sabato 27 dicembre 2008

Compagni di lavoro, compagni di vita




Lo so che la foto dei miei gatti è già apparsa sul blog e sono anche consapevole di nutrire un interesse forse eccessivo nei confronti del mondo degli animali-non-uomini e del nostro rapporto con loro. Ma le foto che sto commentando raccontano un momento di tenerezza particolare che mi fa piacere condividere.
Stamani c’è finalmente il tepore consolante di un sole quasi primaverile e devo tenere l’avvolgibile abbassato, mentre scrivo al computer, per non esserne abbagliata. Ho aperto la porta finestra perché i gatti potessero uscire in terrazzo, ma questa volta, dopo un breve giretto, sono tornati sul mio tavolo a condividere (come accade quasi sempre quando siamo soli in casa) il mio lavoro. Lei è posata sugli appunti e devo continuamente sollevare o spostare la coda. Lui è al di là del coperchio del computer, ma ogni tanto si affaccia a guardare. Sono molto diversi anche in questo starmi vicino; per esempio, lei rispetta la tastiera e non ci passa mai sopra; lui, invece, quando si sposta ci cammina rozzamente ignorando i rimproveri e si mostra sdegnato se dal computer emerge un qualche piccolo suono. Come si può credere davvero che i gatti si affezionino alla casa, ma non agli abitanti della stessa? Ho molti esempi (anche personali) di gatti traslocati insieme ai relativi bipedi e posso testimoniare che non hanno subito traumi significativi. Noi neghiamo spesso che gli animali possano provare affetti (al massimo attribuiamo loro la capacità di vivere emozioni primitive e fugaci) e forse ci serve per non sentirci in colpa in relazione al male che facciamo loro (come gruppo e al di là del comportamento di ogni singola persona).
Vengono in mente i famosi esperimenti di Harlow (affettivamente crudeli, fra l’altro, ed esecrabili dal punto di vista etico) con i macachi Rhesus. Com’è noto aveva tolto alcuni cuccioli alle madri e li aveva chiusi in gabbie singole con due macache-pupazzo: una metallica e con la testa di legno, ma fornita di biberon (attaccato all’altezza di un capezzolo) dal quale suggere il latte, e una morbida, calda e pelosa, ma priva di biberon. I cuccioli si avvicinavano sveltamente alla madre-biberon per mangiare, ma se ne allontanavano appena finito per correre dalla madre morbida e calda e trascorrere moltissime ore (oltre 15) abbracciati a lei.



Harlow interpretò l’esperienza come dimostrazione del primato del bisogno di sicurezza rispetto all’istintualità della fame. A me piace pensare, però, che si tratti invece di bisogno di affetti. Del resto, che valore avrebbe, anche per un cucciolo d’uomo, il cibo, senza l’abbraccio avvolgente di chi lo offre e l’odore del suo corpo caldo?

domenica 14 dicembre 2008

Tetti di metropoli



Anche sopra tetti di metropoli
può scorgerti un abbraccio di natura
e sei figlio libero del cosmo
senza steccati di stupidità.

Il cielo sotto nuvole stanotte
quando vi lascerò spuma addensata
che copri e scopri luce scimitarra
- miracolo usuale - scorri e tocchi
puntacchi luciformi densi fiochi.

Dolce rimpianto non aver compreso
asfittico nel mio soffio di tempo
o forse il mio percorso s’è disteso
più intenso e penetrante
nel percepire il mondo, il suo segreto.

Non sfugge questa nuvola distante
m’immergo vecchia amica di bambino
forse ho sfiorato tetti di sapere
stanotte risciacquandomi ignorante.

Enrico Meloni (novembre 2008)

giovedì 11 dicembre 2008

I quattro elementi



Qualche settimana fa sono stato, per la prima volta, in Sicilia.

Ero lì per un convegno su Empedocle, quello che su tutti i manuali è ricordato come il filosofo dei quattro elementi: il "fisico pluralista" che pone alla base di tutto acqua, aria, terra e fuoco, spiegando però la genesi delle forme e i mutamenti in base all'azione dei due princìpi di Amicizia e Contesa.

Ho potuto visitare la Valle dei templi di Agrigento quando il sole prossimo al tramonto stava arrossando le poche nubi, prima bianchissime: dal parapetto che guarda al mare lungo la discesa che porta dal tempio della Concordia a quello di Eracle, ho avuto l'impressione strana e suggestiva di afferrare - a proposito di Empedocle e della sua visione - qualcosa che mi era sempre sfuggito (qualcosa che nessun libro poteva restituire).

Guardando il mare, e prima del mare i campi dissodati, il contrasto del marrone e del verde dei prati, e poi guardando all'orizzonte le nubi rese rossastre dal tramonto imminente, e sentendo tutto attorno a me per una fortunata coincidenza un vento deciso, mi sono ritrovato per qualche istante letteralmente immerso nei quattro elementi: l'acqua del Mediterraneo a perdita l'occhio, la terra, il fuoco delle nuvole trasfigurate dal sole rossastro, e l'aria in movimento attorno.

Ecco, forse è l'esempio di come i luoghi e l'esperire del corpo possano essere veicolo di un'emozione e di una comprensione anche intellettuale. Forse studiare Empedocle passeggiando nella Valle dei Templi è davvero una cosa diversa dallo studiarlo in una biblioteca.

sabato 6 dicembre 2008

Un paese meno straziato


Il titolo e i contenuti dell’ultimo post di Antonella “Spaesamento”, hanno evocato sensazioni, frammenti di quell’atavica angoscia che ci coglie in odore di malattia e morte, specie quando questi eventi vengono spogliati della loro naturalezza e (al contrario di quanto accade o, meglio, accadeva, nelle società più arcaiche) assimilati a vergogna, internamento, perdita della dignità... Purtroppo in una logica “positivistica”, apparentemente punitiva, si priva il malato della sua umanità, abbassandolo al livello di una macchina, che per essere aggiustata ha solo bisogno di un bravo meccanico che sappia individuare il pezzo che non funziona, e che lo ripari o lo sostituisca.
Non mi dilungo su questi aspetti che in parte sono già stati affrontati in precedenti post, per passare alle altre considerazioni accese dallo “Spaesamento”.

Due poeti.

Ungaretti conclude una nota poesia (San Martino del Carso) scritta durante la Grande Guerra, con i versi “É il mio cuore / il paese più straziato”.
Dunque anche il cuore è un paese, un luogo che può essere ben coltivato, saggiamente governato oppure abbandonato o distrutto. Ed effettivamente lo spaesamento provocato in genere da cause esterne, si manifesta ed agisce nella nostra interiorità. Allora, una volta vissuta l’esperienza di angoscia e dolore che accompagna malattia e morte, resi dunque più sensibili a questo tipo di sofferenza, perché non contribuire ad eliminare le cause negative che dal di fuori aggrediscono la pace delle nostre anime, straziando il nostro cuore-paese? …
E’ quanto ci propone il Leopardi del pessimismo eroico, immortalato nella “Ginestra”. Perché gli uomini non smettono di attaccarsi senza motivo, negli aspetti grandi, importanti della vita, su vasta scala come nella guerra, ma anche nelle piccole cose della quotidianità? Riuscendo a compiere questo passo fondamentale, cesserebbero conflitti di ogni genere, e tutte le energie potrebbero essere destinate a combattere quell'eterna battaglia che non conosce pause, contro le calamità naturali e le malattie. Forse, in una dimensione dove tutti aiutano tutti (senza forzature o accanimenti) la malattia, sarebbe vissuta con più serenità, come un’esperienza rischiosa, come un viaggio spartano in un paese remoto, dal quale non si ha la garanzia di poter ritornare, ma sostenuti dalla solidarietà del prossimo, senza perdere la dignità, senza vergogna, sensi di colpa, paure di negligenze o malasanità.

lunedì 1 dicembre 2008

Spaesamento


Porto ancora negli occhi gli squarci drammatici di cielo e nuvole dietro le statue alte e lontane di San Giovanni mentre sono avvolta dagli odori dell’ospedale e dalle voci querule o dolenti; le voci di quanti si aggirano per i corridoi in cerca di una spiegazione o di una parola di speranza inseguendo, mani e sguardi tesi, il camice svolazzante di qualche medico dal passo frettoloso. L’anticamera con i monitor impietosi, la seconda anticamera, il camice verde, la mascherina, la cuffia, i copriscarpe, la purificazione igienica delle mani e poi il letto, i tubi, le cannule, le garze, la forma del corpo sotto le lenzuola, il volto tumefatto e il mio sguardo che si posa sul piccolo schermo dove scorrono linee sinuose o spezzate che non so decifrare; il mio sguardo perso che interroga le cose e che infine si autocensura, mentre mi concentro sul respiro che sembra solo di sonno e penso le parole che vorrei ancora sentire, facendo risuonare dentro la sua voce afona degli ultimi tempi, le battute, le piccole risate condivise o le confidenze. Ci sono altre otto persone che dormono questo sonno strano e accanto a ognuna qualcuno, vestito di verde, che attende e spia un guizzo, una piccola vibrazione, un segno del risveglio che non sai se ci sarà. Sembra un’enorme incubatrice rotonda e calda. Pensi che lei tiene gli occhi chiusi e non vede, ma che potrebbe percepire, come all’alba della vita, segnali più arcaici di presenza dell’altro; gli odori, per esempio, e riconoscere quelli delle persone care. Pensi che potrebbe sentire anche il sospiro o il sussurro o avvertire il lieve timido sfiorare della mano sull’omero. E sospiri, e sussurri qualcosa, e le sfiori lievemente l’omero con la punta delle dita. Pensi che se ne sa ancora troppo poco. Pensi alla superbia di certe prognosi senza neanche un piccolo “forse”. Pensi al tuo coma di tanti anni prima e al buio che lo circonda. Pensi che la medicina è ancora troppo (per lo più) intrisa di un’idea di cura (del tutto congrua con i tempi non puoi non dirti) intesa solo come assistenza tecnica e non come sollecitudine per la persona. Non interessa l’esperienza di vita che la malattia rappresenta e tanto meno, poi, ciò che riguarda l’attraversamento della possibilità della non guarigione: tutto questo, la scienza, lo relega in un altrove; insieme allo spaesamento e alla paura e a tutto ciò che riguarda emozioni e affetti di fronte alla malattia o alla morte.

