domenica 14 marzo 2010

Alberi di democrazia


Non partecipavo a manifestazioni politiche dai tempi del liceo o poco più tardi. Ero (e lo sono ancora) sfiduciato come la maggioranza degli italiani per i motivi che tutti noi conosciamo bene. Perché da dicembre a oggi ne ho fatte tre di seguito? Forse si avverte nell’aria che stiamo vivendo un momento cruciale per la democrazia: fine? inizio? transizione? pericolo?… Penso, ma naturalmente posso sbagliare, che siamo di fronte a un nuovo importante bivio.
Per la cronaca, riguardo alla manifestazione di ieri, il numero di duecentomila comunicato dagli organizzatori è giusto: stavolta la piazza era colma e i partecipanti assiepati inondavano anche gli spazi limitrofi. Perché i portavoce del governo hanno cercato di sminuire il numero dei manifestanti? Addirittura hanno parlato di un decimo… Che cosa temono?...
Fra gli interventi, quello più acclamato è senza dubbio il discorso del leader di un neonato piccolo partito, senza grossi sponsor o appoggi potenti. Forse i cittadini hanno apprezzato il suo talento oratorio a tratti quasi poetico, forse significa che i cittadini si coagulano ed escono fuori dalla sfiducia e dallo sconforto laddove si percepisce una traccia di sincera passione politica.
Secondo me Di Pietro ha esagerato affermando che siamo ad un nuovo 8 settembre ’43, perché all’epoca c’era la guerra, c’erano i nazifascisti in armi e tutto quello che sappiamo. Si tratta tuttavia di una fase delicata: le anomalie sociali, politiche, istituzionali sono state innumerevoli negli ultimi tempi tanto da stordirci o anestetizzarci. La vicenda oggi sulla cresta dell’onda, quella della presentazione delle liste elettorali prende un sapore da repubblica delle banane. Un caso senza precedenti in 65 anni di democrazia, che sta facendo saltare tribune politiche, confronti, dibattiti con i candidati per discutere di problemi reali. Temo che a questo punto una vittoria del centrosinistra nel Lazio non sarebbe riconosciuta dagli avversari: e allora che succederà? Si dovrà tornare alle urne? Ma sulla base di quali regole? Uno stato di diritto non si fonda su regole certe e condivise?...
Per questo caso e per altri centro o mille, si prospetta il rischio di una frana della democrazia, proprio come quelle che vediamo trascinare alla rovina case, palazzine, interi paesi. Frane causate dall’incuria, dal mancato rispetto dei piani regolari, da abusi edilizi, da concessioni illegittime, dalla deforestazione. Per arginare il pericolo credo che oggi ogni cittadino cui sta a cuore lo stato di diritto sia chiamato ad un pacifico, civile impegno per non lasciare spazi vuoti dove potrebbe collocarsi la mala pianta della corruzione, della prepotenza, della criminalità, del disprezzo delle regole, dell’arroganza, del degrado. Penso che in questa fase di transizione non si debba lasciare nulla di intentato perché il cambiamento si indirizzi nel sentiero giusto, senza scossoni insostenibili o pericolose frane, per evitare le quali siamo tutti coinvolti ad avviare un processo di rimboschimento dove ognuno pianterà a suo modo e secondo le sue possibilità, energie il proprio albero di democrazia.

venerdì 5 marzo 2010

Genocidi e brava gente


Anche gli Stati Uniti di Obama riconoscono il genocidio degli Armeni cristiani, compiuto dai Turchi nel corso della prima guerra mondiale. Con il suo milione e mezzo di vittime, si tratta di uno sterminio che non ha nulla da invidiare alla più nota Shoa, se si tiene conto delle inferiori capacità organizzative dei Turchi e delle tecniche meno evolute di cui potevano disporre, e soprattutto del numero degli Armeni presenti nell’Impero Ottomano che, all'inizio della guerra, risulta inferiore ai due milioni e mezzo.

Tempo fa mi è capitato di scambiare qualche parola con un cittadino turco che attualmente vive in Italia; si è dimostrato cordiale e di mentalità aperta, fino a che non ho portato il discorso sulla questione degli Armeni; era da poco uscito il fim dei Taviani ‘La masseria delle allodole’, ispirato appunto a questi tragici eventi di quasi un secolo fa. Il suo sguardo si è rabbuiato, ha negato il genocidio, ed ha ammesso soltanto qualche migliaio di morti che nelle operazioni belliche furono purtroppo un male inevitabile. Io non l’ho contraddetto e ho lasciato cadere il discorso, sapevo che in Turchia una legge punisce chi sostiene la veridicità del genocidio armeno con pene detentive, senza contare che gli estremisti hanno già ucciso chi ha fatto pubblicamente affermazioni in tal senso. Forse la Turchia, sebbene candidata ad entrare in Europa, non è ancora un paese pienamente democratico come la Germania che ha riconosciuto i propri crimini di guerra o come l’Italia, dove è possibile parlare liberamente della pioggia di iprite impiegata per sterminare abissini completamente inermi, o del “tentativo di bonifica etnica” (come lo definisce Angelo Del Boca nel saggio ‘Italiani brava gente?’) compiuto in Slovenia durante la seconda guerra mondiale, con tanto di lager dove venivano internati civili, compresi donne e bambini, che spesso morivano di malattie e di stenti; fatti, questi ultimi, che di certo non giustificano ma probabilmente aiutano a comprendere l’atroce fenomeno delle ‘foibe’, il quale per quanto orribile, tuttavia non è comparabile alla immane tragedia della Shoa, e non soltanto per una questione numerica (il rapporto dei caduti è di circa 1 a 1000), ma anche perché gli Ebrei non avevano mai occupato militarmente il territorio della Germania e tantomeno avevano mai pensato di attuare deportazioni di Tedeschi in campi di concentramento. Sono argomenti delicati, che spero di aver espresso nel rispetto di tutti e soprattutto delle vittime di ogni etnia. Confido inoltre che nella civile Italia democratica, ciascuno sia libero di esprimere le proprie riflessioni, come ricorda anche il liberale art. 21 della nostra Costituzione e l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (‘Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione […]‘).

Ora, per concludere, visto che ho cercato di mettermi nei panni di Armeni, Etiopi, Sloveni, Ebrei e naturalmente degli Italiani, vorrei cercare, in qualche modo, di fare la stessa operazione con i Turchi, tramite una semplicissima, banale riflessione. Posto che a ciascuno nel proprio focolare domestico fa piacere sentirsi in pace e con la coscienza tranquilla, presumibilmente l’attuale governo turco (come i precedenti del resto) non vuole saperne di ammettere il genocidio degli Armeni anche perché – mutatis mutandis – al pari di noi Italiani e verosimilmente di qualunque altro popolo, anche loro a casa propria, forse amano fregiarsi dell’epiteto di ‘brava gente’.

