venerdì 24 luglio 2009

La città, la vita e la morte


E’ iniziato come un commento al precedente post di Luca, ma è diventato troppo lungo, così si è trasformato in un nuovo post, anche se ispirato dal suo...
Ogni città ha la propria zona di rimosso, il proprio ventre brulicante, segreto, scuro; ogni città ha un’anima indicibile e crudele, quasi fosse foggiata sul modello di un essere umano. Finestre come occhi sgranati, portoni come bocche spalancate; e poi pietre, panchine, lampioni, ponti, vicoli, tombini, scritte: segmenti corporei di un organismo gigante e incontrollabile; è il nostro Frankenstein, che ci rispecchia perchè, sciocchi demiurghi inconsapevoli, l’abbiamo creato a nostra immagine.
La prima volta che me ne sono resa davvero conto sono rimasta a lungo turbata. Tanti anni fa, (ne sono certa perché ancora fumavo e stavo appunto fumando una sigaretta alla finestra, nel buio di una notte insonne) ho assistito a una sorta di iniziazione all’eroina, a una prima volta, insomma a una specie di lezione su come si fa. Ho telefonato a chi di dovere, mi sono molto agitata (oltre tutto mi pareva si trattasse di una ragazzina), ma invano. Dopo tanto agitarsi siamo rimasti il silenzio del sonno e dell’indifferenza dei più e io, arrabbiata e impotente figura alla finestra, insignificante come la piccola brace della sigaretta: un puntino incandescente nell’immensa voragine della notte.
Il giorno dopo (e ancora, in quelli successivi) stentavo a riconoscere come familiare la piccola piazza che mi sembrava, invece, piena di insidie, di segreti cattivi, di tutto il male del mondo.

Quando mi trovo in una città sconosciuta e ne ho il tempo (certamente ce l’ho se si tratta di una vacanza) amo visitare i luoghi della sepoltura; insomma, i cimiteri. Trovo che non si possa davvero comprendere il modo di vivere (cioè di concepire la vita) di un gruppo se non attraverso lo specchio rovesciato delle città dei morti. Per lo stesso motivo mi piace, da tempo immemorabile, visitare vecchi cimiteri, abbandonati o meno, leggere le scritte delle lapidi, indugiare con lo sguardo sulle foto, ammirare, magari, la vitalità paradossale di una scultura o dei fiori...
Di alcuni conservo un ricordo tenero e struggente; è il caso del piccolo cimitero (non più utilizzato) di St. Marx, a Vienna, visitato subito dopo aver trascorso una mattina intera e parte del pomeriggio nel monumentale e vicino Zentralfriedhof, del quale è stato possibile vedere (nonostante la mappa-guida) appena un quarto. In quest’ultimo c’è la tomba – fasulla – di Mozart, quella ufficiale; nel primo, si dice, fu invece inumato in una fossa comune. Penso alla breve vita di Mozart passeggiando nel silenzio rotto solo dal cinguettare degli uccellini di St. Marx, mentre lo sguardo si posa sulle panchine di legno consumate dal tempo, sull'edera di diverse specie che si dirama ovunque, sulle vecchie lapidi abbandonate e sugli alberi e indulge qua e là, tra vialetti romantici, lasciando che si intensifichi la sensazione di trovarsi quasi in un rifugio d’innamorati bambini.
Per raggiungere i due cimiteri, limitrofi, bisogna allontanarsi molto dalla città e dalle sue memorie fastose di arte, cultura, musica festante e golosità barocche; bisogna allontanarsi anche dal suo Ring imponente che la custodisce e la mette in mostra, dalla facciata tutta decoro della vecchia Austria e attraversare l’immenso suburbio brulicante di povertà. Sconcertata dall'estensione di questo mondo rimosso, deputato, città intorno alla città, a smentirne pulizia, ordine e bellezza, al di là della città stessa e delle sue ombre, proprio nel piccolo cimitero abbandonato ho respirato la vita.


Entrambe le immagini si riferiscono a St. Marx.