lunedì 17 novembre 2008

Vedere, non vedere


Ieri mi aggiravo in un mercatino di antiquariato di quelli che offrono oggetti accessibili anche per tasche meno fornite. Non ci vado per comprare, anche se qualche volta mi capita, soprattutto in relazione a piccoli cose: una penna, una tazzina, al massimo una lampada. Mi piace, invece, carezzare gli oggetti con lo sguardo o posarvi la mano; è come se sentissi il senso delle cose perdute e il mio sguardo carezzevole dotasse per qualche secondo di vita ciò che appartiene – cose e persone – al passato. Vecchie cartoline e foto sono quanto, di solito, mi attrae di più. E poi le macchine da scrivere, gli orologi da panciotto, i servizi di spazzole e pettini che le signore e signorine tenevano nella loro specchiera, le borsette da sera o i giocattoli di una volta. E’ un po’ come prendere confidenza con la perdita, o con la morte; e attraversarle per poi sentirsi ancora più in grado di apprezzare le cose buone del mondo e soprattutto quelle che non hanno un valore in termini di denaro: come un sole primaverile capace di sorprenderti in un autunno piovoso che è già quasi inverno.
Sempre ieri, in un secondo momento, mi è capitato di discutere di come alcune persone tendano più di altre a non voler vedere i lati negativi, o inquietanti, o struggenti di quanto le circonda. Si potrebbe quasi dire che questo è un discrimine che separa in due grandi schiere gli esseri umani; ma anche una variabile che a seconda del grado con il quale si presenta ci rende differenti gli uni dagli altri definendo le diverse personalità di ciascuno. Niente a che fare con ottimismo o pessimismo, credo; è piuttosto l’abitudine alla censura, l'accettarla e l'utilizzarla come una sorta di difesa. Così, per abitudine, si è finito negli ultimi decenni per censurare gradualmente la tristezza, il dolore e persino la morte. I bambini, ormai, crescono lontani dai luoghi che ce ne ricordano l’esistenza e non solo i cimiteri, ma persino gli ospedali sono loro interdetti. Ci si stordisce in qualche modo e li si stordisce, rendendoli fragili e dipendenti da un’idea di felicità ad ogni costo e intesa come condizione permanente; rendendoli incapaci di comprendere il nodo inestricabile che tiene insieme felicità e tristezza, vuoto e pieno, solitudine e relazionalità; perfetti, dunque, per quella fatica di Sisifo alla quale ci si sottopone: il consumo sfrenato anche di ciò di cui non avremmo bisogno, credendo, così, di colmare un vuoto che non sappiamo attraversare. Del resto è già iniziato il rito di compra-vendita che precede, snaturandola, l'imminente ricorrenza natalizia.

martedì 11 novembre 2008

Un nuovo familismo amorale


"Le basi morali di una società arretrata" è il titolo del testo che Edward Banfield pubblicò nel 1958, dopo un’analisi sul campo sufficientemente lunga. Egli, infatti, si stabilì per un certo periodo di tempo a Chiaromonte, paesino della Lucania (nel testo ribattezzato come “Montegrano”) connotato da povertà e arretratezza estreme. L’antropologo americano notò come a Chiaromonte-Montegrano ci si garantisse la sopravvivenza ragionando solo in termini di “famiglia” e senza coltivare alcun senso della cosa pubblica e del bene comune. Da allora, l’espressione che egli aveva coniato per descrivere tali dinamiche socio-antropologiche (“familismo amorale”) ha assunto significati diversi ed è ancor oggi utilizzata per definire ogni situazione nella quale il bene della propria famiglia si faccia pretesto per giustificare ogni comportamento lesivo nei confronti di chi non appartenga ad essa.

Parentopoli non è che una delle possibili espressioni di questo tratto distintivo dell’italianità; dell’italianità tutta, non di questa o quella categoria di persone. In campo sanitario, nel mondo dello spettacolo, dell’arte, in quello della politica, della cultura e dello stesso giornalismo, i comportamenti tesi a trasmettere titoli e mestieri alla propria discendenza sono sotto gli occhi di tutti.
Anche l’università, certo, ne è stata inquinata, soprattutto in determinati contesti geografici circoscritti e ormai identificati da alcuni anni. L’università non è un’isola felice e non è neanche, quella che conosciamo, la migliore possibile. Però reputo un insopportabile strumento di discriminazione quello del generalizzare. Ci sono, qui come in altri contesti professionali, alcuni fannulloni e altri corrotti, ma non sono la maggioranza.
La generalizzazione (sono TUTTI fannulloni, sono TUTTI corrotti) avallata spesso dalla stampa e in generale dai media, serve – per quanto riguarda l’Università - per creare uno stigma sociale che renda possibile, con il consenso dei più, ridurre al silenzio uno dei luoghi nei quali si potrebbe ancora costruire e offrire cultura e, dunque, incoraggiare il libero pensiero e la capacità critica.

venerdì 7 novembre 2008

Nel cuore del mondo



Percorrendo verso il centro vie della periferia romana, la mia attenzione è stata catturata da nuovi santuari del mercato, che sono sbocciati negli ultimi tempi, in luoghi dove fino a poco fa c’era un ampio slargo, un prato, il nulla. Ho pensato che dalle piazze, dalle sacrestie e dagli oratori, dalle sezioni di partito, dalle case del popolo, dalle osterie, dai bar, la partecipazione, i “piccoli-grandi-fuochi” della società sono migrati verso outlet, megastore e centri commerciali, dove si consuma quotidianamente il rituale degli acquisti, che in alcune circostanze (feste, promozioni, saldi…) potrebbe ricordare l’immensa folla che si ammassa alla Mecca in occasione dei pellegrinaggi annuali: resse oceaniche che periodicamente causano la morte di decine o centinaia di persone per schiacciamento o soffocamento.
La similitudine non è poi un’iperbole troppo azzardata se si pensa a quanto è accaduto pochi giorni fa a Roma in occasione dell’apertura di un nuovo centro Trony. I prezzi stracciati hanno fatto radunare una folla di migliaia di persone fin dalle prime ore del mattino: ressa, spintoni, botte, vetrate infrante, feriti, ambulanze, persone colte da malore per raggiungere prima degli altri il cimelio tecnologico, la “pietra nera” occidentale, quasi a costo zero.

Non è raro che di fronte alle anomalie del nostro tempo, ma anche per vicissitudini interiori, possa capitare che ti senti un frammento dissonate e isolato. Ti attraversa un’onda di sconforto che ti sospinge nella periferia più desolata dell’universo e dell’ anima. Quando poi cerchi di riprendere contatto con l’esterno magari leggendo notizie, guardando un Tg o semplicemente lasciando scorrere i pensieri, allora può succedere che si accenda una riflessione, una paura, un dubbio, una suggestione che vuoi condividere. E sulla tastiera del pc, quando le idee acquistano una forma, grazie a qualcuno che ti leggerà, hai almeno l’illusione di essere nel cuore del mondo.

giovedì 6 novembre 2008

l'esorcista nello spogliatoio

Sulla Gazzetta dello Sport del 4 novembre, a pagina 21, si legge che una squadra di serie B, il Modena, attualmente ultima in classifica, ha invitato un sacerdote a benedire, prima della partita, il proprio spogliatoio (per allontanare negatività) e quello dell'arbitro (per evitare che succedano altri errori arbitrali)...
In tanti portano amuleti e aggeggi portafortuna e mi sembra che faccia parte del nostro essere animali simbolici il fatto che associamo a certi oggetti o luoghi o gesti un significato speciale, un'aura quasi magica, un influsso positivo su di noi... Ma quella notizia mi ha colpito in modo particolare, forse per come la 'solennità' di un gesto codificato in un registro 'serio' quale la benedizione venga facilmente trasferita in una cornice diversa e tutto sommato - mi pare - profana, come quella dello stadio e del mondo del calcio professionistico contemporaneo.

la routine invisibile di un parlamento

Ascoltando la radio in auto e cambiando a caso le frequenze, può capitare che uno si intrattenga su trasmissioni che normalmente non andrebbe a cercare.
Oggi, attorno alle 18, Radio Radicale trasmetteva i lavori parlamentari sulla conversione di un decreto relativo alla giustizia, che comprende tra l'altro le disposizioni sui beni confiscati alla malavita. Più di una volta le parti si sono rinfacciate il fatto di votare anche per gli assenti.
Il tono di rimproveri, rivendicazioni e ripicche non era molto diverso da quello di certi bambini in vena di capricci. E in ogni caso, implicitamente e qualche volta anche esplicitamente, si dava per scontato che questa pratica scorretta e illegale è esistita ed esiste, che tanto lo fanno tutti, che "voi l'avete fatto l'altra volta", che "è meglio tornare a discutere delle questioni così importanti che stiamo discutendo", anziché fermarsi su questi dettagli relativi alla forma...
In realtà non c'era neanche discussione: tutta la cornice e la prassi consolidata sembra costruita per impedire un ascolto reale tra le parti. Quante volte, invisibilmente, succede questo? Non sarebbe necessario iniziare a interrogarsi sulle forme di governo e trovare un nome che ci consenta di distinguere quello che accade dalla definizione che daremmo di "democrazia"?

mercoledì 5 novembre 2008

Venti oscurantisti e nuove speranze



Guardo scorrere sul video, mio malgrado un po' commossa, gli sguardi lucidi di chi ascolta Obama parlare di una nuova speranza, di una nuova storia, di una nuova alba. Prima ci sono state le parole del candidato sconfitto, l'onestà rara dell'ammettere di avere perso una battaglia, e la disponibilità al dialogo costruttivo espressa nell'invito, rivolto ai propri elettori, a congratularsi con il vincitore.
Una grande lezione, in questo clima oscurantista che ci sovrasta.

martedì 4 novembre 2008

Chi li ha visti?


Ieri sera al telefono avevo proposto a Bruno di tornare a spaziare nel blog su varie tematiche, insomma di non parlare soltanto di politica. Ma si può tacere su quanto è avvenuto ieri notte a seguito di un filmato trasmesso da Chi l’ha visto?
Nel sito di Repubblica si legge:

“Irruzione alla Rai, minacce ai giornalisti di Chi l'ha visto?
Gli ultrà di destra puntano l'indice contro la trasmissione di Rai3 che ieri sera ha mostrato un filmano inedito dell'aggressione a un gruppo di giovani in piazza Navona, mercoledì scorso.
(…) Una trentina di ultrà di destra (…) ieri notte hanno scavalcato i cancelli della sede di via Teulada, lanciando uova marce contro le pareti. Sono fuggiti prima che arrivasse la Polizia, ma stamane, telefonate di rivendicazione e minaccia (…) sono giunte alla redazione di Chi l'ha visto?. Per i volti di quegli aggressori del Blocco Studentesco mostrati durante la trasmissione, gli estremisti hanno promesso ai redattori pesanti ritorsioni."

Fa riflettere quello che si vede nel filmato. Individui aggrediscono inermi manifestanti ragazzini con calci e cinghiate sferrate con una certa competenza, a volto scoperto, come se la violenza fosse una regola e non un reato, oppure come fossero bravacci garantiti dal potente di turno.
Finora avevo soltanto sentito parlare dei retroscena dello scontro di piazza Navona. Nel sito di Repubblica avevo visto alcune foto al riguardo, che però non mi erano sembrate troppo convincenti. Quindi mantenevo il beneficio del dubbio, e poiché non seguo la nota trasmissione Rai, avrei continuato a dubitare, se questi personaggi non avessero fatto l’irruzione notturna e le telefonate minatorie, con l’effetto di moltiplicare la diffusione delle notizie e delle immagini che volevano censurate.

lunedì 3 novembre 2008

Il dubbio


Mio padre era un uomo – come si diceva una volta – di saldi principi. Era credente. Era convinto che esistessero un Bene e un Male, più o meno assoluti.
Mio padre era anche un uomo intelligente e un uomo di cultura. Non mi ha insegnato quali fossero il Bene e il Male, ma, forse facendo violenza a se stesso, mi ha spinto a usare intelligenza e cultura per comprendere autonomamente dove si annidasse il bene e dove il male. Mi ha spinto, in un certo senso, verso il dubbio.
Non so se sono mai stato, o se sarò mai, un uomo migliore di mio padre. Questa è l’aspirazione, più o meno segreta, di tutti i figli (e spesso il desiderio segreto e inconfessato dei loro padri). So però che, in qualche modo, ho imparato a usare il dubbio come strumento: come strumento, paradossale, di acquisizione di certezze.
Quelle che seguono sono alcune di queste certezze.
Sono certo che lo scopo dell’esistenza degli esseri umani non sia quello di sopraffare i propri simili.
Sono certo che vivere di paranoia nei confronti degli altri sia peggio che morire.
Sono certo dell’esistenza della bellezza nella natura e nelle creazioni dell’uomo chiamate pittura, scultura, musica, teatro, letteratura, poesia.
Sono certo che bene e male siano ripartiti in varie combinazioni all’interno di ciascuno di noi.
Sono certo che sapere sia meglio che non sapere.
Sono certo, infine, che per avere un proprio punto di vista sia necessario conoscere più di un punto di vista.

sabato 1 novembre 2008

Il dovere di ribellarsi...


