giovedì 10 giugno 2010

L'insidia delle parole


Un tempo mi rilassava così tanto viaggiare in treno! Mi veniva voglia di leggere, ma poi anche di sollevare gli occhi dalle pagine e guardare fuori dal finestrino; mi divertivo a immaginare, di giorno o di notte, la quotidianità celata dietro le finestre delle case in corsa o il microcosmo di relazioni quotidiane di un parco-giochi; e così pensavo anche ai fatti miei mentre cercavo di afferrare, di contro alla rapidità dello scorrere delle immagini, i colori, il verde delle foglie e l’intermittente, sconnesso vociare di mamme, nonni e bambini accompagnato, qualche volta, dall’abbaiare festoso di un cane. Mi piaceva anche, allo stesso modo, osservare i miei compagni di viaggio seduti nel ventre caldo e odoroso della carrozza; cercare di indovinare le loro vite, gli interessi, gli amori, la professione; e interpretare come segno di infelicità o di trepidante attesa la piega delle labbra, immaginare i pensieri e i sogni dietro le palpebre socchiuse nel leggero tremolare dell’assopimento. Ora, invece, viaggiatori, binari, odori e soprattutto i messaggi diffusi attraverso gli altoparlanti, diventano quasi sempre motivo di irritazione. Questi ultimi, in particolare, i messaggi che ti disturbano all’interno del treno e ai quali non tenti nemmeno di sottrarti e quelli che ti rincorrono sulle banchine e negli atrii fino alla biglietteria e poi ancora, sfumando, nello spazio antistante la stazione, sembrano metaforizzare la deriva culturale ed etica, la trasfigurazione antropologica alla quale siamo soggetti da qualche anno: trasformati da uomini e donne a consumatori; cioè “clienti” – come, appunto, ci definisce trenitalia - oppure nullità invisibili. Ciò che più mi stimola il sentimento indefinibile che provo, in bilico tra rabbia e stupore, è l’uso continuo di catene verbali contorte, allusive e indirette, nonché manierate, per definire situazioni o condizioni rispetto alle quali esistono già nella nostra lingua espressioni chiare e condivise; situazioni o condizioni che così "circumnavigate" dal punto di vista delle parole sembrano perdere carnalità per diventare qualcosa di ineffabile e che quando riguardano difficoltà o elementi negativi sembrano rovesciarsi, quasi per magia, nel loro opposto positivo. Ogni negatività, anche la più grave, viene declassata al livello di semplice “disagio” (al singolare), per il quale attraverso la voce all’altoparlante si scusano di continuo, ma senza il tono di voce consono allo scusarsi. E’ un’inezia questo disagio di cui ci scusiamo con te – ti suggeriscono tali anonime voci suadenti e allo stesso tempo sicure fino alla protervia - e se ti arrabbi mostri di essere nevrotico, ossessivo, ansioso, incapace di vivere al passo con i tempi…Perdere una coincidenza nonostante l'ampio margine calcolato dopo precedenti esperienze disastrose diventa un semplice disagio; arrivare tardi al lavoro o a un appuntamento un semplice disagio; stare fermi senza una spiegazione e senza cognizione della durata, biblica o meno, dell’inopinata stasi in aperta campagna, diventa di nuovo un semplice disagio. Niente assume aspetto di gravità, sia pure quella di un piccolo dramma quotidiano.
Oggi mi è capitato di sentire definire gli operatori ferroviari in sciopero “personale ferroviario non disponibile”. Hanno detto proprio in questo modo, alla stazione di Bologna, ho sentito bene: il treno numero così e cosà viene soppresso “per indisponibilità del personale ferroviario”! Fa un’altra impressione sentir dire così piuttosto che sentir nominare li termine “sciopero”. L’espressione sostitutiva, infatti, da una parte non lascia emergere che ci possono essere problemi rispetto ai quali il personale suddetto protesta a ragion veduta, dall’altra adombra o suggerisce proprio l’idea che chi non è disponibile è bizzoso, piccoso, ingeneroso e rende più difficile la vita del prossimo; ma trenitalia no; anzi, lei si scusa anche quando è innocente, per il disagio che altri, gli “operatori indisponibili”, recano ai suoi affezionati clienti.


domenica 6 giugno 2010

Cavalieri, cavalli e moto


Voglio essere molto impopolare, stasera. Impopolare e antipatica. Ce n’è bisogno, forse, in un’epoca nella quale si cerca, talvolta, il consenso, rincorrendo le parole d’ordine dello schieramento opposto al proprio quando appaiono vincenti, cioè popolari.

