mercoledì 25 marzo 2009

Affondamento scuola pubblica



Mentre negli altri paesi del mondo, almeno quelli più evoluti, è ormai assodato che investire nella formazione, la cultura, la ricerca rappresenta una priorità indiscussa, in Italia si procede bellamente a sferrare le ultime picconate per demolire quello che rimane ancora in piedi della scuola statale. Soltanto per il prossimo anno scolastico sono previsti oltre 42.000 tagli di cattedre.
A dispetto di quanto i mass-media hanno lasciato passare, i tagli non riguardano principalmente la scuola elementare (maestro unico, orario di 24 ore, ecc.), perché in realtà a perdere di più è la scuola media dove secondo le cifre ufficiali del disastro sono previste 15.542 cattedre in meno, mentre nella primaria si perderanno “soltanto” 9.968 posti. Considerando che la scuola elementare dura cinque anni rispetto ai tre delle medie, non ci vuole un genio della matematica per capire che il rapporto si amplia ulteriormente (un’altra situazione in cui i canali ufficiali della comunicazione – impegnati a dedicare ore su ore a banali fatti di cronaca - hanno falsificato, distorto la realtà dei fatti…).
Quali saranno le conseguenze pratiche oltre ai posti di lavoro che andranno persi? Per brevità, ne prendo in considerazione due soltanto.
A) Il ruolo dell’insegnante diventerà sempre più simile a quello del guardiano dello zoo.
Abolendo le ore a disposizione, ogni volta che si assenta un insegnante i suoi alunni verranno divisi nelle altre classi; ciò comporterà che mediamente ci saranno in ogni aula da 5 a 10 alunni in più, senza contare l’aumento degli alunni per classe deciso dal governo. Si comprende bene che a questo punto il lavoro del docente sarà di mera sorveglianza, visto che già oggi si spendono molte energie per indurre i “pierini” di turno a più miti consigli.
B) considerando la fatiscenza di molti edifici scolastici e la capienza delle aule, si direbbero quantomeno azzardati questi provvedimenti che causeranno direttamente o indirettamente un consistente aumento di alunni per classe.
A chi giova questa bella manovra?... Le risposte (come direbbe Lubrano) sorgono spontanee, e perciò lascio ad ognuno di voi il gusto di immaginarle.
Quello che ancora mi stupisce è che tutto sembra avvenire fra l’indifferenza e la rassegnazione dei più che appaiono non troppo dissimili dagli orchestrali del Titanic i quali, si racconta, non smisero di suonare fino al completo affondamento della nave.


martedì 24 marzo 2009

Le tigri di Ligabue



Le tigri di Ligabue si avventano contro di te, fameliche, feroci, spietate. Appena un istante prima, agitando il fuoco rovente delle loro fauci immense e assassine, mentre già aprivano con astuta arroganza la corona dei denti aguzzi e immacolati, ti avevano catturato in un’ipnosi senza vie di fuga.
Non puoi che restare immobile, cristallizzato come loro nell’impeto della caccia che le ha trasformate in una torsione spasmodica di dolore oscuro, serpeggiante nel tripudio di righe infinite che si stagliano dal manto, ancora e ancora e ancora, fino a raggiungere la lunga coda da mammifero-scorpione, ritorta in avanti ad ammonire l’incauto che ha osato guardare, che ha osato avvicinarsi.
L’atmosfera si satura di colore e di forme ubriache, la stanza inizia a ruotare, la vista si annebbia, la paura acquista consistenza di tela, le gambe sembrano non reggere. L’intero universo è risucchiato nel vortice che congiunge il quadro ai tuoi occhi e i tuoi occhi al quadro.
E bevi la follia, ammiccante dalle palpebre socchiuse della belva, da quelle pupille più umane dell’umano, dalle zampe-braccia protese, dalle mani-artigli affilate, dalle vibrisse sollevate a ventaglio. La senti insinuarsi nel tuo respiro di visitatore ormai preda, giù, fino alla gola, e avanti, fino ai polmoni, e ancora più a fondo, fino al cuore.
Il dipinto urla la follia e la bellezza, trapassandoti la mente come uno shock da alta tensione e gettandoti in un mondo dove non troverai più parole, né ragionamenti, né riflessione.
Potrai anche riuscire a staccartene, se ne avrai la forza. Ma sei, ormai e per sempre, perduto.