La città e le sue ombre


Il racconto di un episodio di spaccio avvenuto alla luce del sole dove non ti aspettavi, in un luogo e in un momento della giornata frequentato abitualmente da anni, fa venire il dubbio di non conoscere bene la città e le sue "ombre". Fin da studente, essendo in affitto alle Piagge, durante il tragitto quotidiano da casa al centro mi imbattevo mediamente in tre siringhe lasciate nottetempo sulla strada lungo i marciapiedi. Ma ci sono luoghi che uno considera "fuori" dal giro. Mi viene in mente un passo di "La città e le ombre", di Alessandro dal Lago e Emilio Quadrelli. Sembra esserci come
[...] la giustapposizione di due mondi, o città, che coesistono ma si ignorano o meglio si guardano, nonostante la prossimità, da una distanza insuperabile - la città legittima dei cittadini, dell'opinione pubblica, delle corporazioni e associazioni professionali, dei partiti e quella più o meno invisibile dell'illegittimità, dell'immigrazione, della microcriminalità, della prostituzione palese o occulta, della tossicodipendenza. Due città ovviamente in una posizione profondamente diversa e asimmetrica: la prima non conosce la seconda, ma la evoca in continuazione, ne fa la fonte di ogni disagio o, come si dice oggi, "degrado" urbano e civile, vedendovi il terreno di coltura di ogni possibile minaccia, popolandola di arnomali e devianti; la seconda vive nell'ombra dell'economia informale, semilegale o illegale, in luoghi scarsamente visibili dalla città legittima, e soprattutto non è dotata di voce. [...] La città legittima pronuncia parole di paura o di sospetto verso quella illegittima, ma ricorre a quest'ultima per un gran numero di servizi e di prestazioni: dal lavoro domestico a quello in nero dei cantieri, dalla domanda dei vari tipi di prostituzione a quella di stupefacenti, gioco d'azzardo o credito illegale...
Ecco, in tanti casi è la città "legittima" la fonte della domanda per quella illegittima. In altri casi, c'è chi tenta di assistere e costruire "ponti" tra le due sponde. In ogni caso, l'esistenza di due città così divise interroga sulle responsabilità politiche della città legittima, a partire da quelle di chi è stato votato per governare: guardando in questa direzione, tuttavia, partendo dal livello nazionale, non troviamo accanto alle due menzionate una terza città, privilegiata, attraversata da tante ombre di illegalità e semi-legalità? Una città che fa circolare e commercia droga, prostitute e prestazioni forse più luccicanti dell'altra città illegittima: con il paradosso che, in questo caso, la "terza" città, segnata dall'illegalità, è deputata dal meccanismo del consenso alla custodia della legittimità.

sabato 18 luglio 2009

Mi chiamo “Camméla”.





Ieri. E’ l’ora di picco del sole del primo pomeriggio e pedalo in fretta per raggiungere il tetto e l’ombra. A un tratto sono colpita da due donne, una più anziana e l’altra più giovane; alte e magre, con gli abiti tipici dell’ineleganza anglosassone aggravata dalla necessità di adattarsi alla calura insopportabile; si guardano attorno e chiedono, così mi fermo. Sono state derubate da un gruppo di ragazzini e sono disorientate e avvilite. Mi offro di accompagnarle alla stazione dei carabinieri per sporgere denuncia: hanno perso molto, era l’ultimo giorno di vacanza e avevano preso contanti e carta di credito per acquistare regali. Strada facendo la più anziana mi racconta, tutta rossa in faccia dalla delusione, che i suoi genitori erano di queste parti e che sono emigrati in Australia; che lei vive là e che ha portato la figlia a visitare i luoghi della sua origine.
Mentre vengono espletate le formalità della denuncia la piatta burocrazia di un’esperienza tante volte ripetuta si spezza all’improvviso, nonostante il caldo, l’afa, il sudore, il sonno postprandiale; gli occhi dell’uomo in divisa hanno un guizzo mentre la donna più anziana pronuncia il proprio nome: “Camméla”, cioè “Carmela”. Poi lei spiega di nuovo che la sua origine è qua, dove ha subito l’ingiuria.
Il riconoscimento di sé nell’altro: è questo il meccanismo che genera solidarietà e che invece deve essere spezzato quando si vuole colpire l’interlocutore (come succede in guerra, per esempio), procurargli dolore e persino ucciderlo. L’altro deve trasformarsi in qualcosa di estraneo a sé, in una cosa; lo stesso meccanismo psichico opera, sono convinta, nel nostro rapporto con gli animali.