… dovrebbe essere previsto da ogni società democratica come diritto costituzionale, secondo quanto scrive Moni Ovadia su "l’Unità" di oggi. Difficile non essere d’accordo con lui su questo punto e sulle affermazioni che seguono:
“Quelli che oggi lottano per difendere la scuola pubblica, sono la parte più viva, più coraggiosa e più lungimirante del nostro paese.
Contro di loro si sono mobilitati tutti i media del padrone d’Italia mettendo mano a tutto il repertorio della retorica reazionaria che va dall’insulto al disprezzo, alla demagogia, all’alluvione dei peggiori luoghi comuni, con il nuovo condimento della reiterazione sistematica del falso, per farlo apparire vero.”

Impossibile non confrontare le parole di Ovadia con alcune ‘perle’ che chiunque può trovare sul sito di Forza Italia (www.forzaitalia.it/notizie/arc_14096.htm) e che riporto alla lettera:

“I maestri modulari (tre ogni due classi) sono stati introdotti per ragioni sindacali e di welfare (ossia per dare occupazione a giovani laureati), oltre che in omaggio ad una pedagogia del doppio o triplo ‘punto di vista’ da proporre ai bambini (così che possano crescere nel dubbio…).”

“Autorità, nel senso etimologico, indica qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base richiede la disciplina.”

“Le famiglie potranno scegliere liberamente se lasciare i figli a scuola 24 o 27 o anche 40 ore alla settimana. Perché opporsi alla libertà di scelta? E’ davvero necessario che tutti siano obbligati per legge ad inviare i figli a farsi indottrinare anche di pomeriggio, anche quando le scuole sono dominate da ideologie ‘progressiste’ che nei fatti fanno progredire solo l’ignoranza?”

La Zona


Quando esiste una fascia di popolazione che vive nell’agio e un’altra, più numerosa, spalmata in una sacca di indigenza dalla quale è quasi impossibile evadere, sembra inevitabile lo scatenarsi di una lotta senza quartiere. E’ quanto emerge dalle scene del film messicano La Zona di Rodrigo Plà.
La Zona, quartiere benestante di Città del Messico, è situato vicino ad una favela, dove pullulano miseria e degrado. Per questo gli altolocati sono circondati da un muro invalicabile e da filo spinato. Ogni angolo è video-sorvegliato e controllato senza sosta. Per di più il quartiere gode di una sorta di statuto speciale, che consente agli abitanti una certa libertà d’azione per difendere la loro proprietà dai diseredati. Ma tale autonomia non è sufficiente ad avere la licenza di uccidere, e così si corromperanno le forze dell’ordine, che vengono presentate piuttosto assenti e tutt’altro che integerrime. In questo scenario da stato d’assedio - senza Sato – si compiono vicende inquietanti il cui epilogo colpisce come un pugno allo stomaco.
Anche nel nostro paese si fa sempre più ampia la forbice del divario sociale. Il problema della sicurezza non si può risolvere senza che lo Stato si occupi di frenare questa tendenza, con provvedimenti seri e durevoli nel tempo, anche nell’interesse dei più abbienti, che altrimenti devono investire buona parte del loro patrimonio per difendersi dall’assalto della miseria, peraltro con esiti incerti... Le disparità sociali esasperate possono precipitarci ancora di più in un mondo instabile, insicuro, senza garanzie per nessuno. Inoltre la “necessità” di tenere tutto sotto controllo, limiterà decisamente la libertà di ogni cittadino (agiato o indigente che sia), e ciascuno degli altri diverrà sospettabile e barbaramente perseguibile.

giovedì 30 ottobre 2008

Rivoluzioni e catastrofi

È uscito da poco il Living Planet Report 2008 (scaricabile dal sito www.panda.org).
È l’ennesimo documento sui temi ambientali che, da indagine, diventa appello e avviso di imminenti catastrofi.
Una volta si parlava di “rivoluzione”: Marx ritenne che il modo di produzione capitalistico sarebbe fallito per una collisione tra capitale e lavoro e, quindi, per una rivoluzione guidata dall’intenzione degli uomini: la sua profezia di emancipazione era legata a una filosofia della storia e, in quei termini, è ormai sfumata.
Però, mi capita di pensare sempre più spesso che forse il grande cambiamento, il collasso del modo di produzione esistente, arriverà dalle catastrofi tanto annunciate… le rivoluzioni forse seguiranno, e altre terribili guerre (le guerre dell’acqua…)… O “siamo ancora in tempo” a cambiare? Cambiare cosa? Quanta fiducia si può riporre nelle intenzioni, nelle (buone) intenzioni, nel fatto che gli uomini possano immaginare e agire insieme? Ma, mi chiedo, perché sul piano individuale e su quello sociale si deve rasentare la catastrofe per vedere le cose o per agire in modo radicalmente diverso? O questa mia impressione è sbagliata?

mercoledì 29 ottobre 2008

Musica, calcio e tagli alla spesa pubblica



25 ottobre, Cagliari. La stagione concertistica del teatro lirico si inaugura offrendo la rara rappresentazione, sia pure in forma di concerto, de “Il castello del duca Barbablù” di Béla Bartok. Un’opera che non è un’opera nel senso tradizionale del termine; e lo dico amando le opere (nel senso tradizionale del termine). Non ha quasi trama, infatti, se non quella, esilissima, di un dialogo a due che si apre, in un’unica scena al volgere verso il finale, a fantasmi di figure che non sai se siano vive o morte, reali della crudezza della carne o reali dell’impalpabilità del sogno e dell’immaginazione. E’ una tessitura inafferrabile di contrappassi coloristici; nella cupezza di un’atmosfera statica, dell’eterno presente che contraddistingue la temporalità psichica.
Simbolica in ogni sua scena (e rossa di sangue o bianca e gelida di neve) all’interno di una cornice che è silenzio e tensione o immenso frastuono di fanfare, cupo pauroso annuncio di violenza e distruzione.
Mi guardo intorno, prima dell’inizio, mentre gli strumenti accordano ognuno nella propria solitudine il suono; e poi di nuovo, al momento dell’applauso. Una città diversa e dunque sono curiosa di osservare i volti e l’espressione degli spettatori, di vedere se sono tanti o pochi, se hanno apprezzato o meno; tanto più in questo caso poiché si tratta di un lavoro complesso e non troppo valorizzato – dunque poco noto – e perciò poco proposto al pubblico. In circostanze come questa e quando a teatro lo spettacolo mi è piaciuto, penso subito che è un peccato che siamo in pochi a goderne (e che non si faccia alcuna politica culturale seria né formativa rivolta a tutti, indipendentemente dall’età o dal censo) proprio qui, nel paese dell’arte, del teatro e della musica.
Stasera penso, invece, che forse nemmeno questi pochi – e dunque nemmeno io – in un futuro abbastanza prossimo, potremo continuare a goderne; penso ai tagli impietosi rispetto allo spettacolo di qualità e per contrappeso a quell’immane fabbrica di denaro che è il calcio; alle partite che non sai mai se siano truccate (e una come me, diventata intollerante al proposito, lo pensa ormai sempre, anche senza prove e dunque sbagliando); e penso, ancora, al calciatore che può guadagnare cifre astronomiche (un calciatore del calibro di Totti, ad esempio, può prendere anche 5 milioni di Euro l'anno) e a come si potrebbero investire quelle stesse cifre, sempre nell'ambito dello spettacolo, restituendo almeno un po’ al mondo ciò che il mondo ha reso possibile ad alcuni – musicisti, artisti, scrittori e poeti – creare.
Una partita di calcio riempie la testa di pensieri e sentimenti a molti: c’è l’attesa, l’identificazione con la squadra (la “mia” squadra), il durante e il dopo. Impossibile lasciare spazio ad altre riflessioni. Gioia e dolore, attesa o rabbia ne scaturiscono e distolgono da tutto il resto.
Una musica, invece, o una rappresentazione teatrale, ti permettono un viaggio dentro, all’interno, e fuori; e dunque ti arricchiscono e fortificano; ti fanno vivere tutte le possibili fragilità, ma nello stesso tempo, avendotele fatte attraversare, ti rendono capace di una comprensione più alta. Un lusso raro, che, temo, sarà sempre più difficile concederci.

Parola d'onore


Grazie a tutti per i commenti. Aggiungo soltanto che poiché l’esempio viene dall’alto, da un ipervincente, forse molti si sentono e si sentiranno incoraggiati a dire e smentire bellamente, come se fosse la cosa più normale. Forse alcuni (penso ai più giovani) lo faranno addirittura inconsapevolmente, senza malizia. Se l’atavico valore della “parola”, della stretta di mano che aveva il peso di un contratto indelebile, decade vertiginosamente o non esiste già più come valore condiviso, le relazioni tra persone, organismi, nazioni, saranno migliori? Chi se ne gioverà?...
Dopo gli ultimi sondaggi che vedono in forte calo i consensi al governo, senza che l’opposizione abbia fatto dei passi avanti, qualcuno ha detto che la pancia dell’Italia ribolle di rabbia. Probabilmente, in questo fluido marasma, la rabbia è anche generata da un vuoto di punti di riferimento certi, da una decisa difficoltà ad affidarsi. Il bisogno inestinguibile di fiducia, in un tempo di forti cambiamenti esterni, globali, può essere alimentato (forse soltanto) dall’onestà e dalla coerenza negli uomini, siano singoli o raggruppati in ogni sorta di associazione.

venerdì 24 ottobre 2008

Le parole sono importanti?

Ieri il premier ha affermato che avrebbe fatto intervenire la polizia per stroncare le occupazioni degli studenti, che protestano contro la ormai famigerata legge 133. Affermazione che in un momento così complesso non contribuisce a rasserenare gli animi, e infatti non ha trovato accoglienza favorevole neppure all'interno della sua coalizione.
Ma non sono tanto le sue parole di ieri ad essere sconcertanti. Oggi a Pechino smentisce (forse per non essere assimilato al totalitarismo cinese): "Polizia negli atenei? Mai detto. Sono i giornali che, come al solito, travisano la realtà". Delle due l’una: colui che ci governa soffre di una severa amnesia, oppure è convinto, a ragione, che la maggioranza degli Italiani si lascia manipolare in modo così assurdo. Se fosse vera la seconda ipotesi, avrebbe senso parlare di democrazia nel senso tradizionale del termine?...

lunedì 20 ottobre 2008

I gatti che guardano le stelle.