Ho potuto ammirare in questi giorni a Siena, in una delle sezioni della mostra “Arte, genio, follia”, alcuni dipinti originali di Antonio Ligabue. L’emozione che queste tele mi hanno suscitato è stata, come si può intuire, straordinariamente profonda e intensa.

domenica 22 marzo 2009

Una storia del nostro tempo


Una storia del nostro tempo, che non a caso ha come titolo il nome di un’automobile, lo status symbol per antonomasia, che si può esibire pubblicamente, a differenza ad esempio dell’abitazione, visibile solo a una cerchia ristretta di persone. Si tratta però di una Ford Gran Torino fabbricata nei primi anni ’70, a cui Kowalski (Eastwood), in un deserto di relazioni umane autentiche, è molto affezionato. Dunque, una storia del nostro tempo con le radici che affondano nel passato; non è un caso se il protagonista-regista è classe 1930.
Kowalski è un vecchio meccanico della Ford in pensione, che non ha mai abbandonato il suo Garand M1 dalla guerra di Corea, un fucile che lo accompagna quotidianamente insieme ad altre armi. Le prime scene ci mostrano il funerale dell’amata moglie, durante il quale le figure di figli e nipoti appaiono scialbe, opportuniste e quasi nauseanti; tali caratteristiche li accompagnano per tutta la durata del film, tanto che ad un certo punto Kowalski adotta e si fa adottare da una famiglia di vicini asiatici, da lui in precedenza manifestamente disprezzati.
Fra le molteplici tematiche che emergono nel film (razzismo, traumi della guerra malamente rimossi, società disgregata, vecchiaia, malattia, morte, assenza di valori e di modelli positivi, ecc.), non ultima è lo sfaldamento della famiglia (almeno quella occidentale), che presentato da un noto conservatore come Eastwood, ci offre un ulteriore motivo di riflessione.
Sentendosi sempre più lontano dai suoi, il vecchio reduce inizia a conoscere e a proteggere i vicini asiatici, che sono così simili ai suoi nemici coreani di un tempo. Scopre in loro una cultura con usanze stravaganti ai suoi occhi, ma che in compenso mostra gentilezza, gratitudine e rispetto per il prossimo.
Forse si assiste ad uno sviluppo un po’ retorico e moralistico, ma nell’assenza di una bussola etica, che caratterizza questi tempi, alcune certezze e un po’ di coraggio possono fare la differenza. E allora vediamo in azione il vecchio protagonista dai modi a volte fumettistici (ghigni di sdegno e disprezzo, espressioni granitiche, modi da duro), che castiga i giovanotti delle gang (non so quanto verosimilmente…).
Mentre su un versante si dedica all’attività del giustiziere solitario, dall’altro, Kowalski inizia ad occuparsi dell’adolescente vicino asiatico, che si è dimostrato ingenuo, imbranato, in balia degli eventi. L’educazione all’approccio dialogico, non senza una buona dose di autoironia, ci mostra il ragazzo asiatico apostrofare il barbiere italo-americano, amico del protagonista, con parole pesanti, offensive, sarcastiche ma “virili”. Possiamo non condividere una simile forma di relazionarsi, tuttavia viene da pensare che in una pesante assenza di affidabili modelli di riferimento per le nuove generazioni, meglio imparare un linguaggio rozzo e cinico con probabile annesso inaridimento emotivo, che rimanere in un vuoto insostenibile, anticamera di pericolosi sbandamenti verso alienazione, droga o reclutamento delle gang.
E’ un film che nonostante qualche pennellata di moralismo e di retorica, emoziona e forse ci dice che in un mondo dove valori e relazioni si vanno disgregando, l’amicizia, anche fra persone di “razze” diverse, a volte può contare molto più dei legami di sangue.

lunedì 9 marzo 2009

"Stella" di Sylvie Verheyde: la scuola e la vita


E’ una delle più famose foto di Robert Doisneau (“L'information scolaire”, Paris, 1956). Ne viene in mente anche un’altra, molto meno nota, guardando “Stella”, il bellissimo film di Sylvie Verheyde distribuito da Nanni Moretti; è sempre di Doisneau e s’intitola “Au coin”: “all’angolo”; “nel cantuccio”, si direbbe nell’antico toscano popolare; cioè in disparte, in castigo, ai margini, nella dimensione dell’esclusione; o in quella, invece, che dà la possibilità di guardare il mondo con altri occhi.


