domenica 31 maggio 2009

A santità der caimano


Inserisco questa antica favola che si è tramandata in dialetto romanesco. Ho cercato di modificare alcuni arcaismi e spero che sia quindi comprensibile a tutti.
Inutile dire che ogni eventuale riferimento a fatti o personaggi dei nostri giorni è da ritenersi puramente casuale.




C’era un tempo er soprano d’un pantano
capoccia de ricchezze, de minchioni,
coccoveline e rettilevisioni,
annominato cavajer caimano.

A cche me vale mò sto bben de DDio,
barbotta in d’una notte de calore,
si ppe moje, vassalli e (pporco zzio!)
pe quarche sudditaccio traditore

nun me posso pijà soddisfazione
de dà corpaccio ar desiderio mio:
du carezzucce, un pizzicotto… Io
che der pantan sò l’unico padrone!

In fonno ste veline zuccarine,
coccobbonite, zoccolette ardite
sbaveno pei favori der caimano
che ccià ppiù umanità d’un omo umano.

Dice so ccerto che Domineddio
bbenedirà le mia bbone intenzione:
me chiameranno “papi”, sissignore!,
come li san vicari der creatore.


Enrico Meloni (maggio 2009)

sabato 30 maggio 2009

Viaggiare in treno tra i propri simili (si fa per dire).



Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, soprattutto da sola; leggo, oppure socchiudo gli occhi; o, ancora, osservo gli altri viaggiatori scoprendo analogie con certi prototipi di umanità che costellavano i luoghi della mia infanzia. Amerei, poi, alternare di tanto in tanto la lettura, l’appisolarsi e l’osservazione socio-relazionale anche con il guardare fuori dal finestrino, come facevo una volta (non molto tempo fa) quando ancora i vetri delle carrozze venivano lavati; prima che per risparmiare sul personale addetto alle pulizie si eliminassero, nei treni non a lunga percorrenza, i quattro quinti (più o meno) dei bagni.
Viaggio su un treno definito “ad alta velocità” e quasi cullata dal ticchettio discreto di un signore che scrive su un piccolo portatile, mi immergo nella lettura. L’incanto, però, dura pochissimo perché dopo una manciata di minuti sobbalzo per l’annuncio di benvenuto enfatizzato dal volume e dalla prosodia prescelta; al quale segue la comunicazione, sempre enfatica, di certe caratteristiche del treno, che sollecita uno sguardo d’intesa con un paio di altri viaggiatori. Poi viene comunicato anche che in prima classe sarà offerto uno spuntino insieme a un quotidiano, mentre quelli della seconda possono recarsi alla carrozza-bar; si glissa sul giornale.
Faccio qualche battuta a voce alta per saggiare il terreno e gli altri sorridono. Quindi il treno si ferma senza un annuncio, né un sospiro o un rantolo. Quasi trenta minuti di sosta e nessuna spiegazione né segno di presenza di personale al quale poter chiedere; quando finalmente si riparte ci vengono presentate via altoparlante, ma questa volta senza enfasi, le scuse per il disagio. Mi accorgo che mentre nei precedenti annunci eravamo definiti “clienti”, in quelli di scuse per il disagio siamo degradati a semplici “viaggiatori”. Come dire che è il viaggiare che si espone per definizione a certi rischi, ai quali non va incontro chi decide, saggiamente, di restarsene a casa; dunque la colpa del disagio, alla fin fine, non è di TRENITALIA, ma del viaggiatore. Provo a stimolare i miei simili sulle conseguenze della privatizzazione con un’altra battuta, tesa a sottolineare come la situazione sia grottesca; nella speranza che qualcuno, magari, pensi alle conseguenze di una simile logica non solo rispetto ai treni, ma anche a quanto concerne l'ambito della salute o della formazione. Così, scandisco a voce alta, ma sorridendo: “Non ho potuto acquistare il biglietto e mi scuso con trenitalia per il disagio”. Aspetto che qualcuno annuisca e magari sorrida di nuovo, ma mi guardano imbarazzati e uno di loro, solerte, mi consiglia di cercare subito il controllore.