Le piazze di questa piccola città di nuovo gremite di giovani e meno giovani; il comune disagio legato a un’epoca, triste, di esaltazione dei tecnicismi, dell’efficienza, della rapidità, del consumo di cose e allo stesso modo di affetti. Non ancora ben definito, quest’insieme di persone che esprimono la propria inquietudine si muove tra vecchio e nuovo; alla ricerca di un volto diverso, ma attraversando la tentazione dei facili slogans, delle espressioni trite e abituali tese a demarcare confini.
Occorre anche imparare a guardare e ad ascoltare perché ciò che sta nascendo trovi una propria, speciale e autonoma collocazione. Questo è ciò che dovremmo saper fare noi che abbiamo vissuto altre proteste, nelle stesse piazze, in anni diversi. Guardare, ascoltare, portare una specificità di parole, ma senza sovrapporre la propria visione, sia pure carica di esperienza e memoria, a quella di chi, più giovane, tenta di tracciare un proprio percorso di autonomia.
Ho sempre invidiato i gatti che guardano le stelle.

lunedì 13 ottobre 2008

Eppur si muove


I due decreti-legge 137/08 (Gelmini)e 133/08 (Brunetta) sono stati accuratamente preceduti e poi accompagnati da una campagna di demonizzazione dei lavoratori nel settore pubblico, marchiati tutti come 'fannulloni'. Tra questi, gli insegnanti, 'pagati troppo', 'incompetenti' e 'assenteisti', e i docenti universitari, 'che lavorano solo tre ore a settimana'.
La mossa era necessaria per poter giustificare una quantità di tagli della spesa pubblica senza precedenti, almeno quanto a rapidità. Non essendo, infatti, sufficiente ammantare la riforma di principi psudopedagogici, teorizzando il ritorno ai voti, al grembiule e al maestro unico, ci si è assicurati l'indignazione popolare.
Il gioco sembrava riuscito, al punto che molti dipendenti pubblici hanno iniziato a sentirsi in colpa di non essere precari. Al punto che molti insegnanti hanno iniziato a pensare che la scuola funzioni davvero meglio tagliando personale e risorse. Al punto che molti studenti hanno rinunciato alla protesta, perché si tratta di una perdita di tempo: meglio chinare il capo sui libri e infischiarsene di quanto succede intorno.
Eppure qualcosa, nonostante tutto, si sta muovendo, sebbene nel più completo silenzio di stampa e televisione. In tutta Italia si stanno mobilitando insegnanti e studenti di ogni ordine di scuola. Alcune università, tra cui Pisa, Firenze e Milano, sono state occupate.
I conduttori non lo dicono. La stampa sonnecchia.
Eppur si muove.

domenica 12 ottobre 2008

Scrivere in rete

Se per “rete” intendiamo la multidiramazione simultanea dei messaggi che rompe i limiti spazio-temporali vedo bene le opportunità; i rischi sono legati, invece, al fatto che in rete si scrive in un certo senso proprio “senza rete” (intesa in riferimento al mondo dei trapezisti). Perché non ci si conosce e dunque si possono facilmente proiettare sull’altro, di cui magari ignoriamo persino il volto, attese e paure che appartengono a noi. E l’altro, naturalmente, ci ricambia con la stessa moneta.
E’ buffo, non sono una pessimista, anzi; e non lo è neanche Bruno che conosco indipendentemente dal blog. Direi che siamo accomunati dal difetto opposto. Tuttavia ciò che scrive Carlo mi ha spinto a leggere con occhi diversi gli interventi di tutti e la coloritura emozionale del blog nel suo insieme; ha ragione, ci può essere una ricezione diversa dalle nostre (in questo “nostre” includo anche Enrico) intenzioni comunicative. Forse abbiamo usato il blog, senza volerlo né saperlo, per dare sfogo alle nostre parti più disperate e permettere alle altre, a quelle di segno opposto, di continuare a esprimersi altrove. L’intervento di Bruno sulla meritocrazia, per esempio, è scritto da una persona che si batte da sempre e in tutti i modi nei quali gli è possibile perché le cose vadano diversamente rispetto ai terreni clientelari e nepotistici che (specialmente nel nostro paese) hanno una significativa tradizione e diffusione; una persona che,dunque, crede possibile anche che si possa incrinare il destino. Tuttavia, io intendo bene lo scritto anche perché conosco la persona.
Come rimediare allora?
Cercando di ponderare le parole quando si scrive, certo; ma questo cozza quasi sempre con la necessità di essere brevi, che non rinnego, e che tuttavia, proprio in questo momento, sto forse già infrangendo. Occorre, dunque, un preciso impegno riflessivo, almeno da parte di chi concorre come autore, alla lettura attenta dell’altro e soprattutto al non avere remore né nel chiedere chiarimenti, né, tanto meno, nel criticare. E infine bisognerebbe non prendere troppo male le critiche, viverle come una specie di stimolo e elaborare l'innegabile frustrazione di non sentirsi capiti o spalleggiati. Non dobbiamo mica essere cloni l’uno dell’altro!
Dico la verità, il nome del blog, forse, potremmo cambiarlo. “Schegge” suona, indipendentemente dalle intenzioni, un po’ aggressivo; fa pensare a forzature e a ferite; “postume”, poi, è forse ciò che, sempre indipendentemente dalle intenzioni, alimenta il senso del non più sperare... Meglio qualcosa di vivo, legato al qui e ora.
Forse il nome stesso dovrebbe veicolare un messaggio in positivo, riferito a un’attesa, a una speranza e anche alla possibilità di dialogare pur mantenendo, ciascuno di noi, il diritto alla propria diversità.
Proporrei una sorta di consultazione interna, fatta per e-mail, sul nome del blog, se non ci siete troppo affezionati. Naturalmente lasciando inalterato ciò che finora abbiamo scritto.

Meta-blog

Riflessioni sul blog tratte da uno scambio di mail con Carlo

[CARLO]
secondo me il blog così com'è frustra ogni buona intenzione: c'è un pessimismo apocalittico che veramente respinge il passante casuale. Non vi chiedo di cambiare direzione, ma sono convinto che non se ne possa più di questa tristezza (già la vita ha i suoi problemi).Stavo per rispondere a Bruno quando diceva che in Italia non c'è mai stata meritocrazia. Mah, non so... io penso che sia un problema, se c'è, di questi ultimi anni. Il fascismo, che era quel che era, faceva insegnare (purché non si occupassero di politica) gente come Caccioppoli, Fermi, Maiorana, almeno fino al '38, cioè fino alle leggi razziali (il povero Maiorana sparì proprio allora) ed anche nel dopoguerra la nostra università era tra le migliori del mondo, pur nella ristrettezza di mezzi (Natta, che poi vinse il Nobel, non aveva neanche una pressa sufficientemente potente in istituto).E', e mi duole dirlo, la generazione dei nostri padri che in qualche caso (non generalizzo per carità) si è "seduta" e ci ha detto che anche da "seduti" qualcuno si sarebbe accorto di quanto valevamo. Tanti di noi hanno capito che è una balla, per far qualcosa ci vuole lavoro, e si sono regolati di conseguenza. Altri si attardano nel vittimismo (…), e nel frattempo abbiamo uno tra i peggiori governi possibili, ma ce l'abbiamo forse per la pochezza nell'esprimere le nostre idee, per la nostra rassegnazione. Scusa lo sfogo, ma mi correva l'obbligo di parlartene per amicizia.

[ENRICO]
(…) può darsi che tu abbia ragione... cerco di entrare nel tuo punto di vista, anche se non è un'operazione semplice.
Di sicuro c'è un comune denominatore, e volendo si potrebbe ripartire da qui:
abbiamo uno tra i peggiori governi possibili.
Penso che avresti fatto bene a rispondere al post di Bruno; in fondo il blog potrebbe essere una sorta di piccolissimo parlamento dove si possono serenamente esprimere idee contrastanti, purché entro i limiti dell' "arco costituzionale", ovvero del rispetto reciproco.


[CARLO]
(...) il blog può avere due funzioni principali:

1. Diffondere delle idee

2. Stimolare un dibattito

Per essere schematici, se c'è troppo dell' 1, cioè ci sono troppeidee o magari troppo "difficili" da metabolizzare (perché per esempio molto pessimiste o semplicemente molto"indiscutibili") è difficile creare un dibattito, perché, francamente, non si sa cosa rispondere. Se però c'è troppo dibattito, finiscono per mancare le idee di fondo, ognuno difende ciecamente il proprio punto di vista, ma alla fine non si sa più di cosa si stava parlando all'inizio. Ci vuole un equilibrio tra le due componenti, non facile da raggiungere. (…)


[ENRICO]
Sono d'accordo sull'analisi relativa alle funzioni che può avere un blog. Aggiungerei che dovrebbe anche essere un'attività piacevole, oltre che utile, visto che la si fa anche per diletto, senza scopi di lucro. Ma a quanto pare è più difficile del previsto armonizzare persone che si conoscono soltanto tramite qualche scritto telematico, nonostante siano tutte dotate di cultura e intelligenza quanto meno al di sopra della media. Penso che (ma forse l'ho già detto) la comunicazione via internet sia soggetta spesso a fraintendimenti e che a volte si finisca per attribuire agli interlocutori pregi o demeriti non sempre del tutto aderenti alla realtà. E' un fatto fisiologico.
Riguardo alle responsabilità che hanno portato al governo questa bella squadra, temo che al momento la più potente fonte educativa per i giovani sia la televisione... Famiglia e scuola pubblica non se la passano tanto bene. Quest'ultima è debolissima e spende le sue povere energie per mantenersi in vita, dissanguata com'è da pesanti tagli e da massicci cortocircuiti burocratici (non è vittimismo purtroppo...).
Non per questo dobbiamo arrenderci...
(...)
il pessimismo nel blog forse nasce anche dal fatto che lo abbiano considerato come uno "sfogatoio", dove inserire indignazione e sgomento che nascono da avvenimenti o situazioni che ci sembrano intollerabili, pericolose, ingiuste. Pensavo che il blog avesse anche la funzione di uno spazio dove esprimere riflessioni e sentimenti (purtroppo negativi) che altrimenti resterebbero inespressi. Naturalmente questo aspetto non impedisce che si possa parlare di altro, cioè di cose allegre o di qualsiasi situazione che possa accendere qualche speranza e alimentare (un moderato?) ottimismo.

[CARLO]
(…) infatti, è bene esprimersi, e lo sfogatoio va anche bene. Quel che manca a volte è la comunicazione, posso parlare come davanti allo specchio, e tante cose della mia esperienza posso darle per scontate, perché l'immagine riflessa nello specchio le conosce, poi però è difficile che chi si affaccia per caso voglia partecipare, semplicemente perché il mio stato d'animo non è stato comunicato sufficientemente. Ecco, il tuo ultimo post, che apprezzo, è un tentativo di comunicazione, perché la poesia, nel bene o nel male, esprime di più, è, al di là delle apparenze, più immediata (credo che se tu dovessi per assurdo tradurre in prosa i tuoi marci orologi in marcia, cercando di spiegare le implicazioni di ogni parola, ci vorrebbero tre o quattro pagine, e sarebbe probabilmente un esercizio sterile, perché il messaggio resterebbe perso nella prosa esplicativa).
Da queste parole ti rendi conto che penso che la comunicazione via Internet sia problematica, specie se si basa solo sullo scritto, senza aiuti, come gli emoticons, che ti fanno rendere conto (anche se in modo schematico) di quali siano i veri sentimenti dello scrivente. Io tendo ad essere, di persona, abbastanza ironico, ma questo su Internet porta, non conoscendosi di persona, a conseguenze alle volte indesiderate. Quindi mi astengo e specifico mille volte se scherzo, sono serio, ecc. Tuttavia, non bisogna demordere, il livello intellettuale di Schegge postume è alto, nondimeno molto su Internet preme per una comunicazione veloce e un po' superficiale: così è presumibile che non ci saranno folle di interventi, ma non credo sia un problema. Forse basta che ognuno esprima la propria idea, nel rispetto reciproco e con un occasionale scambio di opinioni.

giovedì 9 ottobre 2008

Marci orologi in marcia













Otto minuti spuri
trottano nella rotta rottamata…

Si rideva, compatrioti
quasi alleggeriti
da gravità sataniche
quasi assuefatti, lobotomizzati
all’imperante ipocrisia dei tempi.

