può guadagnare 75mila dollari all'anno. Per un buon "post" i blogger possono prendere da 75 a 200 dollari, qualcuno può fare addirittura lo 'spokeblogger', pagato dai pubblicitari per "bloggare" un prodotto. […]
Mentre il numero dei blogger cresce, il numero dei professionisti dell'informazione tradizionale diminuisce significativamente. Solo a Washington - la città più "blogged" d'America e forse del mondo - rispetto a pochi anni fa è diminuito del 79 per cento il numero dei giornalisti che lavorano nei tradizionali giornali di carta. Del resto i siti online al top della graduatoria già oggi hanno introiti considerevoli e a un certo punto "non ci sono dubbi che l'Huffington Post varrà più del Washington Post".

martedì 14 aprile 2009

L'unione e la forza



Questa mattina una bella discussione sui risvolti dell'etologia mi ha fatto venire un mente un video, che qualche tempo fa ha avuto molta fortuna in rete e che sono riuscito a ritrovare con una certa difficoltà. Si tratta di un caso "insolito" per chi è abituato ai documentari che vanno per la maggiore, dove il più forte inesorabilmente vince e le prede inevitabilmente fuggono o soccombono.

Il video racconta un'altra storia: qui una mandria di bufali torna sui propri passi per liberare un piccolo da un gruppo di leonesse sul punto di ucciderlo. Non è un caso unico: documentari come quelli di "Discovery Channel" ne raccontano di simili.



Perché il caso ci appare così insolito? Perché viene mostrato meno in televisione o perché effettivamente è più raro? E, nel secondo caso, perché effettivamente è più raro? E perché esistono simili "eccezioni"?

domenica 5 aprile 2009

Stabat Mater


Pur non essendo credente, amo le composizioni di musica sacra. E, qualche sera fa, ho avuto modo di ascoltare, nella calda atmosfera della Chiesa dei Cavalieri a Pisa, un’esecuzione magistrale dello Stabat Mater di Pergolesi.
Suoni antichi e già moderni, di una bellezza senza tempo, dolenti, lontani dal frastuono di quella musica commerciale che si consuma (e ci consuma) sempre più rapidamente, suicidandosi senza lasciare memoria perché altra musica, dalla vita altrettanto breve, ne prenda il posto.

Parole antiche, “stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat filium”, e quanto mai attuali, “la madre, addolorata, stava in lacrime presso la croce, dalla quale pendeva il figlio”, potente metafora del dolore umano, rappresentazione del pianto di tutte le madri per un figlio ucciso dal potere, dalla guerra, dalla malattia, dalla fame, dall’odio.

L’ascolto di un brano come lo Stabat Mater non si limita a un istante di puro divertimento, ma diventa occasione per riflettere, tentare di comprendere, essere migliori (forse) e, certamente, per crescere. Questo, credo, dovrebbe essere il senso della cultura, di tutta la cultura.

Nel libro della Genesi si racconta che Abramo supplicò Jahvè, che aveva ormai deciso di distruggere Sodoma, di risparmiare la città se in essa vi si fossero trovati almeno dieci uomini giusti. Finché si troveranno in Italia dieci persone disposte davvero ad apprezzare una cultura non effimera e non di puro consumo, esiste ancora una debole speranza che il nostro paese possa sopravvivere alla distruzione in corso.