Come tante altre volte mi è capitato leggo nel loro sguardo ricambiato il mio concetto di “patria”: non un suolo condiviso da calpestare, definito da recinzioni e confini, ma una comune condizione di fragilità che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle al di là dei confini di stato.
Del resto siamo tutti, in qualche modo, migranti.

giovedì 9 luglio 2009

Dura lex




«La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.» (Solone)

In questo caso più che un insetto piccolo si direbbe un microrganismo.

Tanta indulgenza con (ex) reati legati al superfluo e tanto rigore per reati di sopravvivenza.
Ma che noiose, queste antiche banalità…


Salvatore Scognamiglio aveva portato via una confezione di biscotti da 1,29 euro
Era recidivo e per effetto della legge Cirielli non ha potuto beneficiare delle attenuanti
Napoli, ruba un pacco di wafer, condannato a tre anni di carcere

NAPOLI - Aveva rubato un pacco di wafer da 1,29 euro in un discount ed è stato condannato a tre anni di reclusione. Salvatore Scognamiglio, 40 anni, non ha potuto beneficiare dell'attenuante del danno lieve per gli effetti della legge Cirielli che ha introdotto un giro di vite per i recidivi.

La sentenza è stata emessa oggi dal giudice monocratico di Marano, sezione distaccata del Tribunale di Napoli, al termine di un breve dibattimento che era stato chiesto dal pm nelle forme del giudizio immediato. Assistito da un difensore di ufficio, l'imputato - che per questa accusa si trova agli arresti domiciliari - non ha chiesto l'adozione di riti alternativi come patteggiamento o rito abbreviato che avrebbero determinato una pena più lieve.

Scognamiglio è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria. Nei giorni scorsi all'interno di un discount di Melito, in provincia di Napoli, fu bloccato da due addetti alla sicurezza che lo avevano notato mentre si impossessava di un pacco di biscotti. Invitato a consegnare la refurtiva - come emerso oggi al processo - tentò di divincolarsi, ma fu presto immobilizzato e consegnato ai carabinieri. "Mi vergogno, avevo fame...", si è giustificato Scognamiglio, che è tossicodipendente e che in passato ha già riportato condanne per piccoli furti.

Il giudice, in base alle norme sulla recidiva della Cirielli, che non consente in questi casi di concedere le attenuanti (generiche e danno lieve) prevalenti, gli ha inflitto tre anni di reclusione, il minimo consentito dalla legge.
(Da Repubblica dell’8 luglio 2009)

domenica 5 luglio 2009

Il mondo vecchio

Il nuovo mondo di Antonella mi ha richiamato alla memoria il mondo vecchio che G.G. Belli illustra in un sonetto del 1832, un’epoca in cui l’assolutismo non era tramontato ovunque, e tantomeno nello Stato Pontificio (in fondo ancora oggi Città del Vaticano…). Questi versi esprimono con naturalezza, efficacia, sintesi, comicità l’essenza dell’ancien régime e dell'arroganza del potere. Da leggere a scuola anche per segnalare l’origine dell’unico verso (un po' volgare...) che molti alunni già conoscono avendo visto “Il marchese del Grillo” con Alberto Sordi.
Altre considerazioni sull’attualità del sonetto le lascio ai lettori.




Li soprani der Monno vecchio

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».

Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».



I sovrani del mondo vecchio

C’era una volta un Re che dal suo palazzo
rese noto ai suoi sudditi questo editto:
“Io sono io e voi non siete un cazzo,
bruttissima canaglia, e silenzio.