A Roma Romeno ubriaco
trancia le gambe a nonna marcescente…
Solerte truppa acciuffa
tre vucumprà in baruffa…
Camerunense ruba
tiramisù e babbà
stroncato a botte pettiraccampà…

Era l’eco gigione d’un tiggì
un fuggi fuggi a tranci di notizie:

…Nella cadenza guercia
marci orologi in marcia...


Enrico Meloni (settembre 2008)

martedì 7 ottobre 2008

Una piccola valanga...


…ha scosso alla fine di settembre le pacifiche valli dell'Alto Adige.

I fatti. Intorno alla metà dello scorso settembre la Società Latemar Carezza S.r.l. è ormai pronta ad avviare i lavori per la realizzazione del progetto di un nuovo impianto sciistico alle pendici del monte Catinaccio (Latemar). Per fare posto all’impianto dovrà essere aperto uno squarcio colossale nel cuore di uno dei più bei paesaggi delle Dolomiti, invadendo un’area già destinata a essere inclusa nel Patrimonio naturale mondiale UNESCO. L’impianto, inoltre, dovrà essere dotato di 170 cannoni da neve, a loro volta alimentati da un bacino artificiale di 100.000 metri cubi, che verrà scavato nelle vicinanze.
Il progetto risulta in aperta violazione delle norme in vigore nella provincia di Bolzano, che vietano la realizzazione di nuovi impianti sciistici, ma la Società Latemar tenta di aggirare la normativa affermando che il progetto costituisce solo un “allargamento” di un impianto esistente.

La valanga. Il 23 settembre viene indetta una petizione on-line (sul sito http://www.firmiamo.it/procatinaccio) per protestare contro il progetto. Appena una settimana dopo, il 30 settembre, nel corso di una movimentata seduta del Consiglio Provinciale di Bolzano, il gruppo dei Verdi presenta una mozione contraria all’avvio dei lavori per la nuova pista.
Nonostante l’opposizione in aula da parte di alcuni consiglieri, che ne chiedono l’inammissibilità, la mozione viene infine votata e, a sorpresa, passa con 23 voti a favore e 2 contrari (più due astenuti). Il Consiglio approva così la risoluzione finale che impegna la Giunta provinciale a non autorizzare la realizzazione del nuovo impianto.

Una piccola grande valanga, dunque, purtroppo rimasta in sordina e di fatto priva di eco sui quotidiani nazionali. Eppure, per una volta, il denaro, il potere, l’arroganza, non sono riusciti a vincere. Al loro posto hanno vinto la natura, l’umanità e, forse, anche il buon senso.

mercoledì 17 settembre 2008

Civiltà e barbarie


Nessuno, oggi, né studiosi, né politici, né giornalisti, sembra accorgersi che si sta progressivamente consumando, all’interno dei confini del mondo occidentale, i nostri stessi confini, un lacerante scontro di civiltà destinato a segnare il futuro del nostro vivere democratico.
In questo Armageddon misconosciuto si fronteggiano, infatti, le due principali concezioni moderne di civiltà. La prima, di matrice illuministica, è quella fondata sul riconoscimento della pari dignità (egalité) e della solidarietà (fraternité) tra gli esseri umani come basi necessarie perché essi possano convivere liberamente (liberté); la seconda, che trae origine dagli esordi della fase industriale, annovera tra i propri valori il profitto (cioè la non uguaglianza) e la competitività (cioè la non solidarietà), essendo le attività umane sottoposte necessariamente alle leggi di mercato (la libertà è un attributo del mercato, non dell’uomo).

Si tratta di concezioni tra loro incompatibili. La seconda sembra guadagnare sempre più terreno ed è paradossale il fatto che venga accolta con favore anche e soprattutto da chi si colloca negli strati socioeconomici più bassi della società e dunque è destinato non soltanto a non poter trarre alcun vantaggio dal mercato, ma a soccombere al potere di chi invece è in grado di sfruttarne consapevolmente i meccanismi. Ci stiamo avviando verso una civiltà che si riconosce nella disparità sociale: alcuni uomini - parafrasando Orwell - diventeranno “più umani degli altri”. Questo fenomeno rappresenta un ritorno all’antico, quando una stratificazione sociale impermeabile era ritenuta far parte dell’ordine naturale delle cose.

Lo studioso Tzvetan Teodorov in una recente intervista al quotidiano La Repubblica ha affermato che la civiltà può essere definita attraverso la capacità di riconoscere agli altri la piena appartenenza all’umanità. La barbarie, invece, consiste in un comportamento esattamente contrario. Se tali affermazioni corrispondono al vero, non manca molto all’arrivo dei barbari. Ormai si stanno avvicinando, sempre più in fretta. Alcuni di essi, anzi, hanno già valicato i nostri confini. E' semplice riconoscerli. Non dobbiamo fare altro che guardare un qualunque specchio.

domenica 22 giugno 2008

Sanità senza salute

I nuovi e pesanti tagli annunciati alle spese per la sanità pubblica rinnovano un copione già ben conosciuto.
Nel frattempo, del tutto in sordina, è stata decretata la morte del Ministero della Salute, incorporato nel nuovo Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Non si tratta soltanto di un mutamento di nome. Di fatto, la perdita di un ministro ad hoc, declassato a sottosegretario nel nuovo Ministero, significa la fine di una politica sanitaria nazionale e, dunque, l’inizio della fine per il Sistema Sanitario Nazionale, che dovrà scindersi in una nutrita serie di sistemi sanitari regionali, ognuno con un proprio livello qualitativo e quantitativo standard.
Non è difficile ipotizzare che il taglio massiccio dei fondi a livello nazionale farà sì che ogni regione dovrà sostenere la propria sanità prevalentemente con le proprie entrate. Naturalmente le regioni del Centro-Nord assorbiranno il colpo e, credo, continueranno a garantire livelli di assistenza pubblica, se non ottimali, quanto meno dignitosi. Naturalmente, da questa situazione, la sanità privata trarrà un indiscutibile vantaggio. Naturalmente, a farne le spese sarà la qualità della salute della maggior parte dei cittadini che abitano le regioni del meridione e, più in generale, le fasce più deboli: disoccupati, lavoratori a basso reddito, anziani, disabili.
Nell’ormai lontano 1978, quando si concretizzò la legge istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale, la parola d’ordine era ‘universalità’: universalità della prevenzione e della cura, cioè pari opportunità, per tutti i cittadini, di accedere alle risorse assistenziali. Un ottimo esempio di democrazia, in una delle sue forme più compiute.
Da allora, come sappiamo, l’Italia si è impoverita progressivamente, purtroppo non soltanto in senso economico. Ci siamo impoveriti di cultura, di solidarietà, di speranza. Oggi, parlare di ‘universalità’ o di ‘uguaglianza’ genera soltanto sorrisi di scherno o, peggio, sguardi pieni di sospetto. Stiamo approdando a una società di stampo neo corporativista, che rappresenta se stessa come una giungla mortale, nella quale ogni individuo deve guardarsi dall’altro e porre come valore supremo il proprio interesse e quello della ristretta casta cui appartiene.
Personalmente, continuerò a rifiutarmi di condividere la visione della società-giungla: non credo, infatti, di poter sopravvivere rinunciando alla cultura, alla solidarietà e alla speranza.

martedì 17 giugno 2008

Ritorno alla meritocrazia?

Ho sentito oggi pomeriggio un 'esperto' parlare alla radio della necessità di un ritorno alla meritocrazia in Italia.
Ho udito bene? Ritorno? Quale ritorno? E’ mai accaduto, nei bei tempi andati, che in Italia fosse realmente esistita una parvenza di meritocrazia? Che io sappia, nel nostro amato paese le persone che contano hanno sempre fatto parte della classe imprenditoriale, della classe politica e del clero e oggi, in subordine, del mondo della televisione e di quello del calcio. Lascio fuori mafia, camorra e ‘ndrangheta, delle quali non ho informazioni precise, data la loro particolare natura, per così dire, ‘privata’.
Le statistiche e gli studi di sociologia ci ricordano, però, che in Italia, fatte salve rarissime eccezioni, i figli dei medici fanno i medici, i figli degli avvocati fanno gli avvocati, i figli degli imprenditori fanno gli imprenditori, i figli dei commercianti fanno i commercianti, i figli degli idraulici fanno gli idraulici, i figli degli impiegati fanno gli impiegati, i figli degli operai fanno gli operai. Talvolta i figli delle ultime due categorie fanno i disoccupati e questa è l’unica incrinatura di un sistema granitico che si perpetua sempre uguale a se stesso, da tempo immemorabile.
Dunque, per predire il futuro di un bambino basta conoscere la classe sociale di provenienza, come ben sanno gli studiosi di psicologia sociale. Non è necessario valutare l’intelligenza, o la creatività, o le capacità di relazione. In tutto questo, dov’è il merito?
Dov’è il merito, se il figlio dell’operaio non può diventare avvocato e il figlio del medico non può diventare operaio? Dove può annidarsi il merito, se viene stritolato tra i confini serrati di un insieme di caste altrettanto chiuse di quelle indiane?
Siate gentili, gentili esperti radiofonici: parlate pure di tutte le crazie che volete. Parlate di tecnocrazia, di gerontocrazia, di familiocrazia, o anche della cara e vecchia democrazia.
Non parlate di meritocrazia. Non ce lo meritiamo.

lunedì 16 giugno 2008

Cyborg 2008

La vicenda Pistorius continua a destare accese discussioni, non limitandosi a restare relegata negli spazi mediatici dedicati allo sport (spazi che, in Italia, sono diventati il principale canale d’informazione), ma allargandosi fino a invadere gli ambiti della sociologia e dell’etica ed entrando nel più ampio dibattito sul problema naturale/artificiale.
E’ paradossale il fatto che una menomazione fisica così grave come quella dell’atleta possa trasformarsi, agli occhi di qualcuno, come un vantaggio nei confronti degli atleti ‘normali’. Forse nessuno è stato informato di ciò che è accaduto in alcune scuole toscane, dove diversi alunni in situazione di handicap sono stati accusati dai compagni di classe di essere ‘avvantaggiati’ dalla presenza dell’insegnante di sostegno (il problema, in questo caso, scaturiva dalle idee e dai messaggi degli adulti, non dalla mente dei bambini).
Pistorius sta diventando la metafora della nostra cattiva coscienza, sempre pronta a entrare in allarme ogni volta che non comprendiamo, che sentiamo vacillare le nostre certezze, che non riusciamo a far rientrare una situazione insolita nei nostri vecchi schemi. E la nostra difesa è sempre la stessa: la condanna di chi, con la sua presenza o con il suo comportamento, ha osato ledere la nostra sicurezza. Qualcuno aveva ‘dimostrato’ che le protesi di Pistorius determinavano un netto aumento delle prestazioni, perché diminuivano la fatica muscolare del 30%: questo qualcuno dovrebbe, però, spiegarmi quale unità di misura si utilizza per calcolare la fatica fisica di un atleta, perché io, pur essendo medico, non la conosco!
Non credo affatto che Pistorius rappresenti una minaccia per lo sport o per la nostra ‘umanità’: sempre più spesso facciamo finta di non accorgerci che lo sport è avvelenato dalla pratica ormai massiccia del doping e dalle somme astronomiche che muovono il settore.
Il 16 maggio il Tribunale Sportivo di Losanna ha accettato il ricorso dell’atleta, che finalmente potrà correre con i normodotati. Da parte mia, gli auguro di superare sempre meglio i propri traguardi personali e sportivi. Non penso, tuttavia, di farmi amputare le gambe per avere modo di indossare anch’io le magiche protesi. Continuerò, invece, a portare le mie vecchie protesi: un paio di superbi e scintillanti occhiali da vista.

lunedì 9 giugno 2008

Siamo esseri umani o macchine?