Non è rappresentato, nelle foto come nel film, il punto di vista dell’adulto: maestro, educatore, osservatore più o meno distante; e non c’è, neanche dietro le quinte, alcuna figura esemplare di insegnante capace di coinvolgere, trasfigurare, convertire alle gioie e delizie della cultura, secondo il topos ormai collaudato di molti films (anche belli, magari...) atti a redimerci dai nostri sensi di colpa e inadeguatezza. C’è, al contrario, una suggestione indefinibile, l'allusione a qualcosa di sfuggente e impalpabile; a un tesoro prezioso con il quale alcuni adulti hanno la ventura di venire a contatto come insegnanti o genitori e che resta alla fine inattingibile alla maggior parte di loro/noi; è ciò che ci fa amare quelle foto capaci di suscitare in noi tenerezza, e ancor più ci fa apprezzare il film, che, temo, circolerà poco e male. Era stato persino vietato ai minori di 14 anni (in Italia, naturalmente).
Dal mondo colorato della banlieue parigina degli anni ’70 la bambina-adulta viene proiettata, per caso e attraverso una coetanea, in una dimensione di vita inimmaginabile fatta di letteratura e musica, ma anche di riferimenti affettivi certi, in grado di fungere da cornice ai sogni adolescenti. Mentre la coetanea, ricca e valorizzata, getta a sua volta uno sguardo stupito e affascinato su una dimensione sconosciuta che le era stata interdetta nell'intento di proteggerla: quella della crudezza del mondo.
Gli occhi di Stella (che ha un pessimo profitto scolastico, almeno all'inizio del film) e quelli di Gladys (che è la prima della classe) dipingono il mondo distante della scuola.
Quella rappresentata nel film è definita come una scuola per ricchi. Una scuola che tutto sommato, però,propone modelli del tutto sovrapponibili, nel loro senso profondo, a quelli del bar operaio di periferia gestito dai genitori di Stella, ma della quale, alla fine, Stella saprà anche cogliere le opportunità senza esserne ingannata. Come accade a Truffaut adolescente che fugge da scuola per rifugiarsi, clandestino, nel buio di un cinema fumoso di sigarette o nel ventre ovattato e caldo della metropolitana a leggere Balzac e Dumas, la salvezza scaturisce da un altrove. Anche Stella incontra Balzac, Cocteau e persino Marguerite Duras di “Un barrage contre le Pacifique”: un libro non certo diffuso, ma considerato lettura raffinata ed elitaria, che tuttavia fa scorrere lacrime e sentimenti sulle guance della lettrice-bambina.

Un film intelligente; una lezione importante, nella stagione della lenta agonia della scuola.

lunedì 23 febbraio 2009

I mille volti dello stupro

“Ha più forte
sapore la conquista violenta
che il mellifluo consenso. Io di sospiri
e di lattiginose albe lunari
poco mi appago. Non so trarre accordi
di chitarra, né oroscopo di fior
né far l'occhio di pesce,
o tubar come tortora!
Bramo. - La cosa bramata
perseguo, me ne sazio e via la getto... “

Tosca, atto secondo



E’ l’autopresentazione fiera e arrogante del barone Scarpia, odioso capo della polizia; e siamo nel 1800, a Roma, dopo la caduta della Repubblica romana. Questa bellissima aria, accompagnata da coloriture espressionistiche cupe, rappresenta magistralmente la psicologia dello stupratore. Ed esprime indirettamente il bisogno e il gusto di confondere amore e sopraffazione, seduzione e misura del proprio valore all’interno di un rapporto di forza travestito da coppia amorosa.
Lo stupro di strada, chiamiamolo così, non è che l’epifenomeno evidente rispetto alla realtà dello violenza sessuale che si consuma più spesso tra pareti discrete, in un alveo di morbosa dipendenza o di paura, magari all’interno delle stesse mura domestiche e a opera di un congiunto: il marito, ma anche il padre, lo zio, il nonno, il cugino, il fratello, il cognato, l’amico di famiglia. Non ci possono essere ronde in grado di sorvegliare, prevenire, denunciare.
La violenza subita come un destino non sempre si serve dell’anonimato e dell’oscurità di strade deserte o ha bisogno che siano tenuti fermi i polsi, che sia immobilizzato il corpo a una parete o al suolo, che sia reso debole e arrendevole con una gragnuola di pugni, che se ne minacci l’integrità, o l’esistenza, con una lama affilata...
Lo stupro ha mille volti ed è trasversale alle classi sociali, al livello culturale, al percorso di studio, alla professione, alla realizzazione professionale, all’età, all’appartenenza culturale o geografica.
Scarpia tortura e si accinge a stuprare con la sopraffazione del dominio e, ancora nell’interpretazione intensamente drammatica di Tito Gobbi, il sorriso dipinge la crudeltà del suo volto, mentre non la concitazione dell’impulso incontrollato, ma la lentezza di chi è sicuro della propria forza, disegna i suoi gesti, i suoi passi misurati, ieratici, quasi solenni...

