mercoledì 17 settembre 2008

Civiltà e barbarie


Nessuno, oggi, né studiosi, né politici, né giornalisti, sembra accorgersi che si sta progressivamente consumando, all’interno dei confini del mondo occidentale, i nostri stessi confini, un lacerante scontro di civiltà destinato a segnare il futuro del nostro vivere democratico.
In questo Armageddon misconosciuto si fronteggiano, infatti, le due principali concezioni moderne di civiltà. La prima, di matrice illuministica, è quella fondata sul riconoscimento della pari dignità (egalité) e della solidarietà (fraternité) tra gli esseri umani come basi necessarie perché essi possano convivere liberamente (liberté); la seconda, che trae origine dagli esordi della fase industriale, annovera tra i propri valori il profitto (cioè la non uguaglianza) e la competitività (cioè la non solidarietà), essendo le attività umane sottoposte necessariamente alle leggi di mercato (la libertà è un attributo del mercato, non dell’uomo).

Si tratta di concezioni tra loro incompatibili. La seconda sembra guadagnare sempre più terreno ed è paradossale il fatto che venga accolta con favore anche e soprattutto da chi si colloca negli strati socioeconomici più bassi della società e dunque è destinato non soltanto a non poter trarre alcun vantaggio dal mercato, ma a soccombere al potere di chi invece è in grado di sfruttarne consapevolmente i meccanismi. Ci stiamo avviando verso una civiltà che si riconosce nella disparità sociale: alcuni uomini - parafrasando Orwell - diventeranno “più umani degli altri”. Questo fenomeno rappresenta un ritorno all’antico, quando una stratificazione sociale impermeabile era ritenuta far parte dell’ordine naturale delle cose.

Lo studioso Tzvetan Teodorov in una recente intervista al quotidiano La Repubblica ha affermato che la civiltà può essere definita attraverso la capacità di riconoscere agli altri la piena appartenenza all’umanità. La barbarie, invece, consiste in un comportamento esattamente contrario. Se tali affermazioni corrispondono al vero, non manca molto all’arrivo dei barbari. Ormai si stanno avvicinando, sempre più in fretta. Alcuni di essi, anzi, hanno già valicato i nostri confini. E' semplice riconoscerli. Non dobbiamo fare altro che guardare un qualunque specchio.

domenica 22 giugno 2008

Sanità senza salute

I nuovi e pesanti tagli annunciati alle spese per la sanità pubblica rinnovano un copione già ben conosciuto.
Nel frattempo, del tutto in sordina, è stata decretata la morte del Ministero della Salute, incorporato nel nuovo Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Non si tratta soltanto di un mutamento di nome. Di fatto, la perdita di un ministro ad hoc, declassato a sottosegretario nel nuovo Ministero, significa la fine di una politica sanitaria nazionale e, dunque, l’inizio della fine per il Sistema Sanitario Nazionale, che dovrà scindersi in una nutrita serie di sistemi sanitari regionali, ognuno con un proprio livello qualitativo e quantitativo standard.
Non è difficile ipotizzare che il taglio massiccio dei fondi a livello nazionale farà sì che ogni regione dovrà sostenere la propria sanità prevalentemente con le proprie entrate. Naturalmente le regioni del Centro-Nord assorbiranno il colpo e, credo, continueranno a garantire livelli di assistenza pubblica, se non ottimali, quanto meno dignitosi. Naturalmente, da questa situazione, la sanità privata trarrà un indiscutibile vantaggio. Naturalmente, a farne le spese sarà la qualità della salute della maggior parte dei cittadini che abitano le regioni del meridione e, più in generale, le fasce più deboli: disoccupati, lavoratori a basso reddito, anziani, disabili.
Nell’ormai lontano 1978, quando si concretizzò la legge istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale, la parola d’ordine era ‘universalità’: universalità della prevenzione e della cura, cioè pari opportunità, per tutti i cittadini, di accedere alle risorse assistenziali. Un ottimo esempio di democrazia, in una delle sue forme più compiute.
Da allora, come sappiamo, l’Italia si è impoverita progressivamente, purtroppo non soltanto in senso economico. Ci siamo impoveriti di cultura, di solidarietà, di speranza. Oggi, parlare di ‘universalità’ o di ‘uguaglianza’ genera soltanto sorrisi di scherno o, peggio, sguardi pieni di sospetto. Stiamo approdando a una società di stampo neo corporativista, che rappresenta se stessa come una giungla mortale, nella quale ogni individuo deve guardarsi dall’altro e porre come valore supremo il proprio interesse e quello della ristretta casta cui appartiene.
Personalmente, continuerò a rifiutarmi di condividere la visione della società-giungla: non credo, infatti, di poter sopravvivere rinunciando alla cultura, alla solidarietà e alla speranza.

martedì 17 giugno 2008

Ritorno alla meritocrazia?

