domenica 31 maggio 2009

A santità der caimano


Inserisco questa antica favola che si è tramandata in dialetto romanesco. Ho cercato di modificare alcuni arcaismi e spero che sia quindi comprensibile a tutti.
Inutile dire che ogni eventuale riferimento a fatti o personaggi dei nostri giorni è da ritenersi puramente casuale.




C’era un tempo er soprano d’un pantano
capoccia de ricchezze, de minchioni,
coccoveline e rettilevisioni,
annominato cavajer caimano.

A cche me vale mò sto bben de DDio,
barbotta in d’una notte de calore,
si ppe moje, vassalli e (pporco zzio!)
pe quarche sudditaccio traditore

nun me posso pijà soddisfazione
de dà corpaccio ar desiderio mio:
du carezzucce, un pizzicotto… Io
che der pantan sò l’unico padrone!

In fonno ste veline zuccarine,
coccobbonite, zoccolette ardite
sbaveno pei favori der caimano
che ccià ppiù umanità d’un omo umano.

Dice so ccerto che Domineddio
bbenedirà le mia bbone intenzione:
me chiameranno “papi”, sissignore!,
come li san vicari der creatore.


Enrico Meloni (maggio 2009)

sabato 30 maggio 2009

Viaggiare in treno tra i propri simili (si fa per dire).

video

Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, soprattutto da sola; leggo, oppure socchiudo gli occhi; o, ancora, osservo gli altri viaggiatori scoprendo analogie con certi prototipi di umanità che costellavano i luoghi della mia infanzia. Amerei, poi, alternare di tanto in tanto la lettura, l’appisolarsi e l’osservazione socio-relazionale anche con il guardare fuori dal finestrino, come facevo una volta (non molto tempo fa) quando ancora i vetri delle carrozze venivano lavati; prima che per risparmiare sul personale addetto alle pulizie si eliminassero, nei treni non a lunga percorrenza, i quattro quinti (più o meno) dei bagni.
Viaggio su un treno definito “ad alta velocità” e quasi cullata dal ticchettio discreto di un signore che scrive su un piccolo portatile, mi immergo nella lettura. L’incanto, però, dura pochissimo perché dopo una manciata di minuti sobbalzo per l’annuncio di benvenuto enfatizzato dal volume e dalla prosodia prescelta; al quale segue la comunicazione, sempre enfatica, di certe caratteristiche del treno, che sollecita uno sguardo d’intesa con un paio di altri viaggiatori. Poi viene comunicato anche che in prima classe sarà offerto uno spuntino insieme a un quotidiano, mentre quelli della seconda possono recarsi alla carrozza-bar; si glissa sul giornale.
Faccio qualche battuta a voce alta per saggiare il terreno e gli altri sorridono. Quindi il treno si ferma senza un annuncio, né un sospiro o un rantolo. Quasi trenta minuti di sosta e nessuna spiegazione né segno di presenza di personale al quale poter chiedere; quando finalmente si riparte ci vengono presentate via altoparlante, ma questa volta senza enfasi, le scuse per il disagio. Mi accorgo che mentre nei precedenti annunci eravamo definiti “clienti”, in quelli di scuse per il disagio siamo degradati a semplici “viaggiatori”. Come dire che è il viaggiare che si espone per definizione a certi rischi, ai quali non va incontro chi decide, saggiamente, di restarsene a casa; dunque la colpa del disagio, alla fin fine, non è di TRENITALIA, ma del viaggiatore. Provo a stimolare i miei simili sulle conseguenze della privatizzazione con un’altra battuta, tesa a sottolineare come la situazione sia grottesca; nella speranza che qualcuno, magari, pensi alle conseguenze di una simile logica non solo rispetto ai treni, ma anche a quanto concerne l'ambito della salute o della formazione. Così, scandisco a voce alta, ma sorridendo: “Non ho potuto acquistare il biglietto e mi scuso con trenitalia per il disagio”. Aspetto che qualcuno annuisca e magari sorrida di nuovo, ma mi guardano imbarazzati e uno di loro, solerte, mi consiglia di cercare subito il controllore.

Stazione di Bologna, attesa dell’altro treno, stessa solfa: il ritardo è imprecisato come le sue cause, ma aumenta di 10 minuti alla volta fino a raggiungere la spaventosa entìtà di quasi due ore. Comincio a scambiare sms con altre persone che sono già su quel treno e con le quali dovrei proseguire il viaggio: le spiegazioni e i tempi del ritardo non coincidono minimamente. Finalmente salgo, con un certo sollievo: ma è rotto il condizionamento e il caldo è ancora più impietoso dato che i finestrini non si possono aprire; mentre i bagni sono guasti, cioè privi di acqua, dunque ingolfati e maleodoranti. Il treno, inoltre, non parte e si resta immobili, ignari, e in attesa per diverso tempo.
Nessun annuncio, ora, impedisce di leggere, di appisolarsi o di guardarsi intorno. Io non lo faccio, però, ma mi concentro nella conversazione con le persone che ho raggiunto e resto nel loro scompartimento invece di guadagnare il posto prenotato: non voglio stare da sola a vedere dipinta, nei volti dei miei simili, la consueta rassegnazione che ha permesso che tutto questo - e molto altro - fosse possibile.

giovedì 21 maggio 2009

Scrivere su carta virtuale: una reversibilità che può essere liberatoria.