Stazione di Bologna, attesa dell’altro treno, stessa solfa: il ritardo è imprecisato come le sue cause, ma aumenta di 10 minuti alla volta fino a raggiungere la spaventosa entìtà di quasi due ore. Comincio a scambiare sms con altre persone che sono già su quel treno e con le quali dovrei proseguire il viaggio: le spiegazioni e i tempi del ritardo non coincidono minimamente. Finalmente salgo, con un certo sollievo: ma è rotto il condizionamento e il caldo è ancora più impietoso dato che i finestrini non si possono aprire; mentre i bagni sono guasti, cioè privi di acqua, dunque ingolfati e maleodoranti. Il treno, inoltre, non parte e si resta immobili, ignari, e in attesa per diverso tempo.
Nessun annuncio, ora, impedisce di leggere, di appisolarsi o di guardarsi intorno. Io non lo faccio, però, ma mi concentro nella conversazione con le persone che ho raggiunto e resto nel loro scompartimento invece di guadagnare il posto prenotato: non voglio stare da sola a vedere dipinta, nei volti dei miei simili, la consueta rassegnazione che ha permesso che tutto questo - e molto altro - fosse possibile.

giovedì 21 maggio 2009

Scrivere su carta virtuale: una reversibilità che può essere liberatoria.


L’immagine di Isotta che scrive a Tristano, una delle più note di Aubrey Bearsdley, mi ha sempre suscitato una sorta di commozione. E’ distante e vicina nello stesso tempo. Ci si immagina che il raccolto scrivere di questa donna, avvolta dai suoi lunghi neri capelli, avvenga nella notte, anche se nessun indizio grafico ce lo dice. Si percepisce la solitudine e un ponte gettato a colmarla, fatto di parole su carta. E' una solitudine amica, non ostile, che permette di pensare e di esprimere ciò che si sente in maniera diversa - e a volte anche più intensa - rispetto al dialogo delle voci.

Ho inviato moltissime lettere in passato, agli amici lontani, ma anche alle persone vicine, comprese quelle di quotidiana frequentazione. Ciò che veniva scritto aveva il segno dell’irreversibilità. Si distaccava da chi scriveva per essere fatto oggetto di possesso da chi riceveva la lettera e non era modificabile né tanto meno eliminabile da parte dell’autore. Il paradosso di quella scrittura era proprio questo: cioè che pur nascendo come forma di comunicazione poteva appartenere solo all’uno o all’altro degli interlocutori, a chi scriveva o a chi leggeva: insomma, a una persona alla volta.

Mi sono iscritta a Facebook dopo tanto pensare critico in proposito che però ha sempre controbilanciato la mia curiosità. Temevo una sorta di invadenza degli altri e una più pesante irreversibilità delle azioni di scrittura. Poi mi sono detta che anche per criticare un luogo di relazioni o un percorso occorre sperimentarlo.




E' buffo: il piano scrittorio inclinato sfiorato dalle mani di Isotta sembra quasi un portatile...












Sono solo tre giorni di frequentazione molto frammentata di Facebook, impiegata soprattutto a cercare di scoprirne gli aspetti tecnici, ma anche a strutturare il mio spazio come cornice relazionale e a proposito di questa seconda qualche problema si è già presentato: per esempio come fare con chi, amico, si propone con un simbolo politico anziché con un’immagine personale. Tra le due categorie (vetuste) di destra e sinistra mi colloco in una delle due piuttosto che nell'altra ed è la stessa della maggior parte dei miei amici; ma non mi riconosco in alcuna formazione organizzata. La piccola incertezza relazionale dettata dalla foto del profilo di una richiesta di amicizia mi ha costretto a pensare: alle categorie di cui sopra (“destra” e “sinistra”) per esempio; ma anche alla responsabilità di ciò che viene scritto su carta virtuale, cioè condivisa e non più possesso solo dell’uno o dell’altro. Nel caso specifico ho risolto inserendo nel mio profilo una specificazione (che all’inizio avevo deciso di non mettere) sul mio orientamento politico e la mia non appartenenza a organizzazioni strutturate. Il tutto nel segno della reversibilità, cioè nella dimensione del possibile.

giovedì 7 maggio 2009

"Son le tue orme la via"...



Pochi giorni fa sono andato a fare un'escursione sulle Apuane, fino al Rifugio Rossi (1.600 m) e oltre, ai piedi del versante nord della parete dall'eloquente nome "(U)Omo morto" (nella foto) e base di ascensione verso Pania della Croce e Pizzo delle Saette...
Guardando le tracce lasciate sulla neve, mi è venuta in mente la poesia di Antonio Machado sul Viandante e in particolare il verso ripreso da Francisco Varela: "Son le tue orme la via".

La poesia, da quanto mi risulta, inizia così: "Viandante, son le tue orme/ la via, nient'altro./Viandante, non sei su una via,/la via la fai tu avanzando..."