domenica 22 febbraio 2009

Mezzogiorno di fuoco


Lo stupro è un atto rivoltante, vile, terribile. La vittima di uno stupro porta con sé, oltre ai danni subìti dall'aggressione fisica, una ferita psichica indelebile.
Gli aggressori non fanno parte di un'etnia specifica: non sono obbligatoriamente rumeni, albanesi, slavi o extracomunitari di colore. Anche gli italiani stuprano, talvolta donne sconosciute, talvolta ex fidanzate ed ex mogli.
Lo stupro non è, infatti, la cruda manifestazione di una tempesta ormonale, o la conseguenza di una perdita dei freni inibitori, o una reazione alla solitudine. Non parte dagli organi genitali, ma dal cervello, dalla mente, dalla concezione dei rapporti tra esseri umani, che siano uomo-uomo, donna-donna, o uomo-donna.
Chi stupra ha già diviso l’umanità in soggetti dotati di ogni diritto (compreso quello di esercitare la forza) e soggetti che non devono avere diritti; ha già negato ogni forma di eguaglianza; ha già deciso che le relazioni tra esseri umani sono governate da puri rapporti di dominio.

Dopo i militari inviati a pattugliare le città, ieri, con l’intento dichiarato di contrastare gli stupri, in Italia è stato emanato un decreto che autorizza la costituzione di ronde cittadine (anche se, naturalmente, la parola 'ronde' non è menzionata): la costituzione, dunque, di gruppi privati di persone che possono girare per le città e decidere se un cittadino è ‘sospetto’; che possono, ad esempio, decidere di allontanare il ‘nero’ dalla fermata dell’autobus, perché si è avvicinato troppo a una donna ‘bianca’.
La privatizzazione della sicurezza (che fa seguito ad altri tentativi di privatizzazione delle tutele sociali) è un segnale inquietante, che nessun altro paese occidentale democratico ha mai voluto lanciare. Non servirà per il 'controllo del territorio'. Il territorio si controlla promuovendo spazi civili e cultura della solidarietà: aumentando, cioè, il benessere dei cittadini, non il loro malessere.
Non servirà per prevenire le aggressioni, che certo non vengono compiute alla luce del sole.
Questa tacita autorizzazione all’arbitrio e al linciaggio accrescerà in tutti noi, temo, l’ostilità, la diffidenza e la paura verso il nostro prossimo: gli stessi sentimenti, cioè, che muovono i passi di ogni stupratore.

sabato 7 febbraio 2009

To be or not to be



Cosa vuol dire ‘vita’ e cosa vuol dire ‘morte’?
Il caso Englaro dovrebbe spingerci a una riflessione pacata e matura sul significato di questi due termini, carichi di implicazioni emotive e ideologiche, eco della nostra condizione umana e insieme riflesso della storia personale di ciascuno di noi. A tutt’oggi, invece, l’attenzione dei media si è concentrata sulle rappresaglie (sulle meschinità, talvolta) e sugli utilizzi strumentali della vicenda operati da alcuni politici, come anche da opinionisti dell’ultima ora.
Non c’è stato spazio perché fosse possibile un onesto approfondimento della vicenda terrena di questa ragazza e dei suoi genitori. Non c’è stato spazio per chiedersi qual è il rapporto tra la vita, con tutte le sue infinite sfaccettature e sfumature, e la presenza /assenza di un corpo fragile e indifeso.
In questi stessi giorni, del tutto casualmente, ben tre diverse uscite cinematografiche hanno ricordato gli eventi della barbarie nazista e la tragedia della Shoah. Esistono, e sono esistiti, percorsi di vita terribili. Esistono, e sono esistite, sofferenze indicibili e inimmaginabili per una persona comune.
Molti di noi, senza poterlo sapere in anticipo e pagando un prezzo altissimo, possono essere in grado di attraversare oceani di dolore. Ma si tratta, comunque, di una scelta. Non tutti possono, o devono, sopportare tutto.
Se desidero, con tutte le mie forze, che la persona amata mi sia vicina nella concretezza e nella fisicità del suo stesso corpo, quando ogni contatto di parola e di pensiero è ormai spento per sempre, posso anche capire, tuttavia, che una vicinanza altrettanto profonda e significativa nasce nel momento in cui accetto di rispettare un espresso desiderio e, anche con il cuore devastato, lascio a quel corpo la libertà di acquietarsi e di riposare.