Ho sentito oggi pomeriggio un 'esperto' parlare alla radio della necessità di un ritorno alla meritocrazia in Italia.
Ho udito bene? Ritorno? Quale ritorno? E’ mai accaduto, nei bei tempi andati, che in Italia fosse realmente esistita una parvenza di meritocrazia? Che io sappia, nel nostro amato paese le persone che contano hanno sempre fatto parte della classe imprenditoriale, della classe politica e del clero e oggi, in subordine, del mondo della televisione e di quello del calcio. Lascio fuori mafia, camorra e ‘ndrangheta, delle quali non ho informazioni precise, data la loro particolare natura, per così dire, ‘privata’.
Le statistiche e gli studi di sociologia ci ricordano, però, che in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, i figli dei medici fanno i medici, i figli degli avvocati fanno gli avvocati, i figli degli imprenditori fanno gli imprenditori, i figli dei commercianti fanno i commercianti, i figli degli idraulici fanno gli idraulici, i figli degli impiegati fanno gli impiegati, i figli degli operai fanno gli operai. Talvolta i figli delle ultime due categorie fanno i disoccupati e questa è l’unica incrinatura di un sistema granitico che si perpetua sempre uguale a se stesso, da tempo immemorabile.
Dunque, per predire il futuro di un bambino basta conoscere la classe sociale di provenienza, come ben sanno gli studiosi di psicologia sociale. Non è necessario valutare l’intelligenza, o la creatività, o le capacità di relazione. In tutto questo, dov’è il merito?
Dov’è il merito, se il figlio dell’operaio non può diventare avvocato e il figlio del medico non può diventare operaio? Dove può annidarsi il merito, se viene stritolato tra i confini serrati di un insieme di caste altrettanto chiuse di quelle indiane?
Siate gentili, gentili esperti radiofonici: parlate pure di tutte le crazie che volete. Parlate di tecnocrazia, di gerontocrazia, di familiocrazia, o anche della cara e vecchia democrazia.
Non parlate di meritocrazia. Non ce lo meritiamo.

lunedì 16 giugno 2008

Cyborg 2008

La vicenda Pistorius continua a destare accese discussioni, non limitandosi a restare relegata negli spazi mediatici dedicati allo sport (spazi che, in Italia, sono diventati il principale canale d’informazione), ma allargandosi fino a invadere gli ambiti della sociologia e dell’etica ed entrando nel più ampio dibattito sul problema naturale/artificiale.
E’ paradossale il fatto che una menomazione fisica così grave come quella dell’atleta possa trasformarsi, agli occhi di qualcuno, come un vantaggio nei confronti degli atleti ‘normali’. Forse nessuno è stato informato di ciò che è accaduto in alcune scuole toscane, dove diversi alunni in situazione di handicap sono stati accusati dai compagni di classe di essere ‘avvantaggiati’ dalla presenza dell’insegnante di sostegno (il problema, in questo caso, scaturiva dalle idee e dai messaggi degli adulti, non dalla mente dei bambini).
Pistorius sta diventando la metafora della nostra cattiva coscienza, sempre pronta a entrare in allarme ogni volta che non comprendiamo, che sentiamo vacillare le nostre certezze, che non riusciamo a far rientrare una situazione insolita nei nostri vecchi schemi. E la nostra difesa è sempre la stessa: la condanna di chi, con la sua presenza o con il suo comportamento, ha osato ledere la nostra sicurezza. Qualcuno aveva ‘dimostrato’ che le protesi di Pistorius determinavano un netto aumento delle prestazioni, perché diminuivano la fatica muscolare del 30%: questo qualcuno dovrebbe, però, spiegarmi quale unità di misura si utilizza per calcolare la fatica fisica di un atleta, perché io, pur essendo medico, non la conosco!
Non credo affatto che Pistorius rappresenti una minaccia per lo sport o per la nostra ‘umanità’: sempre più spesso facciamo finta di non accorgerci che lo sport è avvelenato dalla pratica ormai massiccia del doping e dalle somme astronomiche che muovono il settore.
Il 16 maggio il Tribunale Sportivo di Losanna ha accettato il ricorso dell’atleta, che finalmente potrà correre con i normodotati. Da parte mia, gli auguro di superare sempre meglio i propri traguardi personali e sportivi. Non penso, tuttavia, di farmi amputare le gambe per avere modo di indossare anch’io le magiche protesi. Continuerò, invece, a portare le mie vecchie protesi: un paio di superbi e scintillanti occhiali da vista.

lunedì 9 giugno 2008

Siamo esseri umani o macchine?

Sfoglio distrattamente il giornale prima di andare a letto. Il trafiletto che attira la mia attenzione è molto piccolo; lo rileggo, incredula. A p. 15 de “La Repubblica” di oggi (ormai ieri, data l’ora) si dice che il vescovo di Viterbo avrebbe negato il matrimonio religioso a un giovane paraplegico (divenuto tale a causa di un incidente) che si è poi sposato con rito civile in un ospedale romano. Motivo: “impotenza copulativa”. La sessualità, dunque, torna a essere concepita come mera copulazione finalizzata al procreare. E io che pensavo fosse una modalità comunicativa di affetti o passione, un modo per rompere i confini psicofisici che ci dividono da un altro che amiamo! Pensavo anche che dovesse intrecciarsi con la tenerezza e con l’ironia; che gli esseri umani non sono macchine e che la sessualità ridotta a mero tecnicismo sia quanto di più frustrante si possa immaginare; che i gesti, gli sguardi, le parole e i silenzi che trascorrono tra due persone che si amano fossero in parte anche legati a uno spazio di intimità non seriale, ma unico e creativo...