Sfoglio distrattamente il giornale prima di andare a letto. Il trafiletto che attira la mia attenzione è molto piccolo; lo rileggo, incredula. A p. 15 de “La Repubblica” di oggi (ormai ieri, data l’ora) si dice che il vescovo di Viterbo avrebbe negato il matrimonio religioso a un giovane paraplegico (divenuto tale a causa di un incidente) che si è poi sposato con rito civile in un ospedale romano. Motivo: “impotenza copulativa”. La sessualità, dunque, torna a essere concepita come mera copulazione finalizzata al procreare. E io che pensavo fosse una modalità comunicativa di affetti o passione, un modo per rompere i confini psicofisici che ci dividono da un altro che amiamo! Pensavo anche che dovesse intrecciarsi con la tenerezza e con l’ironia; che gli esseri umani non sono macchine e che la sessualità ridotta a mero tecnicismo sia quanto di più frustrante si possa immaginare; che i gesti, gli sguardi, le parole e i silenzi che trascorrono tra due persone che si amano fossero in parte anche legati a uno spazio di intimità non seriale, ma unico e creativo...

mercoledì 28 maggio 2008

Sentieri di autodistruzione

Uno ha movimenti bruschi e decisi e il corpo tozzo contrasta con il timbro ancora incerto e altalenante tipico della muta vocalica; la sua è una voce quasi di bambino in un corpo di uomo. Ed è ancora un bambino quando spalanca gli occhi davanti ai seni giocattolo della ballerina di lap dance; un bambino quando impugna la sua arma e urlando, tra l’eccitato e l’incredulo, spara nel nulla della spiaggia deserta e nell’acqua del mare. Sono in due a sparare nel vuoto che vuoto non è; perché è pieno di tutto lo schifo del mondo.
L’altro è emaciato e goffo, cammina un po’ curvo, quasi incredulo di dover abitare un corpo alto come quello di un uomo fatto, ma così magro, con gambe da gru o da cicogna triste, il naso prominente e il collo esile e incerto, messo in risalto dalla rasatura crudele e impietosa dei capelli. Verrebbe da rompere l’illusione dello schermo per carezzare il suo dolore di adolescente vecchio mai stato bambino, per passare la mano su quei capelli-non capelli... Ma rimaniamo saggiamente seduti a guardarlo andare incontro al nulla e generarne l’ineluttabilità con i propri gesti, con le piccole scelte sequenziali che sembrano dettate dal caso o decise con leggerezza e sono invece un lavoro fine di cesello nel percorso dell’autodistruzione. Quest’immagine è ciò che resta più vivo nella mente a distanza di alcuni giorni dalla visione di “Gomorra”. Se la denuncia sociale e politica che muove il film ci fa fremere di orrore e rabbia, mentre nel silenzio condiviso guardiamo scorrere le immagini di qualcosa che già sapevamo, con il tempo e ripensando è lo sgomento di fronte all’insensatezza delle azioni distruttive che ci possiede. E alla mente ritorna ancora e ancora, tra tante storie intrecciate di insignificanti e seriali vite umane, l’immagine dei due giovani e della loro tenera amicizia: unico guizzo di speranza, ma breve, perchè li porta, anch’essa, alla perdizione. Insieme non diventano più forti, ma più ciechi e, dunque, vittime predestinare a creare i propri stessi carnefici.
Un altro film di questi giorni, ma non altrettanto fortunato (uno di quelli che girano poco nelle sale e permangono meno) “Jimmy della collina”, di Enrico Pau, ci propone immagini altrettanto aspre di uomini-bambini perduti nel gorgo inesorabile dell’autodistruzione, pervicaci nella propria scelta di non ritorno, irriducibili rispetto a ogni profferta di vicinanza o di aiuto, avvolti in una coltre di gelo che sembra scaldarli come un fuoco in una notte d’inverno. La raffineria che fa da cornice, reale o metaforica, a ogni sequenza del film e il tinello angusto con la vetrina colma di oggetti kitsch di poco prezzo esibiti per giocare ai ricchi non sono poi molto diversi dal carcere; il quale permette almeno l’estraniazione totale, la depersonalizzazione di chi si guarda allo specchio senza riconoscere il proprio volto e ferocemente lo infrange perché sgorghi il sangue e il dolore fisico annulli quello, tanto più terribile, che viene da dentro.
Si esce dalla sala in silenzio; e si resta muti a lungo, nel buio della notte, perché non ci sono parole per commentare l’ultima immagine sospesa e la storia interrotta che ci ricorda quanto tutti, in fondo, siamo sempre almeno un po’ responsabili anche del dolore che altri, e non noi, hanno generato.

mercoledì 14 maggio 2008

Biciclette e visioni del mondo

La bicicletta è una specie di protesi del mio corpo. Mi aiuta ad armonizzare spazi e tempi che appaiono inconciliabili e qualche volta mi serve persino per consolarmi, se sto male. Una pedalata veloce dietro l’altra e le idee si riordinano finché recupero una sorta di provvisoria e distaccata saggezza.
La più bella bici che ho avuto, rubata pochi anni fa, era leggera e tutta argentata. Mi era stata regalata in una circostanza particolare della mia vita ed era stata scelta con cura, tenendo conto della mia personalità e dei miei gusti; era anche piuttosto costosa, ma non è per questo che quando ho trovato solo la catena, miseramente spezzata a terra, mi è venuto da piangere.
Il furto di biciclette in questa piccola città è impietoso e frequente. E’ routine. Ed è agevolato dal grande senso del decoro che sembra all’apice dei pensieri e delle preoccupazioni dei suoi abitanti; o, almeno, di quelli muniti di garage, cantina, tavernetta e via dicendo.
Questo è un quartiere normale, non certo di lusso. Però è vietato mettere le bici nel sottoscala (per il decoro del palazzo). Subito fuori, d’altra parte, una scritta avverte del fatto che è vietato pure appoggiarle alla siepe che costeggia i pochi metri davanti al portone; sempre per il decoro, si suppone. E’ vietato anche legarle alla staccionata dei cortiletti e c’è scritto, questa volta, con tanto di cartelli inchiodati. Dopo aver verificato la non affidabilità dei vari lampioni e oggetti paliformi di diversa natura intorno a casa non resta che immetterle nell’ascensore e trovare loro posto sul balcone. Ecco, puntuale, l’inevitabile avviso condominiale: “E’ vietato, per il decoro del palazzo, utilizzare ascensore o scale per trasportare biciclette”. Noi siamo affittuari, dunque non legittimati a decidere in cosa consista il decoro del palazzo.
Mentre assicuro alla meglio la mia bicicletta comprata usata (decisamente meno invitante per i ladri) il parrucchiere del piano terra mi si avvicina e mi prega di non metterla in vista: le sue clienti, dato che la bici non è nuovissima, né troppo bella, potrebbero non gradire e - cito praticamente alla lettera – “il negozio ne verrebbe svalorizzato, danneggiato... molte clienti non hanno piacere di vedere una bicicletta vecchia e l’hanno proprio fatto notare...”
Con il tempo il furto di biciclette, in questa città, è cambiato nel segno, nei modi e nel simbolismo. Ora i ladri di biciclette sono organizzati nel riassemblarne i pezzi e trasformarle. Viaggiano in gruppo e su furgoni facendo “retate” nei vari quartieri con arnesi che vincono facilmente qualsiasi catena di sicurezza. Così, capita che nella stessa notte il furto si verifichi anche per gli amici, i conoscenti o i vicini della medesima zona.
Anni fa, invece, c’era un vecchio ladro che tutti conoscevano almeno di vista, chiamato appunto X (cioè il suo nome di battesimo) con l’aggiunta della specificazione “il ladro”. La mia abitazione di allora, condivisa con altre due studentesse, era vicina alla sua. Viveva in una specie di garage nel vicolo non frequentato dietro una delle strade più centrali e la domenica mattina, una volta alzata la saracinesca su una sorta di tenda svolazzante, ascoltava una vecchia radiolina a transitor abbandonato in una sdraio da mare; lo ricordo con la canottiera bianca, i calzoncini quasi ascellari, i calzini corti e le ciabattine di plastica incrociate.
Quando la tua bicicletta spariva dovevi solo descrivergliela e lui te la riportava dopo poche ore per una cifra irrisoria. Ed era proprio la tua. Però aveva simpatie e antipatie secondo un proprio codice ineffabile e a volte diceva a qualcuno che non era riuscito nell’impresa. La notte stendeva il bucato in una vicina piazza con i portici, mettendo il filo provvisorio tra una colonna e l’altra. Si spostava con un suo sgangherato piccolo Ape o con una carretta di legno abbastanza grande che una volta ci siamo fatte anche prestare per un trasloco verso una casa vicina. In molti guardavamo con una sorta di simpatia questa figura di marginale che occupava, però, proprio la parte centrale della città, quella più densa di storia e di vita.

P.S. Sono scesa tre quarti d’ora dopo aver scritto questo post. Siamo in ritardo per un concerto e ci dirigiamo verso le bici: mi hanno rubato il cestino. Salgo sopra e ci avviamo, ma per poco non finisco sotto una macchina dato che hanno tagliato i freni per liberare il cestino che vi era legato. Male alla caviglia e alla spalla nel tentativo di fermarmi senza cadere. E rabbia, tanta. La cosa in sé si rimedia, ma è la gratuità della violenza del gesto che mi ferisce.

lunedì 12 maggio 2008

Il branco

Sono stati gli altri; loro; mi sono trovato in mezzo, trascinato dalla loro decisione; sono stati loro, non io; io non l’avrei mai fatto; non mi rendevo conto; non volevo, io.
Essere branco, sentirsi branco, agire, nel branco, senza avvertire alcuna responsabilità per i propri atti. E’ un antidoto perdente alla solitudine identificata con il fallimento relazionale; ed è anche una riproduzione del paradigma di gruppalità simbiotica al quale si ispira un certo modo di sentirsi parte di una famiglia.