In effetti, l'impressione era quella. O meglio, c'erano orme lasciate da altri, ed era più confortevole seguirle. Seguendole, le "confermavo", le calcavo maggiormente per altri eventuali viandanti. Ma le opzioni erano diverse, e in ogni caso, per avanzare in modo "sicuro" quando il terreno è nascosto, una mappa non è sufficiente... In alcune zone in pendenza la neve si stava già staccando dal terreno, per il caldo; in altre, nascondeva buche (del resto, quell'area è anche nota per avere una zona carsica).

La montagna, le ascese, le discese e le deviazioni a cui la montagna costringe, le zone d'ombra e quelle aperte, l'insieme di tutte queste cose mi sembra come una metafora tangibile dell'essere viandanti, costretti in qualche modo a trovare cadenze nel passo e nel respiro, tra la possibilità di spaziare con lo sguardo su panorami immensi e di doverlo chinare sulle piccole pietre che possono fare da inciampo. In ogni caso, raggiunti certi crinali, si ha - da soli o in compagnia - la sensazione di un tempo più dilatato, di una possibilità e di un'esigenza di sostare più a lungo sulla relazione con i propri pensieri e quelli degli altri.

giovedì 23 aprile 2009

Professione blogger



Anche per stimolarci a scrivere in una fase in cui il blog non brulica di nuovi post, inserisco da buon “ricopione” alcune parti di un articolo pubblicato su La Repubblica di ieri da Alberto Flores d'Arcais, che, a dirla tutta lo ha, per sua stessa ammissione, a sua volta ricopiato (parafrasandolo) dal Wall Street Journal. Perciò tutte le parti virgolettate che leggerete sono tratte dal suddetto quotidiano internazionale.


NEW YORK - Che negli ultimi due-tre anni ci fosse stato il boom era risaputo, ma che in America la categoria di chi si guadagna da vivere "postando" online fosse più numerosa dei programmatori di computer, dei pompieri o dei baristi (tanto per citare molto diversi tra loro) e alla pari con gli avvocati - anche se questi ultimi guadagnano sicuramente di più - nessuno lo immaginava. […] Tra gli oltre 20 milioni di blogger presi in esame in America (tutti quelli che lo fanno per passione, per informare, per gioco o per qualsiasi altro motivo) ce ne sono 1,7 milioni che ci guadagnano sopra. E per 452mila di costoro quei soldi sono la prima fonte di stipendio. […]
Se i giornalisti erano "il quarto potere, i blogger stanno diventando il quinto".
Un'attività iniziata come "forum di discussione" sulla politica e le nuove tecnologie si è allargata rapidamente a tutti i campi immaginabili della vita, "dalla maternità alla sanità, dalle arti alla moda, fino alla odontoiatria". Quello che era iniziato "come un hobby o uno sbocco per volontari" sta diventando un "big business" per i nuovi siti emergenti, per le società che da questi vengono giudicate e per tutti coloro che lavorano "in questa nuova industria".
[…]
Secondo i calcoli del Wall Street Journal con centomila visitatori unici al mese un sito può guadagnare 75mila dollari all'anno. Per un buon "post" i blogger possono prendere da 75 a 200 dollari, qualcuno può fare addirittura lo 'spokeblogger', pagato dai pubblicitari per "bloggare" un prodotto. […]
Mentre il numero dei blogger cresce, il numero dei professionisti dell'informazione tradizionale diminuisce significativamente. Solo a Washington - la città più "blogged" d'America e forse del mondo - rispetto a pochi anni fa è diminuito del 79 per cento il numero dei giornalisti che lavorano nei tradizionali giornali di carta. Del resto i siti online al top della graduatoria già oggi hanno introiti considerevoli e a un certo punto "non ci sono dubbi che l'Huffington Post varrà più del Washington Post".

martedì 14 aprile 2009

L'unione e la forza



Questa mattina una bella discussione sui risvolti dell'etologia mi ha fatto venire un mente un video, che qualche tempo fa ha avuto molta fortuna in rete e che sono riuscito a ritrovare con una certa difficoltà. Si tratta di un caso "insolito" per chi è abituato ai documentari che vanno per la maggiore, dove il più forte inesorabilmente vince e le prede inevitabilmente fuggono o soccombono.

Il video racconta un'altra storia: qui una mandria di bufali torna sui propri passi per liberare un piccolo da un gruppo di leonesse sul punto di ucciderlo. Non è un caso unico: documentari come quelli di "Discovery Channel" ne raccontano di simili.