Quattro piaghe dell'Italia

[1] Piaga politica La divisione tra legislativo, esecutivo e giudiziario è sostituita dalla concentrazione di potere politico, mediatico ed economico. L’esecutivo fagocita il legislativo con il costante ricorso al “voto di fiducia”, presentato come prova e garanzia della solidità di governo; il connubio tra potere esecutivo e mediatico legittima se stesso delegittimando, ogniqualvolta è necessario, il potere giudiziario, presentando l’operato di quest’ultimo come potenzialmente in contrasto con la volontà del popolo.
[2] Piaga sociale Mentre la piramide generazionale si rovescia, con un costante incremento della percentuale dei vecchi rispetto ai giovani, i giovani hanno tutele sociali sempre minori ed incontrano difficoltà sempre maggiori nel far corrispondere incarichi dignitosi di lavoro ai loro percorsi di studio. Su un altro livello, sfruttamento e privazione di dignità sono il destino di tanti immigrati, non solo quelli irregolari, in contesti nei quali per lo più si continuano a proporre le misure di polizia come strumento politico privilegiato per l’integrazione e la sicurezza.
[3] Piaga culturale Si disinveste dalla scuola e dalla ricerca e si susseguono riforme incerte dell’Università, in assenza di una visione sistemica. Nella realtà plasmata sulle grammatiche dello spettacolo, c’è sempre meno spazio per ciò che non è spettacolo, per ciò che non è appetibile al gusto plebeo, per ciò che richiede fatica, per ciò che è difficile. Sarebbe il caso di aprire discussioni pubbliche sull’educazione e sulla povertà, sull’ambiente, sulla deriva plebea delle pratiche democratiche e sull’elaborazione generativa dei conflitti; ma, fatta eccezione per i servizi dedicati alle situazioni di emergenza, la televisione preferisce mettere in scena quotidianamente lo show di una pseudo-povertà (le varie isole dei famosi), di una pseudo-opportunità di ricchezza (i giochi, i quiz, le lotterie), lo show della partecipazione (i televoti), lo show di pseudo-conflitti (i dibattiti politici spettacolarizzati) e così via. Così la memoria del cittadino spettatore con inclinazione alla passività diventa sempre più, lentamente, cultura e memoria dello show.
[4] Piaga etica C’è un clima di “vacanza morale”, per usare un’espressione di Primo Levi. La piaga etica attraversa ed alimenta tutte le altre. Lo si nota, da ultimo, nelle prese di posizione incerte e nei tentennamenti dell’iniziativa politica su fenomeni di corruzione diffusi. C’è chi ha potuto “ridere” del verificarsi di un devastante terremoto, pregustando di lucrare sulla tragedia. C’è una rete di contatti e prassi che ha consentito a qualcuno di ridere in quel modo. L’immoralità e l’illegalità sono diffuse in tutti i livelli della vita sociale, ma è grave che non ci preoccupi anzitutto, quotidianamente, con scrupolo incalzante, della moralità di chi temporaneamente ha la responsabilità di governare, al di sopra di ogni sospetto. Ci si preoccupa invece per mesi, introducendo una formula inaudita nella storia mondiale delle democrazie, della «serenità di chi governa».

domenica 28 febbraio 2010

Il viola e l'inferno

Questo nuovo appuntamento del movimento viola vede una partecipazione minore, meno entusiasmi, meno colori, meno iniziative goliardiche. Forse è dipeso dall’aver rifiutato il contributo organizzativo dei partiti, forse dalla crescente sfiducia o magari è mancata l’euforia prenatalizia del 5 dicembre. I problemi sono sempre gli stessi, anzi, le notizie degli ultimi giorni sembrano rappresentare la situazione in modo ancora più allarmante: risate post-sismiche, mafia al senato, nuova tangentopoli dilagante, il fiume Lambro e il dio Po invasi dal petrolio… Ma in fondo siamo in una società liquida, forse dovremmo abituarci alla mutevolezza degli umori dei singoli, delle masse, dei partiti, delle istituzioni… Tutto sembra scorrere nell’indifferenza dei nostri occhi anestetizzati. E il popolo viola sembra una debole voce, qualche appassionato getto di acqua limpida, in questa fiumana inquinata e dilagante. Dopo tutto Oliviero Beha dal palco ha ricordato che, secondo uno studio di De Mauro, oggi solo il 29 % degli Italiani è in grado di usare e comprendere la lingua in modo decente, quindi parlare o peggio ancora scrivere, non intacca minimamente gli equilibri. E Andrea Rivera, con la sua sferzante ironia, svela che i Casalesi vogliono eliminare Saviano perché non hanno ancora letto Federico Moccia. Forse a questo punto non conviene diventare anche noi parte della massa bituminosa? Come dice I. Calvino “accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”? Oppure crediamo ancora che ci sia congeniale la via più difficile, quella che «esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»?

sabato 20 febbraio 2010

Omofobia: un'emergenza sociale


Sono eterosessuale, eppure sento profondamente che questa questione, drammatica come emergenza e metaforica rispetto a quanto accade nelle dinamiche sociali in questi tempi oscuri, mi tocca in prima persona. Si tratta, è vero, di discriminazioni e violenze che non mi riguardano direttamente, ma che tuttavia rendono il mondo più brutto per tutti e dunque anche per me: lo trasformano in un luogo nel quale occorre essere omologati a modelli comportamentali imposti, presentati quasi sempre come dettati dalla natura anziché come costruzioni culturali. Questo vale per l’omosessualità, ma anche, allo stesso modo, per le differenze di genere: la natura ci dice soltanto che siamo biologicamnete diversi come uomini e come donne, ma non come dobbiamo incarnare i rispettivi ruoli o incanalare il desiderio, che dovrebbe avere una propria autonomia rispetto alla possibilità della procreazione. In un mondo così rischiamo di essere trasformati tutti in gregge: cloni, esseri seriali e conformisti; e codardi, anche, perché definiti dal timore di una differenza che riusciamo a leggere solo come una disconferma del nostro valore.

Anche in virtù della specificità della mia professione (sono una studiosa di processi formativi, dunque di ciò che riguarda gli esseri umani e il loro farsi soggetti autonomi delle proprie scelte e della propria storia in qualsiasi momento del ciclo di vita) ritengo, però, che il modo migliore di combattere il pregiudizio, gli atti di discriminazione e quelli di violenza anche fisica nei confronti delle persone omosessuali, consista in percorsi di educazione preventiva. Non si tratta solo di fornire conoscenze, di sfatare pregiudizi o, peggio, di invitare a un atteggiamento moralistico e tollerante: anzi, si tratta di criticare il concetto stesso di tolleranza in favore di quello di accettazione delle diversità; di qualsiasi diversità.