Ripongo il Cd che ho in mano, già aperto. Ho cambiato idea: mi piace anche il silenzio della casa e lascio che mi avvolga e mi parli delle persone come solo in loro assenza è possibile. I due gatti stamani dormono distanti l’uno dall’altro, in stanze separate. La gatta è sul divano vicino alla mia postazione di lavoro consueta; la guardo, mentre cerco di raccogliere le idee, e vedo le sue piccole zampe muoversi come se stesse sognando di correre, di afferrare una preda ambita o di fuggire da qualche straordinario pericolo; intanto emette un mugolio che può essere di paura, che si fa sempre più lamentoso e intenso, mentre le sue vibrisse tremano visibilmente. L’idea di svegliarla e liberarla dalla tensione che, sia pure in una dimensione speciale di realtà come quella dei sogni, sta vivendo, si fa strada dentro di me fino a diventare una tentazione irresistibile e che tuttavia subito ricaccio indietro, lasciando sospesa a mezz’aria anche la carezza con la quale avrei voluto rassicurarla. Non posso penetrare nel suo sogno, devo rispettare la sua solitudine come un tesoro prezioso che le permetterà, poi, di condividere anche con noi bipedi effusioni e tenerezze amorose. Seduta e immobile guardo fuori, al di là del piccolo schermo del portatile, gli alberi e poi il palazzo di fronte e i suoi numerosi appartamenti. Una metodica osservazione, in un rosario di ore come questa, tanto più pigre quanto più dovrei invece lavorare con alacrità, mi permette di lasciarmi andare a un gioco di supposizioni più o meno romanzate sull’identità delle persone che da lontano, affacciate a un balcone o a una finestra, mi offrono piccoli sprazzi della loro quotidianità. Una figura di uomo si affaccia dal quarto piano e stende delle magliette ad asciugare; al piano di sopra una donna anziana libera i suoi gerani dalle foglioline avvizzite e sembra quasi dialogare, in una sorta di enorme e impenetrabile bolla di sapone, con ogni piccolo vaso dei suoi fiori colorati. All’improvviso il silenzio viene squarciato da un rumore forte che proviene dalla stanza di mio figlio e prima che torni a coprire, come una coltre discreta e protettiva, tutto quanto mi circonda, il respiro quasi si ferma. Mi alzo e mi dirigo verso la sua stanza con un piccolo brivido di attesa: il vento ha spalancato la porta-finestra e i fogli dei suoi innumerevoli disegni e appunti svolazzano e si posano confusamente qua e là, aggiungendo disordine al disordine; li raccolgo, cercando di non sbirciare più di tanto quello che contengono. Non ho bisogno di spiare la sua vita per sentirlo vicino. E’ qui, nella mia piacevole solitudine di stamani, come tutte le persone che amo.
Il nascondimento parziale di sé è un diritto inalienabile; l’unico che ci permette di accostarci all’altro e di volergli bene; perché la relazione non si identifichi con un aggrapparsi impaurito e troppo dipendente; con la mera vicinanza fisica; con il rispecchiamento reciproco assoluto che non tollera l’altrove di ciascuno o la sua assenza.
Il branco, invece, esattamente come certe tipologie familiari di tipo simbiotico, annulla la possibilità di relazioni non intrusive. Sempre visibili, sempre presenti, omologati nei comportamenti come nei gesti, mentre la psiche si restringe, si atrofizza e muore: l’altro è la propria vittima e il proprio carnefice nello stesso tempo. La reciproca visibilità totale obbligatoria è la gabbia di entrambi e la sicurezza che se ne può ricavare un’infelice prigione...
Soltanto se sappiamo essere soli, forse, si può imparare a stare insieme agli altri.

sabato 10 maggio 2008

Schegge di un vuoto fatale

Mi guardo allo specchio. Vado fiero della mia immagine ma non vedo nulla. Vedo la radice di un angolo vuoto e nulla. Ogni volta mi provoca uno sbandamento, un dolore sottile che mi accerchia e mi sorprende alle spalle. Ma è già sparito perché uno come me non ha dolori.

Mi guardo ancora perché fra un po’ devo uscire. Ma non troppo perché non sono uno di quei fighetti finocchi che vanno dall’estetista ogni due giorni. Smetto di guardarmi. Mi vesto.

Vengono a insudiciare la nostra bella e ricca città. Vogliono cacciarci e prendere il nostro posto. E trovano anche Italiani del cazzo pronti a foraggiarli. Non si può andare per il sottile. Annichilire ogni ostacolo. Punizioni esemplari.

Se nel mondo non c’è più ordine ci sarà qualcuno che riporta la giustizia. La gente appoggia quello che facciamo. I nostri valori sono giusti. Lo sanno anche loro. Chiunque non sia un viscido verme lo sa. Per cui ci appoggiano.

Fra quelli che contano qualcuno ci appoggia. Non è un caso se sono impunito sebbene indagato da oltre un anno. Libero di continuare. Senza problemi. Devo. Nessuno ha i coglioni per fermarci. Sono determinato, so quello che voglio, non ho dubbi. Affermare la nostra identità.

Il mondo è una fogna, qualcuno deve ripulirlo. Il futuro è dei giovani. Noi siamo gli eletti. Abbiamo una forza bestiale e quello che dobbiamo fare non ci pesa più di tanto. Anzi a volte riusciamo a divertirci.

E’ sera. Esco di casa come spesso succede a quest’ora. È il primo maggio. Un giorno di merda. Sferro un calcio furioso su una bottiglia di birra vuota sul selciato, residuo lercio di un maledetto negro. Giorno di merda. Però non si lavora il primo maggio e non si va a scuola. È un giorno di festa.

So che stanotte accadrà qualcosa. Già molte ne sono avvenute. Non basta mai. È l’azione che schiaccia la paura del futuro. Nell’azione siamo vivi. L’azione guarisce tutto: rapida, spietata, primordiale.

Non so ancora mentre camminiamo verso la birreria che noi stiamo per compiere quello che secoli prima, si racconta, nella nostra città avvenne fra Tebaldo e Mercuzio. Sangue. Stanotte torneranno a scontrarsi.

Stanotte i nemici non saranno ad armi pari. L’esito è segnato. Perché noi siamo un branco. Perché il mio/nostro nemico non è consapevole del suo destino. Non sa di essere nemico. (Neanche io lo so, non l’ho ancora mai visto). E non avrà il tempo di immaginare una difesa.


In ricordo di Nicola Tommasoli, ucciso perché considerato diverso.

lunedì 5 maggio 2008

I demoni di San Pietroburgo

I demoni, che si manifestano con passione e ferocia nella San Pietroburgo del XIX secolo, sono i giovani rivoluzionari che precorrono di mezzo secolo la rivoluzione bolscevica ‘ufficiale’. I demoni sono, naturalmente, anche il titolo della nota opera letteraria di Fëdor Dostoevskij. I demoni sono, infine, i fantasmi che tormentano lo scrittore russo, ormai conosciuto e acclamato, ma ancora lontano dall’aver fatto i conti con la propria storia personale.
Il bel film di Giuliano Montaldo ci mostra, in forma condensata, certo, ma indubbiamente efficace, un Dostoevskij perennemente in bilico - e ognuno di noi vi si può riconoscere - tra le spinte conflittuali della propria interiorità e la realtà contingente, origine di ulteriori conflitti.
Non sappiamo se gli attacchi che avevano iniziato a colpire lo scrittore dall’età di 16 anni fossero realmente una forma di epilessia o non, piuttosto, una reazione psichica di difesa, scatenata da situazioni intollerabili. Non sappiamo fino a che punto possano aver segnato il percorso di vita di Fëdor Michajlovič l’arresto e la condanna a morte, a 27 anni, l’esecuzione fermata solo all’ultimo istante, il lungo e interminabile periodo di lavori forzati in Siberia.
Non lo sappiamo. Tra le nostre mani resta, intatta, la grandezza delle opere che ci sono state lasciate, quando apriamo uno dei suoi libri e leggiamo le sue pagine, ogni volta identificandoci con i personaggi ai quali l'autore ha dato vita, soffrendo con loro e commuovendoci per loro.
La loro vita è, in fondo, la nostra stessa vita. Le vicende della Russia di quel tempo lontano, mutati gli elementi esteriori di costume, non sono troppo dissimili dagli accadimenti della nostra storia italiana recente.
Uno dei meriti del film di Montaldo, che vale senz’altro la visione, è anche quello di evocare una serie di elementi di riflessione sui nostri tempi, sul rapporto tra istituzioni, potere e società civile, in primo luogo, ma anche sul significato di concetti come giustizia, libertà, solidarietà.

venerdì 11 aprile 2008

Patria e bandiere

Premetto che voglio dare per scontate le questioni strutturali legate alla guerra: il mercato delle armi che porta a creare i propri stessi nemici per poterle smerciare; il mercato delle fasce e dei medicinali ecc. per riparare i corpi dei sopravvissuti (ricordate Fahrenheit 9/11 di Michael Moore?) e persino il mercato (sebbene certo assai meno lucroso, ma vale simbolicamente) delle bandiere della pace.

Quando le bandiere della pace hanno cominciato a sventolare, non avevo intenzione di accodarmi. Poi mi sono accorta che provavo una sorta di serenità nel constatare che ogni giorno aumentavano, e mi sembrava di avere in comune con gli sconosciuti abitanti di quelle case un certo sguardo di desolazione gettato sui variegati percorsi umani di insensatezza autodistruttiva. Così, parlandone, abbiamo deciso di esporne una anche noi.
Si doveva, però, lottare con il balcone stesso, perché è tutto in muratura (dunque privo di una ringhiera) e per di più tale da respingere qualsiasi tipo di chiodo. Abbiamo sperimentato i mezzi più diversi per fissarla, arrivando persino, un certo pomeriggio, a spiare con il binocolo i balconi simili al nostro – tutti abbastanza distanti - per carpirne il segreto e imitare la tecnica utilizzata. Dopo varie esperienze fallimentari ci siamo risolti per il fil di ferro, creando un complicato andirivieni di serpentine all’interno del quale fissare in qualche modo la stoffa. Ogni più leggera brezza, però, continuava a rivoltare il nostro povero drappo all’interno del balcone. Dovevamo lottare, poi, anche con uno dei due gatti, la femmina, che sembrava cominciare la sua giornata con l’unico obiettivo di tirare dentro e poi giù sia il filo di ferro che la bandiera per accovacciarvisi sopra a coprire, trionfante, un proprio acquisito nuovo spazio territoriale.
Poi, finalmente, ci siamo arresi.Un bel giorno, infatti, dal balcone di una palazzina vicina, si è vista sventolare una bandiera tricolore. Quella bandiera, unica nella strada colorata solo da bandiere della pace, esprimeva la volontà di affermare un’idea di “patria” intesa come territorio-proprietà da difendere, come suolo reso sicuro da precisi confini, anziché come contesto di storia condivisa o di solidarietà possibili.
La “patria” ridotta all’idea del suolo che calpestiamo.
Suolo, appartenenza, trincee.
Improvvisamente quel drappo tricolore dotava di un nuovo senso anche la bandiera faticosamente esposta al nostro balcone. Un senso che non mi piaceva. Non più un ponte gettato a coprire una distanza, ma un vessillo che generava, suo malgrado, aggressività e chiusura.