Perché il caso ci appare così insolito? Perché viene mostrato meno in televisione o perché effettivamente è più raro? E, nel secondo caso, perché effettivamente è più raro? E perché esistono simili "eccezioni"?

domenica 5 aprile 2009

Stabat Mater


Pur non essendo credente, amo le composizioni di musica sacra. E, qualche sera fa, ho avuto modo di ascoltare, nella calda atmosfera della Chiesa dei Cavalieri a Pisa, un’esecuzione magistrale dello Stabat Mater di Pergolesi.
Suoni antichi e già moderni, di una bellezza senza tempo, dolenti, lontani dal frastuono di quella musica commerciale che si consuma (e ci consuma) sempre più rapidamente, suicidandosi senza lasciare memoria perché altra musica, dalla vita altrettanto breve, ne prenda il posto.

Parole antiche, “stabat mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat filium”, e quanto mai attuali, “la madre, addolorata, stava in lacrime presso la croce, dalla quale pendeva il figlio”, potente metafora del dolore umano, rappresentazione del pianto di tutte le madri per un figlio ucciso dal potere, dalla guerra, dalla malattia, dalla fame, dall’odio.

L’ascolto di un brano come lo Stabat Mater non si limita a un istante di puro divertimento, ma diventa occasione per riflettere, tentare di comprendere, essere migliori (forse) e, certamente, per crescere. Questo, credo, dovrebbe essere il senso della cultura, di tutta la cultura.

Nel libro della Genesi si racconta che Abramo supplicò Jahvè, che aveva ormai deciso di distruggere Sodoma, di risparmiare la città se in essa vi si fossero trovati almeno dieci uomini giusti. Finché si troveranno in Italia dieci persone disposte davvero ad apprezzare una cultura non effimera e non di puro consumo, esiste ancora una debole speranza che il nostro paese possa sopravvivere alla distruzione in corso.

mercoledì 25 marzo 2009

Affondamento scuola pubblica



Mentre negli altri paesi del mondo, almeno quelli più evoluti, è ormai assodato che investire nella formazione, la cultura, la ricerca rappresenta una priorità indiscussa, in Italia si procede bellamente a sferrare le ultime picconate per demolire quello che rimane ancora in piedi della scuola statale. Soltanto per il prossimo anno scolastico sono previsti oltre 42.000 tagli di cattedre.
A dispetto di quanto i mass-media hanno lasciato passare, i tagli non riguardano principalmente la scuola elementare (maestro unico, orario di 24 ore, ecc.), perché in realtà a perdere di più è la scuola media dove secondo le cifre ufficiali del disastro sono previste 15.542 cattedre in meno, mentre nella primaria si perderanno “soltanto” 9.968 posti. Considerando che la scuola elementare dura cinque anni rispetto ai tre delle medie, non ci vuole un genio della matematica per capire che il rapporto si amplia ulteriormente (un’altra situazione in cui i canali ufficiali della comunicazione – impegnati a dedicare ore su ore a banali fatti di cronaca - hanno falsificato, distorto la realtà dei fatti…).
Quali saranno le conseguenze pratiche oltre ai posti di lavoro che andranno persi? Per brevità, ne prendo in considerazione due soltanto.
A) Il ruolo dell’insegnante diventerà sempre più simile a quello del guardiano dello zoo.
Abolendo le ore a disposizione, ogni volta che si assenta un insegnante i suoi alunni verranno divisi nelle altre classi; ciò comporterà che mediamente ci saranno in ogni aula da 5 a 10 alunni in più, senza contare l’aumento degli alunni per classe deciso dal governo. Si comprende bene che a questo punto il lavoro del docente sarà di mera sorveglianza, visto che già oggi si spendono molte energie per indurre i “pierini” di turno a più miti consigli.
B) considerando la fatiscenza di molti edifici scolastici e la capienza delle aule, si direbbero quantomeno azzardati questi provvedimenti che causeranno direttamente o indirettamente un consistente aumento di alunni per classe.
A chi giova questa bella manovra?... Le risposte (come direbbe Lubrano) sorgono spontanee, e perciò lascio ad ognuno di voi il gusto di immaginarle.
Quello che ancora mi stupisce è che tutto sembra avvenire fra l’indifferenza e la rassegnazione dei più che appaiono non troppo dissimili dagli orchestrali del Titanic i quali, si racconta, non smisero di suonare fino al completo affondamento della nave.