Io rendo dritto lo storto e storto il dritto:
vi posso vendere tutti a un tanto al mazzo:
Io, se vi faccio impiccare, non commetto un abuso,
perché la vita e la roba Io ve la concedo temporaneamente.

Chi vive in questo mondo senza il titolo
o di Papa o di Re o di Imperatore,
costui non può mai avere voce in capitolo”.

Con questo editto il Boia partì come messaggero,
interrogando tutti i sudditi nel merito:
e tutti risposero approvando senza esitazione.

venerdì 3 luglio 2009

Siamo noi il nuovo mondo?



E’ la sequenza finale del bellissimo “Nuovo mondo”, di Emanuele Crialese, nella quale gli immigrati italiani arrivati in America (siamo all’inizio del XX secolo) sono sottoposti alla quarantena e ai test umilianti dei medici e degli psicologi.
Li si disinfetta e li si rende inoffensivi nel corpo perché il loro arrivo da un altrove ignoto rappresenta una minaccia senza nome, ma si vuole anche verificarne l’intelligenza e lo si fa senza considerare che la gran parte di loro non comprende e non parla che il dialetto siciliano.
Il nuovo mondo sognato, il paese di latte e miele, la terra dell’abbondanza e dell’accoglienza generosa, non appena la nave attracca a Ellis Island, nella baia di New York, mostra l’antico volto della diffidenza e del pregiudizio. In tale luogo, infatti, chi giungeva dall’Italia veniva tenuto in una sorta di quarantena e sottoposto a numerosi accertamenti prima di essere (se l’esito era positivo) accompagnato all’imbarcazione per Manhattan.
Disfatti dopo una traversata che sembrava non finire mai, maleodoranti e malvestiti, ridotti a oggetti privi di anima (di psiche, di mente, di intelligenza: è lo stesso...) gli emigranti italiani facilmente potevano venire espulsi.
La disumanizzazione del nemico e, in generale, dell’altro diverso, è da sempre il meccanismo che permette di vivere la scissione tra la propria sensibilità (per i bambini, per gli animali, per la musica o per l’arte, purché nell’alveo del proprio mondo, come nel topos del colto gerarca nazista...) e la crudeltà dispensata nei confronti di chi, estraneo, viene ridotto a non-umano.

Su Rai news si può reperire una descrizione del 1912 relativa agli italiani immigrati in America, tratta dalla relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione.
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=117881
La trascrivo:
"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