mercoledì 28 maggio 2008

Sentieri di autodistruzione

Uno ha movimenti bruschi e decisi e il corpo tozzo contrasta con il timbro ancora incerto e altalenante tipico della muta vocalica; la sua è una voce quasi di bambino in un corpo di uomo. Ed è ancora un bambino quando spalanca gli occhi davanti ai seni giocattolo della ballerina di lap dance; un bambino quando impugna la sua arma e urlando, tra l’eccitato e l’incredulo, spara nel nulla della spiaggia deserta e nell’acqua del mare. Sono in due a sparare nel vuoto che vuoto non è; perché è pieno di tutto lo schifo del mondo.
L’altro è emaciato e goffo, cammina un po’ curvo, quasi incredulo di dover abitare un corpo alto come quello di un uomo fatto, ma così magro, con gambe da gru o da cicogna triste, il naso prominente e il collo esile e incerto, messo in risalto dalla rasatura crudele e impietosa dei capelli. Verrebbe da rompere l’illusione dello schermo per carezzare il suo dolore di adolescente vecchio mai stato bambino, per passare la mano su quei capelli-non capelli... Ma rimaniamo saggiamente seduti a guardarlo andare incontro al nulla e generarne l’ineluttabilità con i propri gesti, con le piccole scelte sequenziali che sembrano dettate dal caso o decise con leggerezza e sono invece un lavoro fine di cesello nel percorso dell’autodistruzione. Quest’immagine è ciò che resta più vivo nella mente a distanza di alcuni giorni dalla visione di “Gomorra”. Se la denuncia sociale e politica che muove il film ci fa fremere di orrore e rabbia, mentre nel silenzio condiviso guardiamo scorrere le immagini di qualcosa che già sapevamo, con il tempo e ripensando è lo sgomento di fronte all’insensatezza delle azioni distruttive che ci possiede. E alla mente ritorna ancora e ancora, tra tante storie intrecciate di insignificanti e seriali vite umane, l’immagine dei due giovani e della loro tenera amicizia: unico guizzo di speranza, ma breve, perchè li porta, anch’essa, alla perdizione. Insieme non diventano più forti, ma più ciechi e, dunque, vittime predestinare a creare i propri stessi carnefici.
Un altro film di questi giorni, ma non altrettanto fortunato (uno di quelli che girano poco nelle sale e permangono meno) “Jimmy della collina”, di Enrico Pau, ci propone immagini altrettanto aspre di uomini-bambini perduti nel gorgo inesorabile dell’autodistruzione, pervicaci nella propria scelta di non ritorno, irriducibili rispetto a ogni profferta di vicinanza o di aiuto, avvolti in una coltre di gelo che sembra scaldarli come un fuoco in una notte d’inverno. La raffineria che fa da cornice, reale o metaforica, a ogni sequenza del film e il tinello angusto con la vetrina colma di oggetti kitsch di poco prezzo esibiti per giocare ai ricchi non sono poi molto diversi dal carcere; il quale permette almeno l’estraniazione totale, la depersonalizzazione di chi si guarda allo specchio senza riconoscere il proprio volto e ferocemente lo infrange perché sgorghi il sangue e il dolore fisico annulli quello, tanto più terribile, che viene da dentro.
Si esce dalla sala in silenzio; e si resta muti a lungo, nel buio della notte, perché non ci sono parole per commentare l’ultima immagine sospesa e la storia interrotta che ci ricorda quanto tutti, in fondo, siamo sempre almeno un po’ responsabili anche del dolore che altri, e non noi, hanno generato.