martedì 24 marzo 2009

Le tigri di Ligabue



Le tigri di Ligabue si avventano contro di te, fameliche, feroci, spietate. Appena un istante prima, agitando il fuoco rovente delle loro fauci immense e assassine, mentre già aprivano con astuta arroganza la corona dei denti aguzzi e immacolati, ti avevano catturato in un’ipnosi senza vie di fuga.
Non puoi che restare immobile, cristallizzato come loro nell’impeto della caccia che le ha trasformate in una torsione spasmodica di dolore oscuro, serpeggiante nel tripudio di righe infinite che si stagliano dal manto, ancora e ancora e ancora, fino a raggiungere la lunga coda da mammifero-scorpione, ritorta in avanti ad ammonire l’incauto che ha osato guardare, che ha osato avvicinarsi.
L’atmosfera si satura di colore e di forme ubriache, la stanza inizia a ruotare, la vista si annebbia, la paura acquista consistenza di tela, le gambe sembrano non reggere. L’intero universo è risucchiato nel vortice che congiunge il quadro ai tuoi occhi e i tuoi occhi al quadro.
E bevi la follia, ammiccante dalle palpebre socchiuse della belva, da quelle pupille più umane dell’umano, dalle zampe-braccia protese, dalle mani-artigli affilate, dalle vibrisse sollevate a ventaglio. La senti insinuarsi nel tuo respiro di visitatore ormai preda, giù, fino alla gola, e avanti, fino ai polmoni, e ancora più a fondo, fino al cuore.
Il dipinto urla la follia e la bellezza, trapassandoti la mente come uno shock da alta tensione e gettandoti in un mondo dove non troverai più parole, né ragionamenti, né riflessione.
Potrai anche riuscire a staccartene, se ne avrai la forza. Ma sei, ormai e per sempre, perduto.


Ho potuto ammirare in questi giorni a Siena, in una delle sezioni della mostra “Arte, genio, follia”, alcuni dipinti originali di Antonio Ligabue. L’emozione che queste tele mi hanno suscitato è stata, come si può intuire, straordinariamente profonda e intensa.

domenica 22 marzo 2009

Una storia del nostro tempo


Una storia del nostro tempo, che non a caso ha come titolo il nome di un’automobile, lo status symbol per antonomasia, che si può esibire pubblicamente, a differenza ad esempio dell’abitazione, visibile solo a una cerchia ristretta di persone. Si tratta però di una Ford Gran Torino fabbricata nei primi anni ’70, a cui Kowalski (Eastwood), in un deserto di relazioni umane autentiche, è molto affezionato. Dunque, una storia del nostro tempo con le radici che affondano nel passato; non è un caso se il protagonista-regista è classe 1930.
Kowalski è un vecchio meccanico della Ford in pensione, che non ha mai abbandonato il suo Garand M1 dalla guerra di Corea, un fucile che lo accompagna quotidianamente insieme ad altre armi. Le prime scene ci mostrano il funerale dell’amata moglie, durante il quale le figure di figli e nipoti appaiono scialbe, opportuniste e quasi nauseanti; tali caratteristiche li accompagnano per tutta la durata del film, tanto che ad un certo punto Kowalski adotta e si fa adottare da una famiglia di vicini asiatici, da lui in precedenza manifestamente disprezzati.
Fra le molteplici tematiche che emergono nel film (razzismo, traumi della guerra malamente rimossi, società disgregata, vecchiaia, malattia, morte, assenza di valori e di modelli positivi, ecc.), non ultima è lo sfaldamento della famiglia (almeno quella occidentale), che presentato da un noto conservatore come Eastwood, ci offre un ulteriore motivo di riflessione.
Sentendosi sempre più lontano dai suoi, il vecchio reduce inizia a conoscere e a proteggere i vicini asiatici, che sono così simili ai suoi nemici coreani di un tempo. Scopre in loro una cultura con usanze stravaganti ai suoi occhi, ma che in compenso mostra gentilezza, gratitudine e rispetto per il prossimo.
Forse si assiste ad uno sviluppo un po’ retorico e moralistico, ma nell’assenza di una bussola etica, che caratterizza questi tempi, alcune certezze e un po’ di coraggio possono fare la differenza. E allora vediamo in azione il vecchio protagonista dai modi a volte fumettistici (ghigni di sdegno e disprezzo, espressioni granitiche, modi da duro), che castiga i giovanotti delle gang (non so quanto verosimilmente…).
Mentre su un versante si dedica all’attività del giustiziere solitario, dall’altro, Kowalski inizia ad occuparsi dell’adolescente vicino asiatico, che si è dimostrato ingenuo, imbranato, in balia degli eventi. L’educazione all’approccio dialogico, non senza una buona dose di autoironia, ci mostra il ragazzo asiatico apostrofare il barbiere italo-americano, amico del protagonista, con parole pesanti, offensive, sarcastiche ma “virili”. Possiamo non condividere una simile forma di relazionarsi, tuttavia viene da pensare che in una pesante assenza di affidabili modelli di riferimento per le nuove generazioni, meglio imparare un linguaggio rozzo e cinico con probabile annesso inaridimento emotivo, che rimanere in un vuoto insostenibile, anticamera di pericolosi sbandamenti verso alienazione, droga o reclutamento delle gang.
E’ un film che nonostante qualche pennellata di moralismo e di retorica, emoziona e forse ci dice che in un mondo dove valori e relazioni si vanno disgregando, l’amicizia, anche fra persone di “razze” diverse, a volte può contare molto più dei legami di sangue.