martedì 30 giugno 2009

Stiamo giocando a scacchi con la morte



Pedalo lentamente (anche se sono un po' in ritardo) e getto un'occhiata pigra alle civette dell'edicola: “Strage a Viareggio”, scritto in basso nella locandina del giornale locale, mi costringe a fermarmi. Feriti gravi, dispersi, morti; nella notte; un treno; un treno-merci; esplosione; un treno carico di gas; morti, feriti, dispersi; morti, feriti, dispersi. La mente, all’improvviso, comincia a entrare in funzione, facendo pulsare le tempie ed emergendo dallo stato di sonnolenza dovuto in parte all’essere andata tardi a dormire e in parte al caldo insopportabile. Le pedalate si fanno più ritmiche, nervose, rabbiose...
La mente decide come muoversi, ora, senza che riesca a controllarla: ripensa i recenti viaggi e la constatazione di un progressivo deterioramento della cornice ferroviaria all'interno della quale mi muovo da sempre; con piacere, un tempo; con disagio, delusione e talvolta disgusto o angoscia oggi. La mente si sposta in un continuo andirivieni di immagini e suoni, di ricordi e pensieri ansiosi: gli studenti, i miei laureandi; Viareggio è così vicino che tutti usano l'auto, ma non loro che magari non ce l'hanno nemmeno; ma era notte; ma forse abitano vicino alla stazione...
La mente funziona ormai solo a flash che si fanno sempre più rapidi. Assaporo di nuovo la sensazione recente di inaffidabilità delle ferrovie, gli odori, lo sporco e il degrado. Quello che verifico giorno dopo giorno, quello che deduco o intuisco è puntualmente confermato da quanto leggo (la manutenzione che non si fa quasi più, il risparmio sui materiali ecc.)...
Sono in ritardo e mi affretto; nella commissione della quale sono membro una delle studentesse è di Medicina e quando entro nella stanza sta già raccontando, la faccia incredula, il caos del pronto soccorso, l'impossibilità di dare un nome a qualcuno dei feriti gravi, l'angoscia impotente. La mente funziona ancora e solo per flash: Viareggio, i luoghi di certe passeggiate, la stazione, familiare anch'essa...
Gli incidenti capitano e questo non è certo il primo; ma è così vicino che è impossibile dominare l’angoscia: sono coinvolti luoghi che conosco bene e forse persone che conosco, con le quali interagisco.
Gli incidenti possono succedere; sento già, la immagino, la litania del "da che mondo è mondo"; sento sgranare i chicchi del rosario della rassegnazione deterministica, della consapevolezza saggia di un fato che, perennemente in agguato, non avrebbe niente a che vedere con le nostre scelte, con i nostri errori, con la nostra cecità.
La mente continua a muoversi da sola, senza inibizioni e senza regole; improvvisamente ricordo di aver provato uno sbigottimento simile, rabbioso e impotente, all’epoca di Chernobyl. Ero molto giovane, allora, ma il ricordo è vivido come se fosse ieri e la voglia di piangere si fa ormai quasi insopprimibile. La mente si muove ancora da sola e mi porta nei luoghi del dolore, del pianto inascoltato di chi non decide mai del proprio destino.
Per risparmiare tre lire. Per risparmiare tre lire.
Per-ri-spar-mi-a-re-tre–li-re!
La mente scandisce le sillabe, come se stessi parlando a voce alta, come se stessi cercando di convincere qualcuno, come se stessi urlando, in una sorta di patetico comizio: “Ma non vedete dove ci stanno portando, ma non capite che questa logica falsa e spietata ci distruggerà tutti quanti!".
Avverto una sensazione di grottesco. Come per la vicenda del finanziere Madoff e della sua frode per 171 miliardi di dollari, che mi appare, ora, tristemente metaforica: cosa può fare con una tale cifra un uomo solo! Quante vite gli occorrerebbero per godersi il suo gruzzolo!
La mente si muove da sola tra immagini sempre più rapide – “mi deve dare altri 37 centesimi” - è una persona abbiente quella che mi parlava così poco tempo fa e ho pensato che lo fosse (abbiente, appunto) proprio per questa sua attenzione meticolosa; ho pensato con disprezzo che è così che fanno soldi, quelli, stando attenti al centesimo e al sottocentesimo. Quelli: cioè i già ricchi, i già privilegiati dalla nascita, che, in fondo, hanno una vita sola da vivere, come chiunque altro.
Per risparmiare (mentre alcuni pochi ne traggono guadagno) stiamo giocando a scacchi con la morte...



lunedì 29 giugno 2009

Potenzialità della rete

Volevo scrivere una considerazione ispirata dal commento di Luca (al post televisivo di Bruno) sull’educazione nelle scuole all’uso di internet, e poi, come talvolta succede, è venuto fuori un nuovo post. Venendo al dunque, bisogna tenere conto che molti insegnanti, soprattutto quelli più anziani, non sanno ancora usare il computer, altri riescono a malapena a scrivere un testo con word. Gliene dobbiamo fare una colpa? Per rispondere forse è bene ricordare che in cambio di uno stipendio da magazziniere (spesso raggiunto stabilmente dopo anni e anni di snervante, sottopagato, demotivante e penoso precariato) si richiedono attitudini e competenze da psicologo, assistente sociale, burocrate, mediatore culturale, tutore dell’ordine, esperto della propria disciplina e quant’altro.
Per migliorare la situazione della scuola occorrono (è ovvio, ma non per tutti…) investimenti, non tagli. Nel caso specifico andrebbero organizzati dei corsi “seri” a vari livelli, con incentivi alla frequenza. Purtroppo in molte realtà mancano fondi per attivarli.