mercoledì 14 maggio 2008

Biciclette e visioni del mondo

La bicicletta è una specie di protesi del mio corpo. Mi aiuta ad armonizzare spazi e tempi che appaiono inconciliabili e qualche volta mi serve persino per consolarmi, se sto male. Una pedalata veloce dietro l’altra e le idee si riordinano finché recupero una sorta di provvisoria e distaccata saggezza.
La più bella bici che ho avuto, rubata pochi anni fa, era leggera e tutta argentata. Mi era stata regalata in una circostanza particolare della mia vita ed era stata scelta con cura, tenendo conto della mia personalità e dei miei gusti; era anche piuttosto costosa, ma non è per questo che quando ho trovato solo la catena, miseramente spezzata a terra, mi è venuto da piangere.
Il furto di biciclette in questa piccola città è impietoso e frequente. E’ routine. Ed è agevolato dal grande senso del decoro che sembra all’apice dei pensieri e delle preoccupazioni dei suoi abitanti; o, almeno, di quelli muniti di garage, cantina, tavernetta e via dicendo.
Questo è un quartiere normale, non certo di lusso. Però è vietato mettere le bici nel sottoscala (per il decoro del palazzo). Subito fuori, d’altra parte, una scritta avverte del fatto che è vietato pure appoggiarle alla siepe che costeggia i pochi metri davanti al portone; sempre per il decoro, si suppone. E’ vietato anche legarle alla staccionata dei cortiletti e c’è scritto, questa volta, con tanto di cartelli inchiodati. Dopo aver verificato la non affidabilità dei vari lampioni e oggetti paliformi di diversa natura intorno a casa non resta che immetterle nell’ascensore e trovare loro posto sul balcone. Ecco, puntuale, l’inevitabile avviso condominiale: “E’ vietato, per il decoro del palazzo, utilizzare ascensore o scale per trasportare biciclette”. Noi siamo affittuari, dunque non legittimati a decidere in cosa consista il decoro del palazzo.
Mentre assicuro alla meglio la mia bicicletta comprata usata (decisamente meno invitante per i ladri) il parrucchiere del piano terra mi si avvicina e mi prega di non metterla in vista: le sue clienti, dato che la bici non è nuovissima, né troppo bella, potrebbero non gradire e - cito praticamente alla lettera – “il negozio ne verrebbe svalorizzato, danneggiato... molte clienti non hanno piacere di vedere una bicicletta vecchia e l’hanno proprio fatto notare...”
Con il tempo il furto di biciclette, in questa città, è cambiato nel segno, nei modi e nel simbolismo. Ora i ladri di biciclette sono organizzati nel riassemblarne i pezzi e trasformarle. Viaggiano in gruppo e su furgoni facendo “retate” nei vari quartieri con arnesi che vincono facilmente qualsiasi catena di sicurezza. Così, capita che nella stessa notte il furto si verifichi anche per gli amici, i conoscenti o i vicini della medesima zona.
Anni fa, invece, c’era un vecchio ladro che tutti conoscevano almeno di vista, chiamato appunto X (cioè il suo nome di battesimo) con l’aggiunta della specificazione “il ladro”. La mia abitazione di allora, condivisa con altre due studentesse, era vicina alla sua. Viveva in una specie di garage nel vicolo non frequentato dietro una delle strade più centrali e la domenica mattina, una volta alzata la saracinesca su una sorta di tenda svolazzante, ascoltava una vecchia radiolina a transitor abbandonato in una sdraio da mare; lo ricordo con la canottiera bianca, i calzoncini quasi ascellari, i calzini corti e le ciabattine di plastica incrociate.
Quando la tua bicicletta spariva dovevi solo descrivergliela e lui te la riportava dopo poche ore per una cifra irrisoria. Ed era proprio la tua. Però aveva simpatie e antipatie secondo un proprio codice ineffabile e a volte diceva a qualcuno che non era riuscito nell’impresa. La notte stendeva il bucato in una vicina piazza con i portici, mettendo il filo provvisorio tra una colonna e l’altra. Si spostava con un suo sgangherato piccolo Ape o con una carretta di legno abbastanza grande che una volta ci siamo fatte anche prestare per un trasloco verso una casa vicina. In molti guardavamo con una sorta di simpatia questa figura di marginale che occupava, però, proprio la parte centrale della città, quella più densa di storia e di vita.

P.S. Sono scesa tre quarti d’ora dopo aver scritto questo post. Siamo in ritardo per un concerto e ci dirigiamo verso le bici: mi hanno rubato il cestino. Salgo sopra e ci avviamo, ma per poco non finisco sotto una macchina dato che hanno tagliato i freni per liberare il cestino che vi era legato. Male alla caviglia e alla spalla nel tentativo di fermarmi senza cadere. E rabbia, tanta. La cosa in sé si rimedia, ma è la gratuità della violenza del gesto che mi ferisce.

lunedì 12 maggio 2008

Il branco

Sono stati gli altri; loro; mi sono trovato in mezzo, trascinato dalla loro decisione; sono stati loro, non io; io non l’avrei mai fatto; non mi rendevo conto; non volevo, io.
Essere branco, sentirsi branco, agire, nel branco, senza avvertire alcuna responsabilità per i propri atti. E’ un antidoto perdente alla solitudine identificata con il fallimento relazionale; ed è anche una riproduzione del paradigma di gruppalità simbiotica al quale si ispira un certo modo di sentirsi parte di una famiglia.

Ripongo il Cd che ho in mano, già aperto. Ho cambiato idea: mi piace anche il silenzio della casa e lascio che mi avvolga e mi parli delle persone come solo in loro assenza è possibile. I due gatti stamani dormono distanti l’uno dall’altro, in stanze separate. La gatta è sul divano vicino alla mia postazione di lavoro consueta; la guardo, mentre cerco di raccogliere le idee, e vedo le sue piccole zampe muoversi come se stesse sognando di correre, di afferrare una preda ambita o di fuggire da qualche straordinario pericolo; intanto emette un mugolio che può essere di paura, che si fa sempre più lamentoso e intenso, mentre le sue vibrisse tremano visibilmente. L’idea di svegliarla e liberarla dalla tensione che, sia pure in una dimensione speciale di realtà come quella dei sogni, sta vivendo, si fa strada dentro di me fino a diventare una tentazione irresistibile e che tuttavia subito ricaccio indietro, lasciando sospesa a mezz’aria anche la carezza con la quale avrei voluto rassicurarla. Non posso penetrare nel suo sogno, devo rispettare la sua solitudine come un tesoro prezioso che le permetterà, poi, di condividere anche con noi bipedi effusioni e tenerezze amorose. Seduta e immobile guardo fuori, al di là del piccolo schermo del portatile, gli alberi e poi il palazzo di fronte e i suoi numerosi appartamenti. Una metodica osservazione, in un rosario di ore come questa, tanto più pigre quanto più dovrei invece lavorare con alacrità, mi permette di lasciarmi andare a un gioco di supposizioni più o meno romanzate sull’identità delle persone che da lontano, affacciate a un balcone o a una finestra, mi offrono piccoli sprazzi della loro quotidianità. Una figura di uomo si affaccia dal quarto piano e stende delle magliette ad asciugare; al piano di sopra una donna anziana libera i suoi gerani dalle foglioline avvizzite e sembra quasi dialogare, in una sorta di enorme e impenetrabile bolla di sapone, con ogni piccolo vaso dei suoi fiori colorati. All’improvviso il silenzio viene squarciato da un rumore forte che proviene dalla stanza di mio figlio e prima che torni a coprire, come una coltre discreta e protettiva, tutto quanto mi circonda, il respiro quasi si ferma. Mi alzo e mi dirigo verso la sua stanza con un piccolo brivido di attesa: il vento ha spalancato la porta-finestra e i fogli dei suoi innumerevoli disegni e appunti svolazzano e si posano confusamente qua e là, aggiungendo disordine al disordine; li raccolgo, cercando di non sbirciare più di tanto quello che contengono. Non ho bisogno di spiare la sua vita per sentirlo vicino. E’ qui, nella mia piacevole solitudine di stamani, come tutte le persone che amo.
Il nascondimento parziale di sé è un diritto inalienabile; l’unico che ci permette di accostarci all’altro e di volergli bene; perché la relazione non si identifichi con un aggrapparsi impaurito e troppo dipendente; con la mera vicinanza fisica; con il rispecchiamento reciproco assoluto che non tollera l’altrove di ciascuno o la sua assenza.
Il branco, invece, esattamente come certe tipologie familiari di tipo simbiotico, annulla la possibilità di relazioni non intrusive. Sempre visibili, sempre presenti, omologati nei comportamenti come nei gesti, mentre la psiche si restringe, si atrofizza e muore: l’altro è la propria vittima e il proprio carnefice nello stesso tempo. La reciproca visibilità totale obbligatoria è la gabbia di entrambi e la sicurezza che se ne può ricavare un’infelice prigione...
Soltanto se sappiamo essere soli, forse, si può imparare a stare insieme agli altri.