Tutte le emergenze sociali sono oggi legate alla tematica dell’identità e della differenza e alla paura dell’altro (diverso) che colora di sé le problematiche del conflitto di qualsiasi natura esso sia: di genere, intergenerazionale, di convivenza multiculturale, tra normali e sani e, in una luce particolare, rispetto alle differenze di orientamento sessuale. Si teme l’altro, diverso, che ci sta di fronte, perché potrebbe lasciar affiorare ogni diversità che è in noi scoprendo i nostri lati più reconditi e oscuri, le nostre inquietudini, o quelle che viviamo come le nostre debolezze.

E’ un luogo comune pensare che la tolleranza rappresenti un modo per risolvere i conflitti e per convivere in maniera rispettosa gli uni nei confronti degli altri. La tolleranza, invece, si lega alla sopportazione, non all’apprezzamento dell’altro nella sua diversità. Nel tollerare si sottolinea la propria differenza. Tolleranza e intolleranza, quindi, hanno la stessa radice: si tollera un elemento definito come diverso e negativo; ma lo si fa fino a un determinato limite, oltre il quale si comincia a odiare e si procede all’eliminazione fisica o simbolica. Lo si capisce bene spingendosi a ritroso fino a Tommaso D’Aquino, per il quale i sentimenti di tolleranza potevano riguardare coloro che professavano altre religioni, come i pagani, o i musulmani o anche gli ebrei, non per colpa, ma per una condizione non scelta, e non coloro che, collocati all’interno della religione cattolica, producevano critiche o idee considerabili eretiche o, ancora, se ne discostavano pur avendo fatto una promessa di fede. Per questi c’era, invece, l’inquisizione e quasi sempre il rogo. Cercare le differenze, così come è implicito nel concetto di tolleranza, significa avere paura di riconoscere le affinità: tra chi è malato o folle e me che sono sano; tra chi è delinquente e me che sono onesto; tra chi è invidioso o cinico e me che sono generoso ed eticamente irreprensibile. Cercare nella differenza la colpa o il motivo di una minaccia (non importa che si reagisca con l’eliminazione o con la tolleranza del colpevole) significa sollevare se stessi da responsabilità di qualsiasi natura. Per proteggersi rispetto alla propria scarsa autostima; o per proiettare sull’altro, come avviene in ogni idea di natura razzista, le parti di sé considerate disdicevoli e relegate nelle zone d’ombra della propria interiorità. E’ più semplice e meno oneroso cercare l’altro fuori di sé, sottolineando le differenze, anziché comprenderlo in se stessi, sottolineando le somiglianze.

Accettare l'altro significa ricercare e sottolineare le affinità, non le differenze. Farsi iliberi dal timore dell’altro e della sua differenza significa, quindi, per tutti, poter vivere maggiori possibilità di felicità.

Nelle immagini: Ganimede.



martedì 16 febbraio 2010

Sciacalli

Nei giorni del terremoto che ha colpito L’Aquila c’è stato un gran movimento mediatico dall’alto, per dimostrare efficienza nei soccorsi e nella ricostruzione, nonché umana solidarietà che si è espressa fino alle lacrime. Poiché un sisma in quanto evento naturale non è imputabile a nessuno, con un po’ di fantasia si è cercato di creare un capro espiatorio, forse anche per allontanare le vere responsabilità di costruttori senza scrupoli, di ieri, di oggi e di domani. Si è detto che era in agguato l’immorale ed empia minaccia dello ‘sciacallaggio’ e sono stati presi dei provvedimenti ad hoc per colpire senza pietà chi si fosse macchiato di questo reato. In realtà è dal terremoto di Messina (1908) che in Italia non si registrano episodi diffusi di sciacallaggio. Per quanto mi ricordo, in Abruzzo sono stati arrestati soltanto dei Romeni nei pressi di Onna, processati per direttissima e poi assolti da questa accusa infamante perché risultati non colpevoli.
Oggi dopo le registrazioni telefoniche, dopo lo scandaloso compiacimento di individui senza scrupoli, dopo le risate di chi ha visto nel terremoto un business su cui lucrare, mentre le abitazioni crollavano, cittadini onesti e dignitosi morivano, o restavano feriti, annichiliti dall’angoscia, senza casa, senza persone care, senza più i luoghi del loro quotidiano, delle loro radici, oggi forse abbiamo le idee più chiare su chi fossero gli sciacalli.
Questo riguardo all’umana solidarietà e le lacrime. Per quanto attiene invece all’efficienza e alla ricostruzione, la risposta ce l’hanno data domenica i cittadini dell’Aquila che in una pacifica manifestazione hanno varcato la “zona rossa”, sono cioè entrati nel centro storico della città ancora invaso dalle macerie prodotte dal sisma di un anno fa, esibendo cartelli sui cui si legge: “Riprendiamoci la città” e “Noi non ridevamo”.

sabato 13 febbraio 2010

Chiostri

Monastero di clausura di Santo Spirito, fondato nel XIII° secolo. Ho sempre trovato molto affascinanti i chiostri nella loro ambivalenza: rappresentano una possibile via di fuga, ma anche l’ingresso in uno stato di prigionia; possiamo definirli sia come dentro che come fuori; ci fanno vedere, ma anche ci nascondono; rendono impossibile non essere visti, ma permettono anche di sottrarsi alla vista. Il chiostro di questo convento di clausura è tessuto di giochi di archi, di passaggi, di grate, di pesanti portoni sbarrati, di scuri serrati, di cipressi, di rovi e di muschio. Il colore delle pietre è il giallo caldo del tufo: un colore sensuale che evoca carnalità non represse, odori forti, profumi inebrianti, cibi, bevande, luce, vita e che qui genera un contrasto insopportabile con il senso del luogo (la fuga dalla materialità dell’esistenza che definisce la condizione di clausura) e lo rende particolarmente affascinante. Monache. Donne delle quali mi figuro i silenzi, l’alacrità dei lavori d’ago e dell’impastare i dolci e il pane, le preghiere a ritmare il silenzio della notte, le palpebre abbassate e i corpi diafani ravvolti nelle vesti scure. Mute donne nere che intravedo, in una sorta di rêverie diurna, rasentare attraverso i secoli i muri di corridoi interminabili, con gli occhi bassi, il volto in ombra, il sorriso appena accennato e quasi timoroso di esistere. Non riesco a immaginare scelta di donna più distante dalle mie (e so che forse mi pentirò, tra poco, di quello che sto per scrivere); eppure, ora, mentre cerco di catturare le sensazioni con la macchina fotografica senza riuscire ad accontentarmi dei miei scatti, sono sorpresa da un senso repentino e quasi grottesco di vicinanza che mi possiede tutta. E non posso fare a meno di pensare che noi donne, in qualche modo o in mille diversi modi, siamo ridotte spesso, almeno simbolicamente, al silenzio. E’ il silenzio dei nostri corpi ai quali è vietato invecchiare o farsi di tanto in tanto davvero fragili; è il silenzio delle nostre proteste inespresse che potrebbero risultare tediose o pesanti; è il silenzio, il più crudele di tutti, del nostro inascoltato chiedere di essere guardate così come siamo, senza dover mettere in atto calcoli di seduzione legati all’indulgenza comprensiva, alla sensibilità pietosa e accogliente costi quel che costi e alla cura degli altri disgiunta da quella di sé.