Questa domenica di sole non l’ho trascorsa al mare, ma sono stata al CTO (Centro Traumatologico) di Firenze in veste di zia di un ragazzo di 16 anni ricoverato dopo un incidente di moto. Non era l’unico giovanissimo immobilizzato nel letto e con uno o più arti ingessati, il volto fattosi quasi evanescente nello sprofondare tra i cuscini e l’aria spersa e sbigottita nel trovarsi catapultato in una dimensione così inconsueta, tra cateteri, aghi, odori dolciastri e pungenti insieme; con al proprio capezzale le figure sollecite degli adulti, sollevati per lo scampato Pericolo Maggiore, ma in apprensione per tutti gli altri pericoli, sia pure minori, in agguato: per esempio per le protesi di questo o quel segmento corporeo, le viti, i chiodi, i tasselli con i quali i propri teneri virgulti potrebbero venire inchiavardati, trasformati, almeno nelle fantasie paurose più recondite, in un’entità mista tra vivente e inorganico, in indefinibili ibridi destinati a portare nella propria carne le stimmate perenni della giovanile e incosciente esuberanza. La fugace apparizione di un camice svolazzante genera subito quel tipico affannarsi d’ospedale, negli adulti, che fanno a gara a tallonare il miraggio bianco per carpire una parola in più di spiegazione, oltre quelle piuttosto fredde delle prognosi infarcite di termini specialistici; ma più che altro alla ricerca di una rassicurazione, di una consolazione, di un’autorevole azione capace di normalizzare l’evento che li fa sentire protagonisti ansiosi e disorientati di un dramma. E ci sono poi le prediche, i sermoni di noi adulti inascoltati rivolti a quelle giovani vittime della propria incoscienza; con timido imbarazzo, talvolta mascherato da rudezza. Ma li perdoniamo subito in realtà; siamo stati anche noi come loro e comprendiamo il bisogno di mettersi alla prova, l’elemento di sfida che è insito, anche se non consapevolmente, in certi loro gesti e comportamenti che somigliano così tanto ai nostri di quando avevamo la loro età. Quando non si è ancora adulti, ma ci sentiamo velleitariamente tali nel senso che di quella condizione abbiamo le caratteristiche psicofisiche, ma non il potere, l’autonomia.

Proprio da ieri è ricoverato qui, ironia della sorte, anche Valentino Rossi, con fratture esposte – apprendo – della tibia e del perone; non molto più grande, anagraficamente parlando, di alcuni di questi anonimi colleghi di disavventura di mio nipote, ma a differenza di loro del tutto autonomo dal punto di vista economico e del riconoscimento sociale anche alla loro età. E’ al piano di sopra e non si parla d’altro. Al personale è ora di questo che si chiede notizia: se l’hanno visto, se sanno cosa fa e come sta; e ci si interroga, per esempio, su cosa abbia mangiato, se lo stesso cibo che sta per essere servito “qui e ora” oppure no...Qualche volta se ne parla guardando in alto, al soffitto che è una cosa sola con il pavimento del piano di sopra, dove ognuno di quei ragazzi, ora, vorrebbe trovarsi. Mentre la televisione trasmette (e loro, i ragazzi ingessati e attaccati a cateteri, aghi e tubi d’ogni sorta, la guardano rapiti) una corsa di moto con l’enfatico commento del giornalista che si accorda al rombare superbo dei motori. Il cortile antistante e l’atrio sono ormai definiti in relazione al ricovero eccellente, quello per il quale batte unanime il cuore degli italiani, finalmente uniti per un comune sentire, nel momento nel quale sembrano sempre più accattivanti le tentazioni scissioniste del federalismo. Ecco perché mi sento così impopolare da alcune ore: perché provo rabbia di fronte alle telecamere che incontro al mio venirmene via, alla fan - tifoseria con le maglie gialle, agli intervistatori e agli intervistati e persino leggendo i cartelli appesi da anonimi ammiratori nel cortile. Nei volti dei ragazzi ricoverati prima di uscire ho colto una sorta di impalpabile trasformazione: meno timidezza, meno sbigottimento, meno ripensamento dubitoso ancorché inespresso, ma una sorta di identificazione fiera con Valentino Rossi, quasi per un atto di eroismo.