giovedì 5 febbraio 2009

Saudade

A volte si ha voglia di regalare un frammento di emozioni, magari una musica.

"Estranha forma de vida" di Amalia Rodrigues:



Racconta il proprio cuore, Amalia; cuore che ha una strana forma di vita; cuore indipendente, cuore indomabile, che vive una vita perduta, sanguinando ardentemente...
Il Fado canta la saudade. E’ una parola intraducibile, la saudade, ed è Lisbona; incarna forse le ombre segrete: di lei, città bianca e gialla di luce. Il Fado porta profumi di africa o di america latina, canti di marinai attraverso brezze leggere, sospiri, rochi suoni percussivi di chitarre. Racconta lo sguardo volto verso un altrove nel fuggire da una piccola striscia di terra affacciata sull’oceano immenso; per sottometterlo e conquistare e perdere il mondo intero dopo averne lambito i confini. Il fado è nostalgia, ma è anche sensualità, vibrazione; è desiderio, ma è anche lamento, canto struggente di quanto non è più, acuto sentimento di una mancanza.

Esprime una malinconia quasi paradossale, venata di gioia e stupore; una malinconia che sembra vestirsi a festa per i frammenti di felicità vissuti. E’passione trattenuta, sospiro, lacrima, carezza, mare. Ci conduce nei vicoli erti e stretti dell’Alfama, tra le case abbracciate le une alle altre, su per il succedersi infinito dei gradini: finché ci regala gli improvvisi squarci delle terrazze aperte sul vasto orizzonte marino. Allora ci lasciamo avvolgere dagli odori, ora aspri, ora dolci di spezie, arrendendoci alle ore di piatta calura stagnante, nel silenzioso deserto delle grate e degli scuri abbassati al sole già alto nel cielo e presago del proprio tramonto.

Amalia Rodrigues, senza tradirne la radice popolare, trasfigurò il Fado nel vento arioso, mesto e appassionato al quale i poeti avrebbero potuto affidare le proprie parole. Così Camoes, così Pessoa, così Saramago poterono dare loro ali per volare... Poesia e musica, del resto, da sempre si confondono.

domenica 25 gennaio 2009

Soli d'inverno



Nella monotonia dell’essere talvolta si accendono lampi di vecchie emozioni che promettevano l’avverarsi di sogni, di meraviglie esistenti, tangibili, a portata di mano se non lasciate sfuggire, se perseguite con dedizione; concrete, almeno nella dimensione della fantasia che, per certi aspetti, è anch’essa una realtà.
Questi frammenti di emozioni che si affacciano inattesi (più spesso quando ci avviciniamo alla bellezza, sia essa in un testo, una musica, un’opera figurativa, una manifestazione della natura…) ci dicono che esiste una speranza. Ci parlano e in un lampo si capisce che su questo mondo, dove siamo stati scagliati senza averlo chiesto inermi e ignari, costellato di insidie e invaso dalla sofferenza, esiste qualcosa di bello da scovare, che ci coinvolge in prima persona e ci rende protagonisti.
Questi brani, innocue schegge di emozioni, sono la luce che torna a bagnare la spiaggia coperta da relitti approdati nei giorni di burrasca. Un debole sole d’inverno che riaccende il calore delle giornate balneari vissute e soprattutto delle estati promesse, immaginate in una vaghezza che ancora potrebbe essere. Sono tracce, indizi di un tesoro, che pure nell’oceano del dolore, abbiamo ogni giorno la possibilità di scoprire.

venerdì 16 gennaio 2009

La neve e l’addio


Erano giorni di neve e di speranza. E nella neve, la speranza ha avuto alito di vento. Sorridevamo, ancora più sicuri, ormai, che non poteva accadere. Non ora, non a te. Tu avevi scritto poesie, infatti.