L’immagine di Isotta che scrive a Tristano, una delle più note di Aubrey Bearsdley, mi ha sempre suscitato una sorta di commozione. E’ distante e vicina nello stesso tempo. Ci si immagina che il raccolto scrivere di questa donna, avvolta dai suoi lunghi neri capelli, avvenga nella notte, anche se nessun indizio grafico ce lo dice. Si percepisce la solitudine e un ponte gettato a colmarla, fatto di parole su carta. E' una solitudine amica, non ostile, che permette di pensare e di esprimere ciò che si sente in maniera diversa - e a volte anche più intensa - rispetto al dialogo delle voci.

Ho inviato moltissime lettere in passato, agli amici lontani, ma anche alle persone vicine, comprese quelle di quotidiana frequentazione. Ciò che veniva scritto aveva il segno dell’irreversibilità. Si distaccava da chi scriveva per essere fatto oggetto di possesso da chi riceveva la lettera e non era modificabile né tanto meno eliminabile da parte dell’autore. Il paradosso di quella scrittura era proprio questo: cioè che pur nascendo come forma di comunicazione poteva appartenere solo all’uno o all’altro degli interlocutori, a chi scriveva o a chi leggeva: insomma, a una persona alla volta.

Mi sono iscritta a Facebook dopo tanto pensare critico in proposito che però ha sempre controbilanciato la mia curiosità. Temevo una sorta di invadenza degli altri e una più pesante irreversibilità delle azioni di scrittura. Poi mi sono detta che anche per criticare un luogo di relazioni o un percorso occorre sperimentarlo.




E' buffo: il piano scrittorio inclinato sfiorato dalle mani di Isotta sembra quasi un portatile...












Sono solo tre giorni di frequentazione molto frammentata di Facebook, impiegata soprattutto a cercare di scoprirne gli aspetti tecnici, ma anche a strutturare il mio spazio come cornice relazionale e a proposito di questa seconda qualche problema si è già presentato: per esempio come fare con chi, amico, si propone con un simbolo politico anziché con un’immagine personale. Tra le due categorie (vetuste) di destra e sinistra mi colloco in una delle due piuttosto che nell'altra ed è la stessa della maggior parte dei miei amici; ma non mi riconosco in alcuna formazione organizzata. La piccola incertezza relazionale dettata dalla foto del profilo di una richiesta di amicizia mi ha costretto a pensare: alle categorie di cui sopra (“destra” e “sinistra”) per esempio; ma anche alla responsabilità di ciò che viene scritto su carta virtuale, cioè condivisa e non più possesso solo dell’uno o dell’altro. Nel caso specifico ho risolto inserendo nel mio profilo una specificazione (che all’inizio avevo deciso di non mettere) sul mio orientamento politico e la mia non appartenenza a organizzazioni strutturate. Il tutto nel segno della reversibilità, cioè nella dimensione del possibile.

giovedì 7 maggio 2009

"Son le tue orme la via"...



Pochi giorni fa sono andato a fare un'escursione sulle Apuane, fino al Rifugio Rossi (1.600 m) e oltre, ai piedi del versante nord della parete dall'eloquente nome "(U)Omo morto" (nella foto) e base di ascensione verso Pania della Croce e Pizzo delle Saette...
Guardando le tracce lasciate sulla neve, mi è venuta in mente la poesia di Antonio Machado sul Viandante e in particolare il verso ripreso da Francisco Varela: "Son le tue orme la via".

La poesia, da quanto mi risulta, inizia così: "Viandante, son le tue orme/ la via, nient'altro./Viandante, non sei su una via,/la via la fai tu avanzando..."

In effetti, l'impressione era quella. O meglio, c'erano orme lasciate da altri, ed era più confortevole seguirle. Seguendole, le "confermavo", le calcavo maggiormente per altri eventuali viandanti. Ma le opzioni erano diverse, e in ogni caso, per avanzare in modo "sicuro" quando il terreno è nascosto, una mappa non è sufficiente... In alcune zone in pendenza la neve si stava già staccando dal terreno, per il caldo; in altre, nascondeva buche (del resto, quell'area è anche nota per avere una zona carsica).

La montagna, le ascese, le discese e le deviazioni a cui la montagna costringe, le zone d'ombra e quelle aperte, l'insieme di tutte queste cose mi sembra come una metafora tangibile dell'essere viandanti, costretti in qualche modo a trovare cadenze nel passo e nel respiro, tra la possibilità di spaziare con lo sguardo su panorami immensi e di doverlo chinare sulle piccole pietre che possono fare da inciampo. In ogni caso, raggiunti certi crinali, si ha - da soli o in compagnia - la sensazione di un tempo più dilatato, di una possibilità e di un'esigenza di sostare più a lungo sulla relazione con i propri pensieri e quelli degli altri.