sabato 10 maggio 2008

Schegge di un vuoto fatale

Mi guardo allo specchio. Vado fiero della mia immagine ma non vedo nulla. Vedo la radice di un angolo vuoto e nulla. Ogni volta mi provoca uno sbandamento, un dolore sottile che mi accerchia e mi sorprende alle spalle. Ma è già sparito perché uno come me non ha dolori.

Mi guardo ancora perché fra un po’ devo uscire. Ma non troppo perché non sono uno di quei fighetti finocchi che vanno dall’estetista ogni due giorni. Smetto di guardarmi. Mi vesto.

Vengono a insudiciare la nostra bella e ricca città. Vogliono cacciarci e prendere il nostro posto. E trovano anche Italiani del cazzo pronti a foraggiarli. Non si può andare per il sottile. Annichilire ogni ostacolo. Punizioni esemplari.

Se nel mondo non c’è più ordine ci sarà qualcuno che riporta la giustizia. La gente appoggia quello che facciamo. I nostri valori sono giusti. Lo sanno anche loro. Chiunque non sia un viscido verme lo sa. Per cui ci appoggiano.

Fra quelli che contano qualcuno ci appoggia. Non è un caso se sono impunito sebbene indagato da oltre un anno. Libero di continuare. Senza problemi. Devo. Nessuno ha i coglioni per fermarci. Sono determinato, so quello che voglio, non ho dubbi. Affermare la nostra identità.

Il mondo è una fogna, qualcuno deve ripulirlo. Il futuro è dei giovani. Noi siamo gli eletti. Abbiamo una forza bestiale e quello che dobbiamo fare non ci pesa più di tanto. Anzi a volte riusciamo a divertirci.

E’ sera. Esco di casa come spesso succede a quest’ora. È il primo maggio. Un giorno di merda. Sferro un calcio furioso su una bottiglia di birra vuota sul selciato, residuo lercio di un maledetto negro. Giorno di merda. Però non si lavora il primo maggio e non si va a scuola. È un giorno di festa.

So che stanotte accadrà qualcosa. Già molte ne sono avvenute. Non basta mai. È l’azione che schiaccia la paura del futuro. Nell’azione siamo vivi. L’azione guarisce tutto: rapida, spietata, primordiale.

Non so ancora mentre camminiamo verso la birreria che noi stiamo per compiere quello che secoli prima, si racconta, nella nostra città avvenne fra Tebaldo e Mercuzio. Sangue. Stanotte torneranno a scontrarsi.

Stanotte i nemici non saranno ad armi pari. L’esito è segnato. Perché noi siamo un branco. Perché il mio/nostro nemico non è consapevole del suo destino. Non sa di essere nemico. (Neanche io lo so, non l’ho ancora mai visto). E non avrà il tempo di immaginare una difesa.


In ricordo di Nicola Tommasoli, ucciso perché considerato diverso.