Ne trascrivo una, che leggerà chi non ti conosceva, perché tu continui a parlare.

CANTO

ora voglio parlarvi di me
se ricordo come si fa

di zone morte ed altre verità

quando il sangue sposava le lacrime
e ogni mattino era da rifare
le mani immerse nelle ore correnti
stillavano argento e rilasciavano foglie

e leggevo dylan thomas
senza capire come giovane è il sole
solo una volta
né sapevo che avrei cantato
anche io anche domani
come il mare nelle sue catene


Tratta da: Franca Casagrande, Nessuno si fa male, Roma 1995.

lunedì 12 gennaio 2009

La guerra di Fabrizio


Per ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, il poeta e cantautore Fabrizio De André, che nella sua insostituibile semplicità e grandezza continua ad esserci vicino, con piacere inserisco un testo che Nicola Ghezzani ha scritto un anno fa.

Figlio della buona borghesia ligure, Fabrizio De Andrè, rifiuta di appartenere alla casta e si mette dalla parte degli ultimi: non crea un’azienda o una qualche attività concorrente a quella del padre e nemmeno fonda un partito più o meno di sinistra, per non colludere con le infinite abilità trasformiste della casta. Si mette invece a scrivere canzoni; e lo fa già a quindici e sedici anni, mettendosi in rotta con la scuola. Sono da subito canzoni matte e disperate, nelle quali prende forma la sua vocazione di anarchico libertario di stampo nichilista: in esse, racconta solo ciò in cui non crede; la sua pietà s’indirizza soprattutto ai “falliti”. Con gli anni la sua guerra privata si accresce di sempre nuovi temi e nuovi furori. E con essa si affina la necessità del fuoco, che infatti partendo dal cuore prende ad arderlo dapprima nella mente poi nello stomaco e nella gola, nella forma del vizio, dell’alcol e del fumo. Quel fuoco gli scava il corpo, lo emacia, lo ammala. Ogni organo è sul fronte di questa guerra invisibile. Così mentre le canzoni sono manifesti strillati contro i luoghi comuni, nel nome di Brassens e di Kropotkin, la guerra intestina, la guerra vissuta nelle pieghe segrete del corpo, esprime nel vivo della carne la lotta inflessibile del poeta-filosofo contro le nuove tirannidi: il moralismo del movimento operaio, che comanda la salute etica del militante e il sacrificio altruista per il Partito, squalificando l’individualismo solitario dell’anarchico; il salutismo della medicina, che impone di essere sempre in buona salute, inducendo un subdolo terrore nei confronti dei sintomi, dei “segni” del male (povertà, infermità, malattia, morte), che sono poi l'essenza stessa della condizione umana; il mito liberista del successo e della “scena”, cui oppone la sua timidezza, l’assenza sistematica dai palchi, la coltivata asimmetria del volto; e infine - e forse soprattutto - la Chiesa cattolica, che non perde occasione per raccomandare, con assoluta e perfetta ipocrisia, la bellezza dell’innocenza perduta, la bontà delle intenzioni, la salute dell’anima. Contro tutte queste tirannidi, che dominano il campo ideale dell’Italia contemporanea, De Andrè corre per conto suo. E muore. Un tumore ai polmoni lo uccide a 58 anni e suggella con un fuoco stoico una fine sistematicamente ricercata.
La sua morte è una scheggia postuma, brilla come un sole pietrificato sul paesaggio livido delle sue canzoni.

(Per gentile concessione dell’autore Nicola Ghezzani)