La Rete non offre soltanto la possibilità “di rivedere e ricomporre in autonomia le tessere sparse di notizie e altri avvenimenti”, si rivela anche un mezzo sorprendente e rivoluzionario per trasmettere informazioni, conoscenze (etc. etc.) su larga scala e a costo zero. La qualità dipende dall’ “emittente”, dalle sue capacità e dalle sue intenzioni. L’indice di gradimento e il numero dei fruitori non è sempre prevedibile. Spesso è un’incognita, che a volte risulta sconcertante. A questo proposito faccio seguire alcune parti di un articolo apparso su “Repubblica” del 27 giugno.


Fred Fliggehorn, 16 anni, è il nuovo re di YouTube
Vive in solitudine nel Nebraska, il suo canale web ha picchi da 45 milioni di persone. "Una tv da ragazzi fatta da un ragazzo"
di GABRIELE DI MATTEO

Il suo mito è Jim Carrey, la sua balia YouTube, il suo nome d'arte Fred, il suo piatto preferito si chiama "Tv Dinner", orrendo vassoio di cibo surgelato da sbattere nel microonde, vive in solitudine a Columbus, nell'agricolo Nebraska eppure l'audience del suo canale web
ha picchi di 45 milioni di persone, pari a quattro festival di Sanremo e i suoi video, in totale, sono stati visti 250 milioni di volte. Edita da solo un sorta di "tv dei ragazzi fatta da un ragazzo" e con le sponsorizzazioni ha superato i 100.000 dollari di reddito. Quest'anno gli organizzatori del Festival Internazionale della pubblicità di Cannes, rappresentato in Italia da Sipra/Rai, lo hanno invitato come esempio di un nuovo modo di comunicare con investimenti prossimi allo zero.
(…)
Il Los Angeles Time lo ha descritto come simbolo di una generazione "imperscrutabile" cresciuta sulle chat line, isolata dal mondo reale, tanto che Fred, il suo personaggio, tra le praterie del Nebraska e le mucche solitarie, vive in una realtà orrenda. La madre è alcolizzata e drogata, il padre giace nel braccio della morte di una prigione, Judi, la ragazzina che lui ama in segreto lo detesta e lo perseguita durante le lezioni e allora Fred esasperato, al limite di una crisi di nervi, accende la videocamera e si mette a raccontare la sua angoscia non priva di guizzi di ironia: una volta si tuffa nella piscinetta di plastica, un'altra si candida a presidente degli Stati Uniti.
(…)
Il suo milione di iscritti alla sua pagina di MySpaces sono manna per le aziende che vogliono raggiungere i nuovi teen agers, una generazione che passa più tempo sul web che in tv. Nella blogosfera Fred si è fatto anche dei nemici: Robert Scoble, uno studioso del web, lo definisce "il punto più basso dell'espressione in rete, che fa ridere per generare traffico". Ha girato e messo in rete il suo primo video all'età di sei anni ma definirlo il Mozart di Internet forse è esagerato, di sicuro, però, Fred è un modello di business che sta rivoluzionando le regole della comunicazione. (...)

sabato 27 giugno 2009

Berlusconi e le due Chiese


Qualche giorno fa il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, ha pubblicato un commento a tante lettere indignate dei suoi elettori, scrivendo tra l'altro: "Sull’operato del presidente del Consiglio oggi fanno riflettere certi silenzi 'pesanti', anche all’interno della stessa maggioranza. La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese".

E ancora: "Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia?"