lunedì 5 maggio 2008

I demoni di San Pietroburgo

I demoni, che si manifestano con passione e ferocia nella San Pietroburgo del XIX secolo, sono i giovani rivoluzionari che precorrono di mezzo secolo la rivoluzione bolscevica ‘ufficiale’. I demoni sono, naturalmente, anche il titolo della nota opera letteraria di Fëdor Dostoevskij. I demoni sono, infine, i fantasmi che tormentano lo scrittore russo, ormai conosciuto e acclamato, ma ancora lontano dall’aver fatto i conti con la propria storia personale.
Il bel film di Giuliano Montaldo ci mostra, in forma condensata, certo, ma indubbiamente efficace, un Dostoevskij perennemente in bilico - e ognuno di noi vi si può riconoscere - tra le spinte conflittuali della propria interiorità e la realtà contingente, origine di ulteriori conflitti.
Non sappiamo se gli attacchi che avevano iniziato a colpire lo scrittore dall’età di 16 anni fossero realmente una forma di epilessia o non, piuttosto, una reazione psichica di difesa, scatenata da situazioni intollerabili. Non sappiamo fino a che punto possano aver segnato il percorso di vita di Fëdor Michajlovič l’arresto e la condanna a morte, a 27 anni, l’esecuzione fermata solo all’ultimo istante, il lungo e interminabile periodo di lavori forzati in Siberia.
Non lo sappiamo. Tra le nostre mani resta, intatta, la grandezza delle opere che ci sono state lasciate, quando apriamo uno dei suoi libri e leggiamo le sue pagine, ogni volta identificandoci con i personaggi ai quali l'autore ha dato vita, soffrendo con loro e commuovendoci per loro.
La loro vita è, in fondo, la nostra stessa vita. Le vicende della Russia di quel tempo lontano, mutati gli elementi esteriori di costume, non sono troppo dissimili dagli accadimenti della nostra storia italiana recente.
Uno dei meriti del film di Montaldo, che vale senz’altro la visione, è anche quello di evocare una serie di elementi di riflessione sui nostri tempi, sul rapporto tra istituzioni, potere e società civile, in primo luogo, ma anche sul significato di concetti come giustizia, libertà, solidarietà.

venerdì 11 aprile 2008

Patria e bandiere

Premetto che voglio dare per scontate le questioni strutturali legate alla guerra: il mercato delle armi che porta a creare i propri stessi nemici per poterle smerciare; il mercato delle fasce e dei medicinali ecc. per riparare i corpi dei sopravvissuti (ricordate Fahrenheit 9/11 di Michael Moore?) e persino il mercato (sebbene certo assai meno lucroso, ma vale simbolicamente) delle bandiere della pace.

Quando le bandiere della pace hanno cominciato a sventolare, non avevo intenzione di accodarmi. Poi mi sono accorta che provavo una sorta di serenità nel constatare che ogni giorno aumentavano, e mi sembrava di avere in comune con gli sconosciuti abitanti di quelle case un certo sguardo di desolazione gettato sui variegati percorsi umani di insensatezza autodistruttiva. Così, parlandone, abbiamo deciso di esporne una anche noi.
Si doveva, però, lottare con il balcone stesso, perché è tutto in muratura (dunque privo di una ringhiera) e per di più tale da respingere qualsiasi tipo di chiodo. Abbiamo sperimentato i mezzi più diversi per fissarla, arrivando persino, un certo pomeriggio, a spiare con il binocolo i balconi simili al nostro – tutti abbastanza distanti - per carpirne il segreto e imitare la tecnica utilizzata. Dopo varie esperienze fallimentari ci siamo risolti per il fil di ferro, creando un complicato andirivieni di serpentine all’interno del quale fissare in qualche modo la stoffa. Ogni più leggera brezza, però, continuava a rivoltare il nostro povero drappo all’interno del balcone. Dovevamo lottare, poi, anche con uno dei due gatti, la femmina, che sembrava cominciare la sua giornata con l’unico obiettivo di tirare dentro e poi giù sia il filo di ferro che la bandiera per accovacciarvisi sopra a coprire, trionfante, un proprio acquisito nuovo spazio territoriale.
Poi, finalmente, ci siamo arresi.Un bel giorno, infatti, dal balcone di una palazzina vicina, si è vista sventolare una bandiera tricolore. Quella bandiera, unica nella strada colorata solo da bandiere della pace, esprimeva la volontà di affermare un’idea di “patria” intesa come territorio-proprietà da difendere, come suolo reso sicuro da precisi confini, anziché come contesto di storia condivisa o di solidarietà possibili.
La “patria” ridotta all’idea del suolo che calpestiamo.
Suolo, appartenenza, trincee.
Improvvisamente quel drappo tricolore dotava di un nuovo senso anche la bandiera faticosamente esposta al nostro balcone. Un senso che non mi piaceva. Non più un ponte gettato a coprire una distanza, ma un vessillo che generava, suo malgrado, aggressività e chiusura.

Non intendo certo la pace come una dimensione di assenza di lacerazioni o conflitti: si tratterebbe, in questo caso, di una sorta di territorio amorfo,indistinto, seriale e paludoso; piuttosto la identifico con la possibilità, per ciascuno, di esprimere la propria irriducibile differenza. Mi piace coniugare l’idea di pace con la capacità di attraversare i conflitti e comprenderne il senso, cercando di evitare che si traducano in percorsi distruttivi; elaborandoli (quando è possibile), ma senza negarli o aggrapparci a illusorie ricomposizioni simbiotiche; animati dalla voglia di curiosare al di là dei confini, anziché attestarci al loro interno per trarre sicurezza. Non mi piace, insomma, considerando anche che apparentemente tutti sono per l’affermazione di una condizione di pace, la retorica zuccherosa che il solo termine genera e che non permette l’autoriflessione.