lunedì 9 marzo 2009

"Stella" di Sylvie Verheyde: la scuola e la vita


E’ una delle più famose foto di Robert Doisneau (“L'information scolaire”, Paris, 1956). Ne viene in mente anche un’altra, molto meno nota, guardando “Stella”, il bellissimo film di Sylvie Verheyde distribuito da Nanni Moretti; è sempre di Doisneau e s’intitola “Au coin”: “all’angolo”; “nel cantuccio”, si direbbe nell’antico toscano popolare; cioè in disparte, in castigo, ai margini, nella dimensione dell’esclusione; o in quella, invece, che dà la possibilità di guardare il mondo con altri occhi.


Non è rappresentato, nelle foto come nel film, il punto di vista dell’adulto: maestro, educatore, osservatore più o meno distante; e non c’è, neanche dietro le quinte, alcuna figura esemplare di insegnante capace di coinvolgere, trasfigurare, convertire alle gioie e delizie della cultura, secondo il topos ormai collaudato di molti films (anche belli, magari...) atti a redimerci dai nostri sensi di colpa e inadeguatezza. C’è, al contrario, una suggestione indefinibile, l'allusione a qualcosa di sfuggente e impalpabile; a un tesoro prezioso con il quale alcuni adulti hanno la ventura di venire a contatto come insegnanti o genitori e che resta alla fine inattingibile alla maggior parte di loro/noi; è ciò che ci fa amare quelle foto capaci di suscitare in noi tenerezza, e ancor più ci fa apprezzare il film, che, temo, circolerà poco e male. Era stato persino vietato ai minori di 14 anni (in Italia, naturalmente).
Dal mondo colorato della banlieue parigina degli anni ’70 la bambina-adulta viene proiettata, per caso e attraverso una coetanea, in una dimensione di vita inimmaginabile fatta di letteratura e musica, ma anche di riferimenti affettivi certi, in grado di fungere da cornice ai sogni adolescenti. Mentre la coetanea, ricca e valorizzata, getta a sua volta uno sguardo stupito e affascinato su una dimensione sconosciuta che le era stata interdetta nell'intento di proteggerla: quella della crudezza del mondo.
Gli occhi di Stella (che ha un pessimo profitto scolastico, almeno all'inizio del film) e quelli di Gladys (che è la prima della classe) dipingono il mondo distante della scuola.
Quella rappresentata nel film è definita come una scuola per ricchi. Una scuola che tutto sommato, però,propone modelli del tutto sovrapponibili, nel loro senso profondo, a quelli del bar operaio di periferia gestito dai genitori di Stella, ma della quale, alla fine, Stella saprà anche cogliere le opportunità senza esserne ingannata. Come accade a Truffaut adolescente che fugge da scuola per rifugiarsi, clandestino, nel buio di un cinema fumoso di sigarette o nel ventre ovattato e caldo della metropolitana a leggere Balzac e Dumas, la salvezza scaturisce da un altrove. Anche Stella incontra Balzac, Cocteau e persino Marguerite Duras di “Un barrage contre le Pacifique”: un libro non certo diffuso, ma considerato lettura raffinata ed elitaria, che tuttavia fa scorrere lacrime e sentimenti sulle guance della lettrice-bambina.