venerdì 12 febbraio 2010

Il concerto



Il potere della musica di unire le persone e le vite più disparate, di riaprire un percorso bruscamente interrotto, di superare le barriere fisiche e mentali che separano i popoli, di legare insieme un passato prigioniero del rimpianto e un presente altrettanto prigioniero di un senso di sconfitta, fino a dare loro una nuova dignità e un nuovo significato. Si ritrova questo, e molto altro, nell'ultimo, bellissimo film dell’autore di Train de Vie, il quale non rinuncia ad alcuni suoi piccoli marchi di fabbrica, come la derisione della patetica rigidità e delle ossessioni proprie degli apparati ideologici (il nazismo del Terzo Reich nella pellicola del ‘98, il comunismo sovietico in questa) e la bonaria ironia sul cliché dell’ebreo furbetto, pervaso fino al midollo da una sorta di insopprimibile furore mercantile. Non manca neppure uno sguardo ammirato sulla gioia di vivere espressa dai nomadi zigani e sul loro efficiente disordine, che salva più volte il protagonista dall’impasse.
Eroe tormentato della storia è un ex direttore d’orchestra russo che, negli ultimi anni dell'URSS di Breznev, viene accusato di 'tradimento del popolo'. La sua notorietà e i suoi successi si arrestano bruscamente e l'artista si ritrova privato della possibilità di proseguire la professione, complice l'ottusa perfidia di un funzionario di partito. Il pretesto che determina l’intervento delle autorità, cioè la critica esplicita che il protagonista aveva osato muovere ai dirigenti del partito, maschera l’invidia che le personalità mediocri e compiacenti con il regime sovietico sembrano nutrire per il talento, pericoloso quando eleva l’artista al di sopra del grigiore imposto per legge e per ideologia. Ai nostri giorni l’ex direttore d’orchestra, nel frattempo retrocesso a inserviente del teatro Bolshoi, viene casualmente a conoscenza di un invito da parte del teatro Chatelet di Parigi per un grande concerto riservato all’orchestra del teatro e, in un folle tentativo di recuperare il tempo perduto, si propone di mettere insieme in pochi giorni un’orchestra formata da sue vecchie conoscenze: lo scopo è quello di condurre i musicisti nella capitale francese e dirigerli nel primo concerto di Chaikovski, lo stesso che aveva segnato la fine della sua carriera.
Il percorso del film si dipana toccando a tratti i limiti del surreale, ma il regista mantiene con discreta abilità un livello di verosimiglianza nel quale è agevole immedesimarsi, in particolare nelle sequenze in cui domina il ricordo tragico delle vicende del passato e nei numerosi momenti in cui entra in gioco il dolore mai sopito, eppure sempre dignitoso, che pervade i principali protagonisti, la cui natura è profondamente russa e, allo stesso tempo, profondamente ebraica. Il dolore è da tutti accettato in silenzio, al pari di una punizione divina incomprensibile e indiscutibile, così come incomprensibili e indiscutibili erano apparse nel passato le ossessioni del regime. E’ proprio il dolore il legame che mostra maggiore forza nell’unire oggi questi russi-ebrei, come aveva unito un tempo i russi-sovietici. Un dolore denso e stratificato, ma ancora passibile di riscatto.
Il film inizia e termina con la musica, parla di musica, è pervaso dal senso di assolutezza dell’esperienza musicale. L’essere umano e le sue attività sono soggette alla legge ineludibile del tempo. Nascono e muoiono le ideologie, i funzionari di partito, i compositori, i direttori d’orchestra, i musicisti. La musica, quel suono che esce dai confini del tempo e conquista all’uomo un angolo di assoluto, resta.