Rifletto spesso, infine, sul fatto che a scuola generalmente viene insegnata la pace come un breve tragitto di congiunzione tra una guerra e l’altra. Con una inverosimile lettura delle durate temporali, tra l’altro...Le domande tipiche delle interrogazioni sono: “Dimmi le conseguenze della guerra X” o, per variare: “Dimmi le cause della guerra Y”. Si viene educati all’idea che la pace corrisponda a un luogo privo di conflitti e violenze. Con la conseguenza che ci si comporta per tutta la vita in maniera infantile, incapaci di gestire i conflitti e di elaborarne il senso. Incapaci, soprattutto, di capire che dove sembrano non esserci conflitti ci può essere, più semplicemente, uno stato di dominio che fonda anche le differenti forme di asservimento psicologico.

mercoledì 9 aprile 2008

Into the Wild

Avevo corso il rischio di non vederlo mai, per colpa di uno stupido preconcetto. Mi ero convinto - a torto, ora lo so - che la pellicola si limitasse all’esaltazione, ingenua e intrisa di ideologia, del ritorno dell’uomo alla natura incontaminata. Anche per colpa dei trailers, forse troppo centrati sulle immagini degli orizzonti a perdita d’occhio, di cui il film è pervaso.

Enrico ne aveva parlato con entusiasmo, in uno dei suoi post, ma io non mi sono lasciato convincere. Così come sono riuscito a opporre, per un po’ di tempo, una strenua resistenza anche ai tentativi della mia compagna, che ha provato di tutto pur di farmi cambiare idea.
Alla fine, ho dovuto cedere. Riluttante e recalcitrante, sono entrato in sala pronto a vendicarmi. Pregustando il piacere di una feroce stroncatura di regia, sceneggiatura, attori, dialoghi e colonna sonora.
Del film di Sean Penn.

Mi sono sbagliato.
Maledetto Sean. E’ riuscito a catturarmi. In pieno. Grazie all’intensità della storia e insieme alla delicatezza con la quale viene trattata, all’efficacia della sua forza narrativa e alla potenza visiva.
Certo, il mito della conquista degli spazi sterminati e della necessaria solitudine dell’esploratore è parte integrante dello spirito nordamericano, ma nel film resta assente ogni facile retorica, tipica di soggetti analoghi, e nella parte finale l’esperienza si ricompone, per assumere un significato nuovo per il protagonista. E per lo spettatore.

E’ possibile, lo ammetto, che io mi sia in parte identificato, a causa della mia storia passata, nel ragazzo che abbandona le sicurezze dei ritmi e degli oggetti quotidiani, forse come pretesto per allontanarsi da una famiglia che lo ha deluso profondamente. Eppure il ragazzo non è uno sprovveduto, né un’ingenuo. Ha in tasca una laurea e una sicura carriera ad Harvard. La sua meta, l’Alaska, sembra, anch’essa, non un traguardo, ma un consapevole pretesto: necessario per trovare la risposta definitiva al senso del suo lunghissimo viaggiare.

Sappiamo, noi adulti, che non esistono risposte definitive (anche se continuiamo, imperterriti, a cercarle). Questo, però, è un film che nutre la mente e arricchisce il pensiero.
Ti tengo d’occhio, Sean. Non credere di sfuggirmi, la prossima volta.

lunedì 7 aprile 2008

Count down

Una sorta di conto alla rovescia silenzioso mi accompagna, quotidianamente, negli ultimi giorni. Una sensazione di trepidazione e di attesa, leggera, sospesa, incolore. Quasi un lievissimo fruscio di fondo, che si manifesta disturbando il suono dei pensieri diurni e alterando la forma dei miei sogni notturni. No, non è un qualcosa di doloroso. Forse solo un po’ fastidioso, nella sua insistenza.

So di cosa si tratta.

Tra pochi giorni sarò il protagonista, insieme a milioni di miei consimili, di uno ‘spettacolo di arte varia’ (come direbbe Paolo Conte), quando i riflettori si accenderanno per illuminare la scena.

Sarà uno spettacolo. Sarà un rito. Sarà il trionfo di uno dei simboli più importanti della nostra democrazia.

E’ strano come io, in questi ultimi giorni, non provi più angoscia, né terrore, né disperazione. Forse dovrei. Forse dovremmo.

So cosa attendo.

Che si faccia buio in sala. Che tutti facciano silenzio. Che lo spettacolo abbia inizio.

Io, nonostante tutto, sono pronto.

Risposta a meta-blog

ROMA
Per quanto mi riguarda, si può parlare liberamente di Roma, sono anche io critico verso questa città. Forse il cambiamento che Antonella ha riscontrato, potrebbe essere l’effetto di quella mutazione antropologica, che ha fatto disperare il compianto Pasolini (che tra l’altro nella poesia “Il pianto della scavatrice” definisce Roma “Stupenda e misera città”). Vedeva svanire sotto gli occhi il “popolano” che nella sua ignoranza conservava un’atavica purezza, e che aveva un codice etico elementare, spontaneo ma affidabile e umano. Una volta persi i legami con la società tradizionale (quella contadina aveva in mente il poeta), a causa del boom economico e dell’affermarsi del consumismo, gli individui diventano pronti a tutto senza alcuna legge morale a regolare le loro azioni, senza più essere tenuti ad alcuna forma di rispetto verso il prossimo. Certo (come forse ho già detto…), qualche merito lo avrà avuto anche l’influsso della religione cattolica (ama il prossimo tuo come te stesso, non rubare, non uccidere, ecc.), nonostante tutto quello che sappiamo…

FRAINTENDIMENTI
E’ vero, tramite internet è molto facile equivocare i contenuti, le intenzioni dei nostri interlocutori. (Per inciso vorrei dire che trovo gli interventi di Antonella sempre molto garbati). Per comunicare i vari segnali extralinguistici via internet, come sapete, sono stati inventati gli “smiley”, le faccine (http://it.wikipedia.org/wiki/Smiley), che oramai saranno centinaia. Ognuno è libero di scegliere se usarli o meno e in quale misura. Forse qualcuno potrebbe non apprezzarli esteticamente ma a volte si rivelano di qualche utilità.