Un film intelligente; una lezione importante, nella stagione della lenta agonia della scuola.

lunedì 23 febbraio 2009

I mille volti dello stupro

“Ha più forte
sapore la conquista violenta
che il mellifluo consenso. Io di sospiri
e di lattiginose albe lunari
poco mi appago. Non so trarre accordi
di chitarra, né oroscopo di fior
né far l'occhio di pesce,
o tubar come tortora!
Bramo. - La cosa bramata
perseguo, me ne sazio e via la getto... “

Tosca, atto secondo



E’ l’autopresentazione fiera e arrogante del barone Scarpia, odioso capo della polizia; e siamo nel 1800, a Roma, dopo la caduta della Repubblica romana. Questa bellissima aria, accompagnata da coloriture espressionistiche cupe, rappresenta magistralmente la psicologia dello stupratore. Ed esprime indirettamente il bisogno e il gusto di confondere amore e sopraffazione, seduzione e misura del proprio valore all’interno di un rapporto di forza travestito da coppia amorosa.
Lo stupro di strada, chiamiamolo così, non è che l’epifenomeno evidente rispetto alla realtà dello violenza sessuale che si consuma più spesso tra pareti discrete, in un alveo di morbosa dipendenza o di paura, magari all’interno delle stesse mura domestiche e a opera di un congiunto: il marito, ma anche il padre, lo zio, il nonno, il cugino, il fratello, il cognato, l’amico di famiglia. Non ci possono essere ronde in grado di sorvegliare, prevenire, denunciare.
La violenza subita come un destino non sempre si serve dell’anonimato e dell’oscurità di strade deserte o ha bisogno che siano tenuti fermi i polsi, che sia immobilizzato il corpo a una parete o al suolo, che sia reso debole e arrendevole con una gragnuola di pugni, che se ne minacci l’integrità, o l’esistenza, con una lama affilata...
Lo stupro ha mille volti ed è trasversale alle classi sociali, al livello culturale, al percorso di studio, alla professione, alla realizzazione professionale, all’età, all’appartenenza culturale o geografica.
Scarpia tortura e si accinge a stuprare con la sopraffazione del dominio e, ancora nell’interpretazione intensamente drammatica di Tito Gobbi, il sorriso dipinge la crudeltà del suo volto, mentre non la concitazione dell’impulso incontrollato, ma la lentezza di chi è sicuro della propria forza, disegna i suoi gesti, i suoi passi misurati, ieratici, quasi solenni...

domenica 22 febbraio 2009

Mezzogiorno di fuoco


Lo stupro è un atto rivoltante, vile, terribile. La vittima di uno stupro porta con sé, oltre ai danni subìti dall'aggressione fisica, una ferita psichica indelebile.
Gli aggressori non fanno parte di un'etnia specifica: non sono obbligatoriamente rumeni, albanesi, slavi o extracomunitari di colore. Anche gli italiani stuprano, talvolta donne sconosciute, talvolta ex fidanzate ed ex mogli.
Lo stupro non è, infatti, la cruda manifestazione di una tempesta ormonale, o la conseguenza di una perdita dei freni inibitori, o una reazione alla solitudine. Non parte dagli organi genitali, ma dal cervello, dalla mente, dalla concezione dei rapporti tra esseri umani, che siano uomo-uomo, donna-donna, o uomo-donna.
Chi stupra ha già diviso l’umanità in soggetti dotati di ogni diritto (compreso quello di esercitare la forza) e soggetti che non devono avere diritti; ha già negato ogni forma di eguaglianza; ha già deciso che le relazioni tra esseri umani sono governate da puri rapporti di dominio.

Dopo i militari inviati a pattugliare le città, ieri, con l’intento dichiarato di contrastare gli stupri, in Italia è stato emanato un decreto che autorizza la costituzione di ronde cittadine (anche se, naturalmente, la parola 'ronde' non è menzionata): la costituzione, dunque, di gruppi privati di persone che possono girare per le città e decidere se un cittadino è ‘sospetto’; che possono, ad esempio, decidere di allontanare il ‘nero’ dalla fermata dell’autobus, perché si è avvicinato troppo a una donna ‘bianca’.
La privatizzazione della sicurezza (che fa seguito ad altri tentativi di privatizzazione delle tutele sociali) è un segnale inquietante, che nessun altro paese occidentale democratico ha mai voluto lanciare. Non servirà per il 'controllo del territorio'. Il territorio si controlla promuovendo spazi civili e cultura della solidarietà: aumentando, cioè, il benessere dei cittadini, non il loro malessere.
Non servirà per prevenire le aggressioni, che certo non vengono compiute alla luce del sole.
Questa tacita autorizzazione all’arbitrio e al linciaggio accrescerà in tutti noi, temo, l’ostilità, la diffidenza e la paura verso il nostro prossimo: gli stessi sentimenti, cioè, che muovono i passi di ogni stupratore.