lunedì 5 gennaio 2009

Le colpe dei padri

Una considerazione che viene sempre più spesso ripresa in quest’ultimo periodo, e collegata alla crisi, è quella connessa con il cosiddetto “precariato” o “lavoro precario”, che è un ombrello sotto il quale si copre moltissima gente (nei fatti, ormai la maggioranza) che lavora sul serio, e spesso con poca gratificazione umana ed economica. Si intuisce dalla premessa che sono termini, di origine sindacale, che non amo e sarei felice di veder sparire (specie per il loro orribile senso discriminatorio ai danni del lavoratore, che di essere “precario” non ha certo colpa).
Mi ha stupito anche un intervento addirittura del Papa a questo proposito, volto a ridurre l’incidenza del lavoro precario. E’ vero che è lo spirito della Rerum Novarum a parlare, ma il Papa dovrebbe sapere, come purtroppo tutti noi constatiamo giorno per giorno, che è la vita dell’uomo ad essere precaria: che lo sia anche il lavoro, è solo una conseguenza.
La mia previsione è che il “precariato” resterà e si estenderà: previsione facile, a dire la verità, perché nella storia il lavoro è sempre stato precario, tranne (si narra) che per la generazione dei nostri padri, ed anche in questo caso, è forse solo un’impressione dettata da miopia. In effetti, a ben vedere, il cosiddetto “posto fisso” ha riguardato, anche se lo guardiamo solo su scala nazionale (nell’Italia del cosiddetto “boom economico”), ben poca gente: ha escluso per esempio buona parte delle donne, molti disabili, le cui pensioni di invalidità, ove esistevano, coprivano a volte l’incapacità di procurar loro un lavoro appena gratificante e sostenibile, e sicuramente molti che si presentavano nel nostro paese da “stranieri”, ed anche molta gente che aveva il solo torto di vivere nel posto "sbagliato" (per esempio al Sud o nelle isole). Nel momento in cui abbiamo cercato di “allargare“ un po’ di più il mercato del lavoro, il nostro sistema è penosamente collassato (a dimostrazione che tanto solido non era, forse anche – ma non sono un economista – per lo scarso gettito fiscale dei più abbienti). Comunque, ci possiamo consolare; se usciamo dall’Italia e poi dall’Europa, la situazione peggiora: il “posto fisso” è stato ed è una chimera per forse i nove decimi dell’umanità.
Quindi, c’è da disperare? Sì e no, allo stesso tempo, secondo me. Sì, perché stiamo (scientemente in molti casi) volgendo il nostro cavallo di Troia verso un falso obiettivo: la forse impossibile, a breve termine ed in questo sistema, eliminazione del precariato a livello mondiale (sperando, forse ipocritamente, che i “precari stabilizzati” guadagnino abbastanza da essere dei “buoni consumatori”: il resto sembra interessi poco). No, se riusciremo, o almeno ce lo proporremo come obiettivo, a scindere il “precariato” o la disoccupazione (che non morirà certamente domani) dalle loro indesiderabili conseguenze, prima di tutto (anche se la parola suona blasfema in un paese in fondo benestante come l’Italia) la miseria e (parola ancora meno politicamente corretta) la fame.
E’ secondo me un enorme controsenso combattere la disoccupazione ed il precariato, nel momento in cui si riducono le garanzie sociali e si pensa di smantellare il sistema sanitario, assistenziale ed educativo, prima fonte di “sprechi” secondo la martellante propaganda dei mass-media. Invece, il parlare continuamente di fine del precariato (sapendo bene che, a livello mondiale, è un obiettivo irraggiungibile) sembra voler far dimenticare che la fame e la miseria colpiscono ancora la più grande parte della popolazione mondiale, e lo fanno non perché il lavoro è precario, ma perché a fronte di questo, non c’è un sistema assistenziale capillare e che non guardi a censo, origine, nazionalità, ecc., ma assista nel modo migliore (a livello, se possibile, dello “stato dell’arte”), senza fare domande personali e senza emettere giudizi. Questa secondo me è la principale funzione di uno stato che si dica moderno, il resto è solo accessorio e forse non essenziale.