giovedì 11 febbraio 2010

Utopie politiche, sogni e conigli immaginari

“Harvey” è un bellissimo film di Henry Koster del 1950. Non ero ancora nata, all’epoca, dunque l’ho visto solo in televisione e ogni volta ho sentito di amarlo ancor di più della precedente. Il protagonista, Elwood P. Dowd, interpretato da James Stewart, è un uomo dolce, affabile, sensibile e simpatico che afferma di avere come amico un coniglio bianco alto due metri (Harvey) con il quale condivide le passeggiate, la conversazione e ogni altra esperienza. Questa sua bizzarria genera non pochi imbarazzi alla sorella, che di per sé lo accetterebbe anche così com’è se non avesse a che fare con le reazioni degli altri. Elwood viene internato, ma alla fine la sua illusione avrà la meglio e l’amico immaginario apparirà sulla scena dimostrando la propria esistenza allo psichiatra e agli stessi spettatori. Ho amato questo film, molti anni fa, perché parlava in maniera intelligente e tenera allo stesso tempo dell’universo della follia; cioè di qualcosa che non mi riguardava direttamente, ma toccava in maniera molto intensa la mia sensibilità e i miei interessi, allora come oggi. In questi giorni il film mi è tornato alla mente spesso, ma in una luce totalmente diversa. Ripensandolo mi sono detta, infatti, che ciascuno di noi esseri umani, folle o normale (e i normali, forse, più dei folli) ha i propri Harvey: che possono essere gruppi di persone o anche singoli esseri umani. La fiducia nel gruppo di cui si è parte – facciamo il caso, ad esempio, di una formazione di tipo politico – è direttamente proporzionale all’impegno e alle attese che riponiamo nel gruppo stesso rispetto agli obiettivi e agli ideali che ne definiscono l’identità. Quando si fa parte di un gruppo i cui singoli membri sono accomunati da determinati ideali si dà per certo che le loro mosse saranno abbastanza coerenti rispetto ad essi e il contrario ci provoca un’intensa delusione e magari la decisione del distacco. In maniera analoga anche nei confronti di persone che a vario titolo ci sono care noi riteniamo spesso di sapere per certo quali comportamenti metterebbero in atto in determinate circostanze e quali, invece, non potrebbero mai e poi mai appartenere loro. Questo sentimento di certezza ha a che fare con la fiducia e, in ugual misura, con i sogni. E’ ciò che ci permette di lasciarci andare, di allentare le difese, di stabilire territori di intimità ben distinti rispetto a quelli nei quali ci sentiamo soli e incompresi; ma è, nello stesso tempo, ciò che ci rende fragili e dipendenti da coloro che amiamo, dall’immagine che abbiamo di loro che non solo ci piace, ma ci conforta e ci dà certezze e speranze indispensabili per attraversare i marosi della vita senza venirne spazzati via. Capita di rimanere feriti dal comportamento di un gruppo o di una persona inconciliabile con l’immagine che ne avevamo e che ci piaceva, confortava, dava speranze e incrementava la nostra fiducia nell’umanità. Allora, se il dolore è particolarmente intenso e la delusione insopportabile, quando ci sembra di dover ridefinire tutto, i contorni delle cose e di noi stessi tra le cose e la natura, ci chiediamo, anche per il passato, se abbiamo avuto a che fare con persone reali o con amici immaginari da noi stessi creati per poter attraversare il vuoto e la mancanza di senso. Quando questa domanda si affaccia alla nostra coscienza ci lascia scossi e come spersi in un universo che improvvisamente appare immenso e cattivo: un deserto freddo, notturno, senza orizzonti, mentre la sabbia si solleva in rapide spirali di vento e si posa sulla pelle, sui capelli e sulle vesti cancellando le nostre impronte e annullando, così, anche i ricordi più cari. Ma, forse, la domanda che dovremmo porci in questi casi è un’altra e ci viene suggerita dal film stesso il cui protagonista, in una delle scene più toccanti, spiega allo psichiatra che sua madre gli ricordava spesso come nella vita occorra scegliere se essere astuti o amabili e che lui, pur sapendo che sarebbe stato più conveniente farsi astuto, aveva sempre ritenuto preferibile essere amabile.Forse dovremmo chiederci se l’aver creato illusioni di solidarietà e condivisione rispetto a gruppi o a singole persone sia comunque importante. L’illusione, infatti, non è menzogna e inganno, ma testimonianza del nostro poter essere creativi; l’illusione è fatica e costruzione razionale, ma anche, nello stesso tempo, leggerezza e gioco. L’illusione testimonia della soggettività del nostro affidarci ad altri mettendoci anche, talvolta, nelle loro mani e della nostra capacità di credere ai sogni al di là del riscontro, del tornaconto finale, del risultato materiale. Forse dovremmo più semplicemente convincerci che è importante coltivare l’illusione (cioè il sogno) di un’utopia indipendentemente dal suo realizzarsi o meno (come, del resto, vuole la tradizione di questo concetto) e dalle delusioni alle quali, probabilmente, andremo incontro. Perché proprio il nostro non voler rinunciare a sogni e ideali rende la vita degna di essere vissuta.

domenica 31 gennaio 2010

‘Il nastro bianco’ e la (disumana) catarsi finale


Torno sul ‘Nastro bianco’ di Michael Haneke, che, sollecitato dal bel post di Antonella, ho visto nel cinema di Silvano Agosti, prima che uscisse dalle sale. È sicuramente un film costruito e rappresentato a regola d’arte anche nei volti e nelle espressioni degli interpreti che ci introducono realisticamente agli inizi del secolo scorso. Tuttavia, nonostante la narrazione scorra quasi sempre con fluidità, si viene colti da una sensazione di pesantezza non tanto per i crimini che si succedono senza scoprire i responsabili (a dispetto dell’intenso controllo sociale), quanto per i rapporti interpersonali, non solo freddi e formali ma anche impregnati di spietata perfidia, che forse emerge essenzialmente proprio laddove non appare violenza fisica: nel rapporto fra il medico e la levatrice.
Ne esce fuori un microcosmo freddo, congelato, asfittico. Sarà lo specchio dei nostri giorni?, visto che la letteratura, il cinema, l’arte in genere, quando ci raccontano il passato ci parlano anche del presente?

In ogni caso questo tipo di realtà sociale rigida, gerarchica, oppressiva, permeata da rancori, diffidenza e legata all’ambiente naturale, mi ha riportato alla mente il mondo del pastori sardi, raccontato nel suo romanzo autobiografico ‘Padre padrone’ da Gavino Ledda. Una vicenda che comincia nel 1944, quando Gavino non ha ancora sei anni, dunque cronologicamente più vicina a noi. Si tratta di un vero e proprio trattato di pedagogia, come ci dice il sottotitolo: ‘L’educazione di un pastore’. Ma in tale contesto il ricorso alla violenza fisica, oltre ad essere un normale strumento pedagogico spesso abusato, al contrario di quanto avviene nel ‘Nastro bianco’, ha sempre un senso (sicuramente sbagliato ai nostri occhi) in relazione all’arcaico codice d’onore dell’ambiente rurale sardo che sembra rimanere escluso dalla ‘giustizia’ dello Stato; si tratta spesso di vendette che animano i racconti degli anziani, le quali, come tutte le faide, non si esauriscono con la morte dei contendenti ma si trasmettono alle generazioni future. Invece guardano il film di Haneke si ha la sensazione di delitti malati, assurdi, laceranti, sintomo di un disfacimento sociale e morale.



A mali estremi estremi rimedi, sembra volerci dire il regista austriaco nel finale: solo un male assai più grande può sanare queste misteriose, inquietanti brutalità, e la paventata guerra, finisce per essere l’unica soluzione in grado di rimuovere gli orrori di quel piccolo borgo perduto nel profondo nord della Germania, ancora pervaso da logiche feudali. La guerra appena accennata nel film, rapportata a una dimensione individuale, quasi diviene simile ad una forte influenza o un altro malessere fisico temporaneo, che ci allontana (o guarisce?) da un periodo di preoccupazioni, d’inquietudine, di stress. Stiamo parlando del primo conflitto mondiale, di quella stessa Grande Guerra che inonda il finale del capolavoro di Italo Svevo, quella che guarisce l’annosa, forse innata, malattia della ‘Coscienza di Zeno’, contro la quale la psicoanalisi si era rivelata del tutto impotente se non dannosa; in una Trieste che apparteneva all’Impero Asburgico, la stessa Austria del regista Michael Haneke. Forse è anche in questi aspetti (che andrebbero meglio scandagliati), che si può annidare il fascino, purtroppo ancora perdurante al di là di interessi economici e politici, verso la più assurda, tenace, dis-umana manifestazione dell’uomo.