Di tutt'altro tenore, su Radio Maria, il commento di padre Livio Fanzaga - che nelle sue rassegne stampa ha come punti di riferimento fondamentali "Il Giornale" e "Il Foglio" - dice che la Chiesa fa bene a non pronunciarsi su quello che si dice a proposito del Presidente del Consiglio perché, quanto ai comportamenti che gli vengono attribuiti, è evidente che "gatta ci cova". Inoltre, i cristiani possono certo dire cosa è bene e male, ma sono chiamati alla misericordia e al perdono.
Notavo che, dei due loghi riportati nell'immagine, uno è rosso e l'altro azzurro. Notavo che ci sono due atteggiamenti molto diversi. Del resto Padre Livio ha sparato a zero su Obama e sul PD riguardo al caso Englaro, vedendovi - come in molte altre cose, ma a quanto pare non nelle ultimissime vicende dell'inchiesta di Bari - lo "zampino di Satana".

... a mostrà le chiappe chiare...

Un omaggio a Gabriella Ferri e al mare.

Tutti ar mare


Il mare, o meglio, la vita balneare che tanto piace a noi italiani non nasconde segreti: emergono nei comportamenti ma anche nelle forme corporee pregi e difetti (fra questi ultimi: stereo a palla, racchettoni o calcio praticati in spazi non idonei, motori accesi troppo vicino alla riva; formazioni adipose, peli bianchi, sfumature di grigio, escrescenze cutanee…). Tutto si amplifica sotto al sole ad uno sguardo ravvicinato e, al contempo, tutto si confonde e diviene accettabile osservando complessivamente il movimento spiaggia. Si possono ritrovare in alcuni individui sfumature, dettagli che ci riconducono a persone con le quali, durante l’infanzia, l’adolescenza o un’altra fase della nostra vita, si è condiviso un rapporto di familiarità.
“Tutti ar mare” è lo slogan (reso popolare dalla Ferri) che ci accomuna in gran numero dalle Alpi a Lampedusa. E ci distingue dagli abitanti di altri paesi per i quali andare al mare è come una gita, una scampagnata, che si fa una volta tanto, non costantemente e ad oltranza come fanno molti di noi.
La spiaggia livella e allo stesso tempo esalta le nostre specificità nazionali. Ci si accalca nelle ore più calde perché i raggi incidono maggiormente sulla cute, che si esibisce più volentieri se assume una colorazione prossima al marrone scuro; dimostra che siamo sani, belli, agiati, invidiabili, trendy. Non importa se la pelle invecchia precocemente o se il paesaggio marino dà il meglio di sé in prossimità del tramonto.
Sembra essere un atteggiamento tipico dell’italica mentalità (naturalmente mi riferisco sempre alla maggioranza più o meno silenziosa) che si manifesta - mutatis mutandis - anche in altre dimensioni. Non importa se chi guida il paese allarghi la forbice tra ricchezza e povertà, che depauperi le strutture pubbliche, che mortifichi la cultura, o che ci renda ridicoli agli occhi increduli del mondo; conta invece l’illusione di sentirsi rassicurati da pericoli spesso solo percepiti, o che ci sia concesso, ad esempio, di avere campo libero nell’esercizio di ben radicati privilegi e intrallazzi o, magari, di ampliare l’aggressione agli ambienti naturali, che sembrerebbero esistere solo per essere asfaltati e cementificati dall’homo italicus. Il bello è che tanto malcostume per qualche straordinaria alchimia, sembra passare inosservato a chi si limita a guardare la dinamica nell’insieme e senza soffermarsi troppo sui dettagli, proprio come accade per i più innocui difetti da spiaggia.

mercoledì 24 giugno 2009

Clic


Da alcuni giorni la mia televisione resta accesa per pochi minuti. Il tempo di ascoltare i telegiornali e di fare il conto delle omissioni, delle mezze verità, delle frasi che restano incomprensibili ai più, perché accuratamente rese oscure, fumose, sibilline, in modo tale che non penetrino nella mente dell’ascoltatore, ma ne scivolino ai bordi senza lasciare alcuna traccia. Off. Stop. Silenzio. Respiro per la mente, ossigeno per il pensiero, se ancora ce n’è rimasto uno.

Dovrebbero farlo in molti.