Non intendo certo la pace come una dimensione di assenza di lacerazioni o conflitti: si tratterebbe, in questo caso, di una sorta di territorio amorfo,indistinto, seriale e paludoso; piuttosto la identifico con la possibilità, per ciascuno, di esprimere la propria irriducibile differenza. Mi piace coniugare l’idea di pace con la capacità di attraversare i conflitti e comprenderne il senso, cercando di evitare che si traducano in percorsi distruttivi; elaborandoli (quando è possibile), ma senza negarli o aggrapparci a illusorie ricomposizioni simbiotiche; animati dalla voglia di curiosare al di là dei confini, anziché attestarci al loro interno per trarre sicurezza. Non mi piace, insomma, considerando anche che apparentemente tutti sono per l’affermazione di una condizione di pace, la retorica zuccherosa che il solo termine genera e che non permette l’autoriflessione.

Rifletto spesso, infine, sul fatto che a scuola generalmente viene insegnata la pace come un breve tragitto di congiunzione tra una guerra e l’altra. Con una inverosimile lettura delle durate temporali, tra l’altro...Le domande tipiche delle interrogazioni sono: “Dimmi le conseguenze della guerra X” o, per variare: “Dimmi le cause della guerra Y”. Si viene educati all’idea che la pace corrisponda a un luogo privo di conflitti e violenze. Con la conseguenza che ci si comporta per tutta la vita in maniera infantile, incapaci di gestire i conflitti e di elaborarne il senso. Incapaci, soprattutto, di capire che dove sembrano non esserci conflitti ci può essere, più semplicemente, uno stato di dominio che fonda anche le differenti forme di asservimento psicologico.

mercoledì 9 aprile 2008

Into the Wild

Avevo corso il rischio di non vederlo mai, per colpa di uno stupido preconcetto. Mi ero convinto - a torto, ora lo so - che la pellicola si limitasse all’esaltazione, ingenua e intrisa di ideologia, del ritorno dell’uomo alla natura incontaminata. Anche per colpa dei trailers, forse troppo centrati sulle immagini degli orizzonti a perdita d’occhio, di cui il film è pervaso.

Enrico ne aveva parlato con entusiasmo, in uno dei suoi post, ma io non mi sono lasciato convincere. Così come sono riuscito a opporre, per un po’ di tempo, una strenua resistenza anche ai tentativi della mia compagna, che ha provato di tutto pur di farmi cambiare idea.
Alla fine, ho dovuto cedere. Riluttante e recalcitrante, sono entrato in sala pronto a vendicarmi. Pregustando il piacere di una feroce stroncatura di regia, sceneggiatura, attori, dialoghi e colonna sonora.
Del film di Sean Penn.

Mi sono sbagliato.
Maledetto Sean. E’ riuscito a catturarmi. In pieno. Grazie all’intensità della storia e insieme alla delicatezza con la quale viene trattata, all’efficacia della sua forza narrativa e alla potenza visiva.
Certo, il mito della conquista degli spazi sterminati e della necessaria solitudine dell’esploratore è parte integrante dello spirito nordamericano, ma nel film resta assente ogni facile retorica, tipica di soggetti analoghi, e nella parte finale l’esperienza si ricompone, per assumere un significato nuovo per il protagonista. E per lo spettatore.

E’ possibile, lo ammetto, che io mi sia in parte identificato, a causa della mia storia passata, nel ragazzo che abbandona le sicurezze dei ritmi e degli oggetti quotidiani, forse come pretesto per allontanarsi da una famiglia che lo ha deluso profondamente. Eppure il ragazzo non è uno sprovveduto, né un’ingenuo. Ha in tasca una laurea e una sicura carriera ad Harvard. La sua meta, l’Alaska, sembra, anch’essa, non un traguardo, ma un consapevole pretesto: necessario per trovare la risposta definitiva al senso del suo lunghissimo viaggiare.

Sappiamo, noi adulti, che non esistono risposte definitive (anche se continuiamo, imperterriti, a cercarle). Questo, però, è un film che nutre la mente e arricchisce il pensiero.
Ti tengo d’occhio, Sean. Non credere di sfuggirmi, la prossima volta.

lunedì 7 aprile 2008

Count down

Una sorta di conto alla rovescia silenzioso mi accompagna, quotidianamente, negli ultimi giorni. Una sensazione di trepidazione e di attesa, leggera, sospesa, incolore. Quasi un lievissimo fruscio di fondo, che si manifesta disturbando il suono dei pensieri diurni e alterando la forma dei miei sogni notturni. No, non è un qualcosa di doloroso. Forse solo un po’ fastidioso, nella sua insistenza.

So di cosa si tratta.

Tra pochi giorni sarò il protagonista, insieme a milioni di miei consimili, di uno ‘spettacolo di arte varia’ (come direbbe Paolo Conte), quando i riflettori si accenderanno per illuminare la scena.

Sarà uno spettacolo. Sarà un rito. Sarà il trionfo di uno dei simboli più importanti della nostra democrazia.

E’ strano come io, in questi ultimi giorni, non provi più angoscia, né terrore, né disperazione. Forse dovrei. Forse dovremmo.

So cosa attendo.

Che si faccia buio in sala. Che tutti facciano silenzio. Che lo spettacolo abbia inizio.

Io, nonostante tutto, sono pronto.

Risposta a meta-blog

ROMA
Per quanto mi riguarda, si può parlare liberamente di Roma, sono anche io critico verso questa città. Forse il cambiamento che Antonella ha riscontrato, potrebbe essere l’effetto di quella mutazione antropologica, che ha fatto disperare il compianto Pasolini (che tra l’altro nella poesia “Il pianto della scavatrice” definisce Roma “Stupenda e misera città”). Vedeva svanire sotto gli occhi il “popolano” che nella sua ignoranza conservava un’atavica purezza, e che aveva un codice etico elementare, spontaneo ma affidabile e umano. Una volta persi i legami con la società tradizionale (quella contadina aveva in mente il poeta), a causa del boom economico e dell’affermarsi del consumismo, gli individui diventano pronti a tutto senza alcuna legge morale a regolare le loro azioni, senza più essere tenuti ad alcuna forma di rispetto verso il prossimo. Certo (come forse ho già detto…), qualche merito lo avrà avuto anche l’influsso della religione cattolica (ama il prossimo tuo come te stesso, non rubare, non uccidere, ecc.), nonostante tutto quello che sappiamo…

FRAINTENDIMENTI
E’ vero, tramite internet è molto facile equivocare i contenuti, le intenzioni dei nostri interlocutori. (Per inciso vorrei dire che trovo gli interventi di Antonella sempre molto garbati). Per comunicare i vari segnali extralinguistici via internet, come sapete, sono stati inventati gli “smiley”, le faccine (http://it.wikipedia.org/wiki/Smiley), che oramai saranno centinaia. Ognuno è libero di scegliere se usarli o meno e in quale misura. Forse qualcuno potrebbe non apprezzarli esteticamente ma a volte si rivelano di qualche utilità.

LUNGHEZZA POST
Sono del parere che, senza arrivare al motto di McLuhan (Il mezzo è il messaggio), dobbiamo adeguarci al mezzo telematico che ospita i nostri pensieri. Dunque direi che riguardo alla lunghezza dei post, ci convenga non superare lo spazio di una cartella.
I commenti naturalmente dovrebbero essere ancora più brevi.
Comunque per necessità espressive o per altre vicissitudini possiamo anche chiudere un occhio, al massimo avremo generato uno “scheggione”.

Meta-blog

Qualche giorno fa, rileggendo con piacere (per l’intelligenza che emanano e probabilmente anche per una condivisa sensibilità rispetto a certe tematiche) le diverse schegge, mi sarebbe venuto da commentarle praticamente tutte. Poi non l’ho fatto per paura di occupare troppo spazio. E’ anche capitato, in altri momenti, che non completassi un commento o non lo inviassi per timore di urtare, sia pure involontariamente, la sensibilità altrui.
Per esempio, leggendo il post di Nicola nel quale si parla di Roma, avrei avuto voglia di scrivere un commento su questa città vista da una persona non romana, in relazione alle trasformazioni frenetiche (e più generali) di questi ultimi anni. Mi sono messa a farlo, scrivendo quanto più o meno riporto di seguito. Ho scritto che Roma ho cominciato a frequentarla, giovanissima, per ragioni di impegno politico. Così, a Roma capitavo con una certa regolarità, anche per gli incontri nazionali di donne, ospitata da amici e amiche e muovendomi quasi sempre nel cuore della città; per lo più a piedi o, al massimo, in metropolitana. Roma mi appariva colorata, scanzonata, piena di vita, aperta e accogliente (cosmopolita, appunto), profumata. Certo non ne frequentavo le periferie, i quartieri degradati o marginalizzanti, i tram affollati (un’esperienza, quest’ultima, vissuta poche volte e di seguito accuratamente evitata); ed ero sempre in compagnia di persone affini a me, con lo sguardo rivolto alla stessa utopia. Poi, per ragioni che porterebbero fuori tema, ho cominciato a non riconoscermi più del tutto in nessuno dei gruppi che avevo frequentato e a venire a Roma sempre più raramente; in albergo (e dati i costi e la mia condizione dell’epoca, non granché e non in centro) o avanti-indietro, per lo più per una mostra, qualche volta per una manifestazione.
Ora, invece, da in po’ di anni, la frequento di nuovo: per motivi personali (ma non spesso) e in questo caso ospite e in compagnia di “autoctoni”; o per motivi di lavoro (e in questo caso in albergo, in centro, e in compagnia mista di romani e non); dunque ho diversi possibili spaccati. In queste occasioni mi capita di sentirmi estranea, non accolta, non compresa, persino. Un barista mi si è rivoltato contro, una volta, con aggressività, per l’espressione che avevo usato chiedendo dell’acqua minerale non gassata: aveva capito (o finto di capire) che la volevo di rubinetto per non pagare. Ha ribattuto con aggressività (e in romanesco) anche al mio tentativo di spiegare il fraintendimento linguistico ironizzando; ed ero in compagnia di un romano! Mi sono chiesta se stavo vivendo un’altra Roma o se la città, nel frattempo, fosse cambiata, trasfigurata quasi, diventata avida e nello stesso tempo chiusa nei confronti dei non-romani. Roma mi sembra ora, certe volte, molto diversa da quella che avevo conosciuto, seppure non da stanziale, in anni precedenti, ma non so mai quanto questa impressione si debba al rimpianto, del tutto soggettivo, dell’immagine che aveva assunto per me. Però, c’è una sorta di malinconia rassegnata nei volti delle persone; camminano un po’ tutti in un certo modo ipotonico, sollevano poco i piedi da terra...

Qui mi sono fermata. Non era più un commento: troppo lungo. E d’altra parte, all’idea di farne un post, avevo paura di urtare la sensibilità di chi in questa città ci vive (la metà dei quattro che per ora scrivono in questo blog) o di chi c’è nato e vissuto per diverso tempo: dunque, a questo punto, di tutti gli altri.
E qui, in questo essermi fermata e nel non aver pubblicato il commento al post di Nicola, stanno le considerazioni meta-blog:
Quanto può essere lungo un commento?
Come si fa a parlare di qualcosa che si conosce solo attraverso vari filtri o in maniera intermitente con chi, invece, la conosce da sempre e dal di dentro, senza urtare malamente qualche sua corda sensibile? E se accade, come si può riparare?
E poi ancora: come si fa, con la scrittura, a rimpiazzare tutte quelle facilitazioni comunicative (o evitamenti del fraintendere) che sono legate alla mimica facciale e allo sguardo, ai gesti e alla loro leggerezza o pesantezza, alla prosodia?