sabato 30 gennaio 2010

"La prima cosa bella" di Paolo Virzì


L’hanno già visto quasi tutti, i miei amici, e si dividono tra gli entusiasti e i meno convinti. Io, prima di stasera, ho tentato due volte senza successo, perché i posti erano esauriti: elemento, questo, che di solito mi fa diffidare di un film. Si fa buio in sala e mi coinvolgo subito, fin dalle prime battute, suoni e immagini. Non appena le lacrime cominciano a intrecciarsi con le risate mi pento di avere scelto l’ultimo orario, quando le difese sono allentate e la notte piena spinge a lasciarsi andare alle emozioni. Mi chiedo se l’immediato e intenso coinvolgimento che provo sia dovuto al sapore così toscano del film, cioè, essendo io toscana, alla possibilità di sentirmi catapultata improvvisamente nella mia stessa infanzia, ma osservando la persona che è con me, non toscana, mi accorgo che è commossa altrettanto. Ci si identifica, penso, perché nessuno dei personaggi è a tutto tondo, buono o cattivo, forte o debole, ma tutti quanti mostrano le proprie luci e le proprie ombre, appaiono dipinti di colori contrastanti e contrastanti si mostrano anche i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro spinte a scegliere o a lasciarsi agire dal destino. Sono persone vere, sono i tuoi amici, i tuoi cari e tu stesso nei momenti aspri o leggeri della vita. Vorresti prendere i personaggi per mano uno a uno e accompagnarli a guardare con occhi diversi ciò che si presenta come ineluttabile, drammaticamente ostile, incomprensibilmente crudele. Il figlio maggiore, per esempio, avvolto in un mantello di gelo che solo sembra poterlo proteggere e, paradossalmente, scaldare. L’amore, le carezze, la vitalità che intravede negli altri sembrano quasi ucciderlo, poiché non si sente autentico in alcun modo, né guardando né chiudendo gli occhi, né fuggendo né restando, fino al momento finale nel quale segue il consiglio della madre, ultimo dono di vita di lei, e si immerge nelle acque del mare familiare della sua infanzia, riconciliandosi, finalmente, con il proprio passato.

Vengono in mente i tanti studi sui sentimenti contraddittori che ispira la madre al bambino molto piccolo, stupito, affascinato e spaventato insieme dal potere emozionale che lei esercita su di lui. Lo psicoanalista Donald Meltzer ha intitolato un suo libro sull’argomento proprio “Amore e timore della bellezza” e ha individuato l’origine di quello che lui e altri, in seguito, hanno studiato come “conflitto estetico”, nei sentimenti suscitati dal guardare il volto della madre, sottoponendosi al suo fascino ambiguo. Il volto della madre è bellissimo e terrifico insieme e non è solo da guardare: è odore che ti inebria, è capelli che ti sfiorano le guance nell’abbraccio, è sorriso che ti accoglie ed è voce ammaliante di sirena che canta e sussurra.

Ma non è così, in maniera accademica e, dunque, necessariamente un po’ distante, che vorrei scrivere di questo film. Un film che parla di noi, di ciascuno di noi: della nostra incoerenza affettiva, delle nostre emozioni complesse, del nostro gettar via, qualche volta, il tempo e lo spazio che abbiamo a disposizione creandoci da soli le catene che ci fanno soffrire o distruggendo ciò che ci rende felici, ma, soprattutto, della nostra confusione e del nostro spaesamento quando ci troviamo di fronte alla perdita, al vuoto e al silenzio e ci sembra di non poter scorgere, in queste esperienze, l’origine di una rinascita, sia pure dolorosa, ma foriera anche di nuove gioie.

Al centro del film c’è una figura di donna bellissima, vitale, autentica nelle sue fragilità e contraddizioni. Anna, lo stesso nome della madre (Annina) che Giorgio Caproni immortala in molte delle sue poesie: una figura anch’essa inusuale e affascinante che appare tra le vie di una Livorno di inizio novecento e le percorre, a piedi o – facendo scandalo, all’epoca – in sella a una bicicletta azzurra, avvolta nel suo scialletto rosso e con la collanina di corallo sulla camicetta dischiusa, tutta odorosa di cipria e di mare.

Nel film quasi tutti i maschi che ruotano attorno ad Anna – il figlio-bambino, il figlio diventato adulto, il marito, quelli che impomatati nei riporti un po’ laidi esibiscono con arroganza il proprio invidioso desiderio – la guardano con ammirazione e la disprezzano insieme. Una delle più commoventi scene è quella nella quale, cacciata di casa dal marito geloso, respinge indietro le lacrime e canta attraversando la notte la canzone che dà il titolo al film, in cerca di un riparo per sé e per i suoi piccoli; mentre li protegge con braccia che si fanno mantello e sembrano ali con le quali poter volare lontano da ogni cattiveria; l’altra è quella sul letto di nozze e di morte insieme, quando la vitalità di lei sembra quasi donarle la forza di uscire, leggera, dal proprio corpo morente e danzare morbida e sensuale, sorridente e carezzevole, sulle note dello struggente Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Mascagni. Un brano che sembra racchiudere in sé, intensamente, tutto il senso film, esprimendo insieme nostalgia, cioè dolore del passato e speranza e voglia di aprirsi di nuovo alla vita.

Quando torno a casa i miei passi risuonano, uno dopo l’altro, ritmati, nel silenzio; il rumore dei tacchi sul selciato di solito mi infastidisce, ma questa volta mi consola: è il segno tangibile di una presenza viva, proprio la mia, e mi accompagna attraverso il nero della notte insieme all’immagine consolante di Anna: una piccola donna felice di vivere e capace, nonostante tutto e persino nel momento della morte, di amare e di godere delle cose belle e buone del mondo.

Stringendosi nello scialletto

scarlatto, ventilata

passava odorando di mare

nel fresco suo sgonnellare.

Livorno le si apriva

tutta, vezzeggiativa:

Livorno, tutta invenzione

nel sussurrare il suo nome.

Prendeva a passo svelto,

dritta, per la Via Palestro,

e chi di lei più viva,

allora, in tant’aria nativa?

(...)

Giorgio Caproni

venerdì 29 gennaio 2010

Sulla traccia di Holden

Dopo 91 anni di permanenza sul nostro pianeta, J. D. Salinger ci ha lasciati. Di origine polacca era nato a New York nel 1919. Partecipò al D-Day nel corso della Seconda Guerra mondiale, durante la quale conobbe Hemingway, che ne rimase entusiasta. Fu uno dei primi soldati americani ad entrare in un lager nazista, e pare che queste esperienze belliche non passarono senza lasciare segni, come testimonierebbe qualche sua pagina dedicata alla guerra ed un ricovero di alcune settimane per curare una sindrome post-traumatica. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti, nel 1951 uscì The Catcher in the Rye (Il giovane Holden), che lo rese famoso. In seguito pubblicò altri racconti, finché alla metà degli anni '60 non decise di ritirarsi a vita privata rimanendo stabilmente a Cornish, nel New Hampshire, dove si era trasferito già dal 1953.