sabato 7 febbraio 2009

To be or not to be



Cosa vuol dire ‘vita’ e cosa vuol dire ‘morte’?
Il caso Englaro dovrebbe spingerci a una riflessione pacata e matura sul significato di questi due termini, carichi di implicazioni emotive e ideologiche, eco della nostra condizione umana e insieme riflesso della storia personale di ciascuno di noi. A tutt’oggi, invece, l’attenzione dei media si è concentrata sulle rappresaglie (sulle meschinità, talvolta) e sugli utilizzi strumentali della vicenda operati da alcuni politici, come anche da opinionisti dell’ultima ora.
Non c’è stato spazio perché fosse possibile un onesto approfondimento della vicenda terrena di questa ragazza e dei suoi genitori. Non c’è stato spazio per chiedersi qual è il rapporto tra la vita, con tutte le sue infinite sfaccettature e sfumature, e la presenza /assenza di un corpo fragile e indifeso.
In questi stessi giorni, del tutto casualmente, ben tre diverse uscite cinematografiche hanno ricordato gli eventi della barbarie nazista e la tragedia della Shoah. Esistono, e sono esistiti, percorsi di vita terribili. Esistono, e sono esistite, sofferenze indicibili e inimmaginabili per una persona comune.
Molti di noi, senza poterlo sapere in anticipo e pagando un prezzo altissimo, possono essere in grado di attraversare oceani di dolore. Ma si tratta, comunque, di una scelta. Non tutti possono, o devono, sopportare tutto.
Se desidero, con tutte le mie forze, che la persona amata mi sia vicina nella concretezza e nella fisicità del suo stesso corpo, quando ogni contatto di parola e di pensiero è ormai spento per sempre, posso anche capire, tuttavia, che una vicinanza altrettanto profonda e significativa nasce nel momento in cui accetto di rispettare un espresso desiderio e, anche con il cuore devastato, lascio a quel corpo la libertà di acquietarsi e di riposare.

giovedì 5 febbraio 2009

Saudade

A volte si ha voglia di regalare un frammento di emozioni, magari una musica.

"Estranha forma de vida" di Amalia Rodrigues:



Racconta il proprio cuore, Amalia; cuore che ha una strana forma di vita; cuore indipendente, cuore indomabile, che vive una vita perduta, sanguinando ardentemente...
Il Fado canta la saudade. E’ una parola intraducibile, la saudade, ed è Lisbona; incarna forse le ombre segrete: di lei, città bianca e gialla di luce. Il Fado porta profumi di africa o di america latina, canti di marinai attraverso brezze leggere, sospiri, rochi suoni percussivi di chitarre. Racconta lo sguardo volto verso un altrove nel fuggire da una piccola striscia di terra affacciata sull’oceano immenso; per sottometterlo e conquistare e perdere il mondo intero dopo averne lambito i confini. Il fado è nostalgia, ma è anche sensualità, vibrazione; è desiderio, ma è anche lamento, canto struggente di quanto non è più, acuto sentimento di una mancanza.

Esprime una malinconia quasi paradossale, venata di gioia e stupore; una malinconia che sembra vestirsi a festa per i frammenti di felicità vissuti. E’passione trattenuta, sospiro, lacrima, carezza, mare. Ci conduce nei vicoli erti e stretti dell’Alfama, tra le case abbracciate le une alle altre, su per il succedersi infinito dei gradini: finché ci regala gli improvvisi squarci delle terrazze aperte sul vasto orizzonte marino. Allora ci lasciamo avvolgere dagli odori, ora aspri, ora dolci di spezie, arrendendoci alle ore di piatta calura stagnante, nel silenzioso deserto delle grate e degli scuri abbassati al sole già alto nel cielo e presago del proprio tramonto.

Amalia Rodrigues, senza tradirne la radice popolare, trasfigurò il Fado nel vento arioso, mesto e appassionato al quale i poeti avrebbero potuto affidare le proprie parole. Così Camoes, così Pessoa, così Saramago poterono dare loro ali per volare... Poesia e musica, del resto, da sempre si confondono.