LUNGHEZZA POST
Sono del parere che, senza arrivare al motto di McLuhan (Il mezzo è il messaggio), dobbiamo adeguarci al mezzo telematico che ospita i nostri pensieri. Dunque direi che riguardo alla lunghezza dei post, ci convenga non superare lo spazio di una cartella.
I commenti naturalmente dovrebbero essere ancora più brevi.
Comunque per necessità espressive o per altre vicissitudini possiamo anche chiudere un occhio, al massimo avremo generato uno “scheggione”.

Meta-blog

Qualche giorno fa, rileggendo con piacere (per l’intelligenza che emanano e probabilmente anche per una condivisa sensibilità rispetto a certe tematiche) le diverse schegge, mi sarebbe venuto da commentarle praticamente tutte. Poi non l’ho fatto per paura di occupare troppo spazio. E’ anche capitato, in altri momenti, che non completassi un commento o non lo inviassi per timore di urtare, sia pure involontariamente, la sensibilità altrui.
Per esempio, leggendo il post di Nicola nel quale si parla di Roma, avrei avuto voglia di scrivere un commento su questa città vista da una persona non romana, in relazione alle trasformazioni frenetiche (e più generali) di questi ultimi anni. Mi sono messa a farlo, scrivendo quanto più o meno riporto di seguito. Ho scritto che Roma ho cominciato a frequentarla, giovanissima, per ragioni di impegno politico. Così, a Roma capitavo con una certa regolarità, anche per gli incontri nazionali di donne, ospitata da amici e amiche e muovendomi quasi sempre nel cuore della città; per lo più a piedi o, al massimo, in metropolitana. Roma mi appariva colorata, scanzonata, piena di vita, aperta e accogliente (cosmopolita, appunto), profumata. Certo non ne frequentavo le periferie, i quartieri degradati o marginalizzanti, i tram affollati (un’esperienza, quest’ultima, vissuta poche volte e di seguito accuratamente evitata); ed ero sempre in compagnia di persone affini a me, con lo sguardo rivolto alla stessa utopia. Poi, per ragioni che porterebbero fuori tema, ho cominciato a non riconoscermi più del tutto in nessuno dei gruppi che avevo frequentato e a venire a Roma sempre più raramente; in albergo (e dati i costi e la mia condizione dell’epoca, non granché e non in centro) o avanti-indietro, per lo più per una mostra, qualche volta per una manifestazione.
Ora, invece, da in po’ di anni, la frequento di nuovo: per motivi personali (ma non spesso) e in questo caso ospite e in compagnia di “autoctoni”; o per motivi di lavoro (e in questo caso in albergo, in centro, e in compagnia mista di romani e non); dunque ho diversi possibili spaccati. In queste occasioni mi capita di sentirmi estranea, non accolta, non compresa, persino. Un barista mi si è rivoltato contro, una volta, con aggressività, per l’espressione che avevo usato chiedendo dell’acqua minerale non gassata: aveva capito (o finto di capire) che la volevo di rubinetto per non pagare. Ha ribattuto con aggressività (e in romanesco) anche al mio tentativo di spiegare il fraintendimento linguistico ironizzando; ed ero in compagnia di un romano! Mi sono chiesta se stavo vivendo un’altra Roma o se la città, nel frattempo, fosse cambiata, trasfigurata quasi, diventata avida e nello stesso tempo chiusa nei confronti dei non-romani. Roma mi sembra ora, certe volte, molto diversa da quella che avevo conosciuto, seppure non da stanziale, in anni precedenti, ma non so mai quanto questa impressione si debba al rimpianto, del tutto soggettivo, dell’immagine che aveva assunto per me. Però, c’è una sorta di malinconia rassegnata nei volti delle persone; camminano un po’ tutti in un certo modo ipotonico, sollevano poco i piedi da terra...

Qui mi sono fermata. Non era più un commento: troppo lungo. E d’altra parte, all’idea di farne un post, avevo paura di urtare la sensibilità di chi in questa città ci vive (la metà dei quattro che per ora scrivono in questo blog) o di chi c’è nato e vissuto per diverso tempo: dunque, a questo punto, di tutti gli altri.
E qui, in questo essermi fermata e nel non aver pubblicato il commento al post di Nicola, stanno le considerazioni meta-blog:
Quanto può essere lungo un commento?
Come si fa a parlare di qualcosa che si conosce solo attraverso vari filtri o in maniera intermitente con chi, invece, la conosce da sempre e dal di dentro, senza urtare malamente qualche sua corda sensibile? E se accade, come si può riparare?
E poi ancora: come si fa, con la scrittura, a rimpiazzare tutte quelle facilitazioni comunicative (o evitamenti del fraintendere) che sono legate alla mimica facciale e allo sguardo, ai gesti e alla loro leggerezza o pesantezza, alla prosodia?