Ho avuto la ventura di leggere “Il giovane Holden” in un periodo difficile, e la sua freschezza, la sua originalità, l’inquietudine e la schiettezza delle sue parole mi sono stati vicine più di un amico. Non è retorico affermare che questo romanzo ha affascinato varie generazioni. L’ho proposto spesso agli alunni delle superiori che in genere hanno risposto con interesse. Ricordo che un anno ne parlai con una collega meno giovane di me, e qualche tempo dopo mi raccontò che un suo vecchio amico si era entusiasmato e commosso pensando che ancora oggi degli adolescenti potessero apprezzare quel libro che lo aveva coinvolto, emozionato, quando aveva più o meno la loro età.

Oltre al suo talento di narratore, va considerata la scelta di ritirarsi dalla ribalta e di non voler più pubblicare i suoi testi. Decisamente in controtendenza con il culto dell’apparire che dal “Grande Fratello” ai blog, coinvolge ormai ogni strato sociale del globo. Salinger dunque, senza alcuna pubblicità è riuscito fino ad oggi (e credo che la tendenza non si interromperà presto) a diffondere per circa sessanta anni le sue opere, che non vogliono saperne dei perdere popolarità. Se ne è parlato fin troppo ed il nome del protagonista del suo romanzo è stato usato e riusato, tanto da inflazionarne la freschezza originale. Forse anche questa potrebbe essere una delle ragioni che ha sospinto Salinger verso la fuga dalla notorietà.

In questi decenni di anonimato quasi perfetto, se ne sono dette molte sul suo conto, ad esempio che ha continuato a scrivere, e che i suoi libri inediti saranno pubblicati postumi; spesso però sono emersi anche risvolti della sua vita e del suo carattere poco gradevoli. Sarà il tempo forse a stabilire quanto ci sia di vero. In ogni caso, siano attendibili o meno, queste indiscrezioni non intaccano per niente, dal mio punto di vista, la qualità letteraria e i meriti esistenziali delle sue narrazioni. Il suo sgangherato personaggio anticonformista, tenero, spassoso, tormentato e pasticcione, con semplicità e spontaneità imbarazzanti tratteggia le contraddizioni di un sistema sociale impregnato di molteplici difetti insanabili, non ultimo l’ipocrisia. La storia è animata dalle difficoltà destabilizzanti che incontra per integrarsi nel mondo degli adulti, un adolescente che non ha alcuna intenzione di perdere il suo sguardo innocente sulla realtà. E Holden Caulfield fin dalle prime battute emerge dal testo in modo da sentirlo vicino, quasi anticipando sulla pagina le tre dimensioni del cinema di oggi. Ma non è solo per tutte queste ragioni che vorrei ringraziare J. D. Salinger, quanto per il gusto della lettura che, a suo tempo, mi riconsegnò una traccia di fiducia.

sabato 23 gennaio 2010

“Il nastro bianco” di Michael Haneke, e il silenzio degli universi perdenti.


Sono convinta che sia possibile e importante parlare di politica anche indirettamente, ed è quello che vorrei fare in questo caso. Il sole caldo di stamani, senza nuvole in agguato e compromessi con il grigio, rende più difficile commentare il bellissimo film che ho visto ieri sera. A quel film, infatti, si confà la notte piena di ombre e sussurri o di paure trattenute nelle pieghe più segrete dell’anima. Molti spettatori ne sono usciti con la faccia delusa e rancorosa; al termine ho anche scambiato qualche commento con amici incontrati per caso, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Forse bisognerebbe raccomandare, nelle brevi recensioni critiche di un film, di sceglierlo in base ai propri sentimenti del momento. A questo film, per esempio, si confanno il silenzio di parole e la tristezza e io, ieri sera, ero da sola ed ero triste; questa coincidenza, forse, mi ha reso quasi naturale rompere la barriera invisibile che sempre si erge tra lo spettatore e lo spettacolo, per entrare dentro la storia, nel 1913, alla vigilia della prima guerra mondiale, in un piccolo paese del nord della Germania; e per vestirmi anch’io di quegli abiti scuri, punitivi e larghi avvolti su corpi bambini o sulla magrezza esasperata e goffa di quelli adolescenti. E poi camminare, anch’io, con i loro piccoli passi incerti e timorosi, prendere da un ripostiglio buio la ferula con la quale sarò brutalmente frustata per un marachella da niente, per una parola di troppo, per uno sguardo impudente; subire con loro, sequenza dopo sequenza, la crudeltà di un amore genitoriale malato e sgranare gli occhi pieni di domande sul perché dell’esistenza senza riceverne alcuna risposta, da nessuno. Bianco e nero, come nel migliori film di Ingmar Bergman, e paesaggi innevati e solitari, bellissimi e gelidi, cornice impietosa delle miserie umane, dei segreti indicibili fatti di violenza riposta tra le pareti discrete della casa, dietro le porte chiuse, tra le trine candide e leggere cucite attorno alle cune e al loro prezioso tesoro di piccoli bambini prigionieri delle proprie fasce e i mobili pesanti, imponenti e scuri, indizio ingannevole di sicurezza e di solidità degli affetti. I merletti delle donne compaiono spesso e la telecamera si sofferma su di loro e li evidenzia, o su mani ancora bambine che li tessono con la testa china sul petto, e altre ne lascia immaginare, di fanciulle e di donne che scrivono la propria rabbia su pagine di stoffa o di pizzo, con il filo e l’ago, con l’uncinetto o il chiacchierino o il tombolo, lasciando uscire dalle dita la propria silenziosa e vana protesta, la voce di un universo femminile perdente al quale neanche il lamento è più concesso, ma solo la muta rassegnazione. Il film, infatti, ci accompagna per mano all’interno degli universi perdenti di chi non ha parola: i bambini, i disabili (c’è un personaggio dismorfico e balbettante in un proprio gergo incomprensibile che quasi sempre viene chiamato dal narratore fuori campo “il bambino ritardato”), le donne prima che diventino troppo adulte e quindi si facciano complici dei propri aguzzini nella sopraffazione di altri più deboli; in questo caso i figli. Lo sguardo impietoso del regista si sofferma sulla genesi delle future figure di nazisti mentre ancora essi stessi sono vittime di un’educazione improntata alla gerarchia e all’obbedienza assoluta che lega anche i genitori, carnefici e vittime insieme; consenzienti; complici della figura del Barone, signore del luogo al punto da sostituirsi al prete per rivolgere un sermone-minaccia agli attoniti fedeli raccolti per la funzione domenicale. Il Barone, il Pastore, il Medico, l’Intendente determinano le regole di convivenza di una comunità chiusa e gerarchica che finisce per diventare, e noi spettatori lo pensiamo senza avere il coraggio di dircelo, la spietata rappresentazione di qualcosa di più universale della gestazione dell’esperienza nazista e che, in qualche modo, ancora ci riguarda.