I giovani rincoglioniti da Champions League, Confederations Cup, Calciomercato, Eurocalcio, Tuttocalcio, Solocalcio, Persempresportcalcio, Grande Fratello, Isola dei Famosi, Saranno Famosi, Amici, Quattroamicialbar, Picchia Tu Che Picchio Io.

I vecchi ancora lucidi, lasciati al loro tempo lento da trascorrere in compagnia della TV-badante, che consola, conforta, coccola, assopisce, canta la ninna-nanna. Dormi, dormi, tesoro mio, che alla realtà ci penso io.

Noi tutti, incamminati sulla via maestra della narcosi profonda, dovremmo farlo. Quel piccolo clic è l’azione più temuta dai detentori del potere mediatico e dai sapienti dispensatori di pubblicità a ciclo continuo. Lo schermo muto e cieco, infatti, non può più sedurci, né stordirci, né pacificarci con una realtà fittizia.

Non è poi così faticoso. Uno, due, tre. Clic.

martedì 23 giugno 2009

Sbandamento?


Solo il ventitré per cento degli Italiani ha votato per il referendum, che era considerato uno strumento istituzionale capace di garantire al cittadino la possibilità di contribuire all’agenda parlamentare, di avvicinarsi nientemeno che alla democrazia diretta. Un record storico, non si era mai caduti percentualmente così in basso. La scarsa partecipazione è stata determinata oltre che dalla ben nota disaffezione alla vita politica del paese, dal mancato accorpamento alle elezioni europee, anche da leader politici che continuano ad invitare alla diserzione delle urne, seguendo l’andazzo inaugurato da Bettino Craxi, che esortò i suoi elettori a recarsi al mare in occasione del referendum del 1991 sul sistema elettorale. Con questo metodo è dalla tornata referendaria del 1995 che non si riesce a raggiungere il quorum.
Mi chiedo se un leader politico (magari con responsabilità istituzionali) possa spingere un “cittadino” a rinunciare a quel diritto-dovere che (se esercitato con consapevolezza) lo differenzia dal “suddito”. La dialettica politica non dovrebbe orientare gli elettori verso una scelta? Continuare a rifiutare – sia dall’alto che dal basso - uno strumento di espressione popolare previsto dalla Costituzione, non vi pare un nuovo sbandamento della democrazia?

lunedì 8 giugno 2009

Italiani, brava gente!

"Les hommes sot faits, nous dit-on
Pour vivre en band' comm' les moutons
Moi, j'vis seul, et c'est pas demain
Que je suivrai leur droit chemin

Je suis d' la mauvaise herbe
Braves gens, braves gens..."

Georges Brassens, La mauvaise herbe




"Gli uomini, ci dicono, sono fatti
Per stare in branco come pecore,
Io, vivo solo, e domani no
La loro buona strada non seguirò

Sono l'erba cattiva
Brava gente, brava gente..."

domenica 31 maggio 2009

A santità der caimano


Inserisco questa antica favola che si è tramandata in dialetto romanesco. Ho cercato di modificare alcuni arcaismi e spero che sia quindi comprensibile a tutti.
Inutile dire che ogni eventuale riferimento a fatti o personaggi dei nostri giorni è da ritenersi puramente casuale.




C’era un tempo er soprano d’un pantano
capoccia de ricchezze, de minchioni,
coccoveline e rettilevisioni,
annominato cavajer caimano.

A cche me vale mò sto bben de DDio,
barbotta in d’una notte de calore,
si ppe moje, vassalli e (pporco zzio!)
pe quarche sudditaccio traditore

nun me posso pijà soddisfazione
de dà corpaccio ar desiderio mio:
du carezzucce, un pizzicotto… Io
che der pantan sò l’unico padrone!

In fonno ste veline zuccarine,
coccobbonite, zoccolette ardite
sbaveno pei favori der caimano
che ccià ppiù umanità d’un omo umano.

Dice so ccerto che Domineddio
bbenedirà le mia bbone intenzione:
me chiameranno “papi”, sissignore!,
come li san vicari der creatore.


Enrico Meloni (maggio 2009)