sabato 27 dicembre 2008

Compagni di lavoro, compagni di vita




Lo so che la foto dei miei gatti è già apparsa sul blog e sono anche consapevole di nutrire un interesse forse eccessivo nei confronti del mondo degli animali-non-uomini e del nostro rapporto con loro. Ma le foto che sto commentando raccontano un momento di tenerezza particolare che mi fa piacere condividere.
Stamani c’è finalmente il tepore consolante di un sole quasi primaverile e devo tenere l’avvolgibile abbassato, mentre scrivo al computer, per non esserne abbagliata. Ho aperto la porta finestra perché i gatti potessero uscire in terrazzo, ma questa volta, dopo un breve giretto, sono tornati sul mio tavolo a condividere (come accade quasi sempre quando siamo soli in casa) il mio lavoro. Lei è posata sugli appunti e devo continuamente sollevare o spostare la coda. Lui è al di là del coperchio del computer, ma ogni tanto si affaccia a guardare. Sono molto diversi anche in questo starmi vicino; per esempio, lei rispetta la tastiera e non ci passa mai sopra; lui, invece, quando si sposta ci cammina rozzamente ignorando i rimproveri e si mostra sdegnato se dal computer emerge un qualche piccolo suono. Come si può credere davvero che i gatti si affezionino alla casa, ma non agli abitanti della stessa? Ho molti esempi (anche personali) di gatti traslocati insieme ai relativi bipedi e posso testimoniare che non hanno subito traumi significativi. Noi neghiamo spesso che gli animali possano provare affetti (al massimo attribuiamo loro la capacità di vivere emozioni primitive e fugaci) e forse ci serve per non sentirci in colpa in relazione al male che facciamo loro (come gruppo e al di là del comportamento di ogni singola persona).
Vengono in mente i famosi esperimenti di Harlow (affettivamente crudeli, fra l’altro, ed esecrabili dal punto di vista etico) con i macachi Rhesus. Com’è noto aveva tolto alcuni cuccioli alle madri e li aveva chiusi in gabbie singole con due macache-pupazzo: una metallica e con la testa di legno, ma fornita di biberon (attaccato all’altezza di un capezzolo) dal quale suggere il latte, e una morbida, calda e pelosa, ma priva di biberon. I cuccioli si avvicinavano sveltamente alla madre-biberon per mangiare, ma se ne allontanavano appena finito per correre dalla madre morbida e calda e trascorrere moltissime ore (oltre 15) abbracciati a lei.



Harlow interpretò l’esperienza come dimostrazione del primato del bisogno di sicurezza rispetto all’istintualità della fame. A me piace pensare, però, che si tratti invece di bisogno di affetti. Del resto, che valore avrebbe, anche per un cucciolo d’uomo, il cibo, senza l’abbraccio avvolgente di chi lo offre e l’odore del suo corpo caldo?

domenica 14 dicembre 2008

Tetti di metropoli



Anche sopra tetti di metropoli
può scorgerti un abbraccio di natura
e sei figlio libero del cosmo
senza steccati di stupidità.

Il cielo sotto nuvole stanotte
quando vi lascerò spuma addensata
che copri e scopri luce scimitarra
- miracolo usuale - scorri e tocchi
puntacchi luciformi densi fiochi.

Dolce rimpianto non aver compreso
asfittico nel mio soffio di tempo
o forse il mio percorso s’è disteso
più intenso e penetrante
nel percepire il mondo, il suo segreto.

Non sfugge questa nuvola distante
m’immergo vecchia amica di bambino
forse ho sfiorato tetti di sapere
stanotte risciacquandomi ignorante.

Enrico Meloni (novembre 2008)

giovedì 11 dicembre 2008

I quattro elementi



Qualche settimana fa sono stato, per la prima volta, in Sicilia.

Ero lì per un convegno su Empedocle, quello che su tutti i manuali è ricordato come il filosofo dei quattro elementi: il "fisico pluralista" che pone alla base di tutto acqua, aria, terra e fuoco, spiegando però la genesi delle forme e i mutamenti in base all'azione dei due princìpi di Amicizia e Contesa.

Ho potuto visitare la Valle dei templi di Agrigento quando il sole prossimo al tramonto stava arrossando le poche nubi, prima bianchissime: dal parapetto che guarda al mare lungo la discesa che porta dal tempio della Concordia a quello di Eracle, ho avuto l'impressione strana e suggestiva di afferrare - a proposito di Empedocle e della sua visione - qualcosa che mi era sempre sfuggito (qualcosa che nessun libro poteva restituire).

Guardando il mare, e prima del mare i campi dissodati, il contrasto del marrone e del verde dei prati, e poi guardando all'orizzonte le nubi rese rossastre dal tramonto imminente, e sentendo tutto attorno a me per una fortunata coincidenza un vento deciso, mi sono ritrovato per qualche istante letteralmente immerso nei quattro elementi: l'acqua del Mediterraneo a perdita l'occhio, la terra, il fuoco delle nuvole trasfigurate dal sole rossastro, e l'aria in movimento attorno.

Ecco, forse è l'esempio di come i luoghi e l'esperire del corpo possano essere veicolo di un'emozione e di una comprensione anche intellettuale. Forse studiare Empedocle passeggiando nella Valle dei Templi è davvero una cosa diversa dallo studiarlo in una biblioteca.