venerdì 15 gennaio 2010

La musica di Orfeo


Sull'onda delle note di Antonella, è approdato nei miei ricordi il mito di Orfeo. Un antico cantautore della Tracia, che con la sua musica straordinaria poteva ammansire le belve più feroci e addirittura muovere le montagne. Dunque sembrerebbe che tramite il suo canto e le corde della sua lira potesse entrare in sintonia con gli elementi della natura. Al solito le versioni del mito sono varie ma tutte sembrano convergere sul nucleo centrale della storia: la meravigliosa musica di Orfeo non solo mette d’accordo tutti gli esseri viventi, minerali compresi, ma riesce anche a dialogare e persuadere le forze ultraterrene nonché ad aprirsi un varco attraverso l’inconoscibile mistero della morte. Difatti Orfeo incanta nientemeno che Caronte e Cerbero, poi tramite Persefone, convince Ade, il dio degli Inferi, a restituire alla vita la bella Euridice, precocemente defunta. Si sa che Ade porrà una condizione: Orfeo deve precedere la sua amata lungo tutto il percorso fino alle porte dell’Averno senza mai voltarsi verso di lei. Ma quando ormai sembra avercela fatta il valente cantautore non può fare a meno di voltarsi…
Il mito sembra volerci suggerire che la buona musica ispirata (di qualunque genere sia), oltre che metterci in sintonia con il mondo, può superare anche il muro invalicabile della morte, degli inferi, forse anche di quell'inferno che spesso gli uomini creano per i loro simili e per se stessi convivendo su questo bel pianeta. Però attenzione, conclude il mito, la musica da sola può molto, ma non risolve tutto se non viene sostenuta dalla volontà di raggiungere uno scopo e di rispettare fino in fondo un patto condiviso.

lunedì 11 gennaio 2010

Identità, differenza, democrazia.


In questi giorni sono particolarmente in evidenza le questioni legate alla discriminazione culturale: Rosarno, nella sua drammaticità, ma anche il funereo decreto Gelmini sugli alunni stranieri o, su un piano diverso, la vicenda del calciatore Balotelli. Riflettendo su questi ultimi avvenimenti in relazione a convivenza, conflitto e democrazia, appare chiaro come l’idea di politica non possa esaurirsi nella dimensione istituzionale, anche se importante; né, tanto meno, debba essere compito esclusivo dei raggruppamenti partitici, anche se possono e debbono svolgere un ruolo significativo. La politica, infatti, è anche insita nelle pratiche della società civile, nell’esercitare il confronto mediando il conflitto oppure nell’esasperarlo; nel cercare gli elementi trasversali alla comune condizione dell’essere uomini, sia pure facendo i conti con le differenze, oppure nel sottolineare la propria distanza. La patria, sono convinta, non si definisce come il suolo (che calpestiamo) recintato da precisi confini, ma come la cornice delle pratiche comunitarie che ci fanno sentire o meno fratelli, capaci di piangere per il dolore di un altro che sentiamo simile al proprio o di condividerne la gioia. Per questo voglio ricordare una storia che mi è sempre piaciuta e che inizia dieci anni fa, nel 1999; una anno che si inseriva, come qualcuno ricorderà, in una fase particolarmente dura nella dolorosa vicenda dei rapporti tra israeliani e palestinesi. E’ una storia che riguarda la politica, ma anche un’altra dimensione: la musica. Amo la musica, molto. Credo che abbia un potere immenso su di noi, scioccamente sottovalutato. Elena Cheah è una violoncellista e ha scritto il libro che sto terminando di leggere (“Insieme” è il suo semplicissimo titolo), nel quale racconta un’esperienza straordinaria, quella della “West-Eastern Divan orchestra”, attraverso la voce dei co-protagonisti. Un’orchestra formata da musicisti diversi gli uni dagli altri, diffidenti e ostili perché cresciuti nel pregiudizio reciproco; giovani (dai 14 ai 25 anni) provenienti da Israele, Siria, Palestina, Giordania, Egitto, Libano. L’orchestra venne fondata dal pianista e direttore Daniel Barenboim (di origine e cultura ebraica) e dallo scrittore palestinese Edward W. Said che si erano incontrati in un hotel londinese e avevano discusso di tutto, ma in particolare di politica, di territori, di identità e differenza, di musica e dell’intreccio tra tutte queste cose.

"Fondata” è una parola grossa: si dette intanto forma a un insieme che doveva perfezionarsi per fondarsi davvero come orchestra in grado di suonare in pubblico: occorreva lavorare faticosamente (ma con il privilegio di una guida musicale straordinaria). Unica condizione posta ai giovani musicisti che ne volevano far parte era quella di aderire a due principi: 1) che il conflitto Israeliano-Palestinese non dovesse essere gestito militarmente 2) che la terra contesa, chiamata dagli uni Palestina e dagli altri Israele (o Grande Israele) fosse considerata come terra di due popoli.

Si studiava musica, ma anche si partecipava ai seminari sui libri di Said discutendone le idee. All’orchestra venne messo un nome ripreso dal titolo di una raccolta di liriche (“Il divano occidentale-orientale”) di Goethe centrate sull’idea dell’altro e ispirate dallo studio e dall’amore per la poesia persiana e per la cultura islamica. La sfida consisteva nel creare una sorta di microcosmo o cittadella ideale, quasi un modello generato in laboratorio, per dimostrare che si può scoprire la comune appartenenza anche utilizzando altri linguaggi, diversi dalle parole quando queste risultano logorate; per esempio la musica. Così come fanno i bambini che anche se sono di origine, cultura e persino lingua diversa, convivono subito, se lasciati liberi, e s’intendono alla meglio per giocare, ma proprio in questo modo imparano a conoscersi, ad apprezzarsi e persino a parlare la lingua dell’altro (cara ministra Gelmini) meglio di quanto si possa fare a scuola. Mi piace terminare con le parole di Baremboim:

“Edward Said ed io credevamo nell’opportunità di lasciare che le voci contrastanti si esprimessero simultaneamente. (...) Questa nostra idea traeva spunto dal principio del contrappunto musicale, dove una voce di accompagnamento che agisce in maniera sovversiva può giungere ad arricchire una melodia, anziché impoverirla. A tutt’oggi non cerchiamo di ridurre o ammorbidire le differenze presenti fra i vari membri dell’orchestra: facciamo l’esatto contrario. E confrontando le differenze cerchiamo di comprendere gli uni le ragioni degli altri” (Daniel Baremboim, Introduzione a “Insieme” di Elena Cheah)