Penso che specialmente da giovani sia intenso il bisogno di sfidare i propri limiti psicofisici con atti di coraggio: ma che tali atti un tempo fossero nella maggior parte dei casi ispirati da ideali – politici, sociali o anche personali, legati per esempio a un sogno d’amore perseguitato e offeso – e oggi siano sempre più insensatamente fini a se stessi. Costruire eroi di cartapesta, destinati a spegnere in giovanissima età la propria gloria senza farne tesoro per altri e ripagati innanzitutto dall’accumulo di denaro oltre l’immaginabile: questo è il segno dei tempi. Il cavaliere, eroe di epoche passate, e il suo cavallo, erano compagni di viaggio vivi entrambi che parlavano linguaggi diversi e li accordavano, momentaneamente, in vista dell’impresa voluta dall’uomo in armi, come gli strumenti prima di un concerto. La moto e il suo centauro, invece, l’uno vivo e l’altra inerte oggetto inorganico, finiscono per scambiarsi le parti: ed è la moto che ha il potere di soverchiare l’uomo nel decidere l’impresa, in un rovesciamento paradossale in virtù del quale il mezzo – la moto, appunto - diventa il fine stesso dell’agire.


sabato 5 giugno 2010

Le verità del Risorgimento

Ho assistito oggi alla presentazione del libro di Claudio Fracassi “Il romanzo dei Mille”, che tratta dello sbarco dei garibaldini a Marsala e delle mirabolanti vittorie in terra di Sicilia. Pur essendo un libro di storia, basato essenzialmente sulle memorie e sui diari dei giovani partiti con Garibaldi (moltissimi dei quali provenivano dalla Padania), ha un titolo che, forse involontariamente, rinvia a ricostruzioni favolistiche, agiografiche, apologetiche che hanno circondato il processo che ha portato all’unità del nostro paese. Una fra tante: mettere insieme le icone (o i santini) di Giuseppe Mazzini e Vittorio Emanuele II è stato un prodigio che l’efficientissima propaganda fascista è riuscita a fare con successo. Si pensi che in realtà Mazzini è morto a Pisa, ospite di Janet Nathan e Pellegrino Rosselli presso i quali viveva con il nome di Giorgio Brown , perché ricercato dalla polizia sabauda come un pericoloso terrorista. Verosimilmente la causa di tanti misteri o interpretazioni di comodo è tutta racchiusa nel nodo nevralgico che da sempre è stato il Risorgimento, soprattutto nei suoi capitoli salienti e straordinari, come quello di cui si occupa il saggio di Fracassi. Tale fenomeno per la sua natura di atto fondativo dello Stato si presta ad essere strumentalizzato dalle forze politiche, e la cultura, in questo caso, dà l’impressione di non essere abbastanza autonoma o coraggiosa (per usare un termine caro ai Mille) per presentare un quadro obiettivo e possibilmente “unitario” ed esaustivo.
Oggi la sinistra, dopo molti anni in cui quasi si irrideva la retorica risorgimentale, torna a rivalutare i padri della patria, e Garibaldi torna ad essere un incredibile, fenomenale eroe. Su altri fronti: leghista al nord e “neoborbonico” al sud, l’eroe dei due mondi viene invece presentato pressoché come un bandito che ha seminato morte e distruzione. Va puntualizzato che mentre i primi sono forza di governo e dovrebbero pertanto misurare le parole, specie in riferimento alla storia patria, i secondi rappresentano una debole voce, che forse al di fuori del meridione, arriva soltanto a chi, casualmente o per scrupolo storico, è interessato a conoscerla. Se il quadro fosse completo, probabilmente non resterebbe che unirsi al coro della sinistra ed applaudire alle ardimentose gesta degli eroi del Risorgimento. Invece vanno considerati anche altri studiosi, come ad esempio Gigi Di Fiore, giornalista e storico, che fra le varie pubblicazioni sull’argomento in questione, ha scritto “I vinti del Risorgimento”, un saggio (peraltro edito dalla prestigiosa UTET di Torino) che ci presenta una realtà storica meno gloriosa e assai più problematica.
Ora, dopo un secolo e mezzo dall’impresa dei Mille auspicherei un impegno verso una maggiore chiarezza su un tema così importante per gli Italiani. Probabilmente anche il libro di Claudio Fracassi (che confesso di non avere ancora letto) rappresenta un contributo in questa direzione, spero in ogni caso che - per una più ricca e oggettiva ricostruzione storica - accanto alle testimonianze dei garibaldini si possano ascoltare le parole dei soldati borbonici o quelle della sarta di Calatafimi, del pescatore catanese, del falegname di Messina...

lunedì 24 maggio 2010

Un premio per «La nostra vita»

Chissà se Pasolini avrebbe apprezzato l’ultimo film di Lucchetti sul neoproletariato, lui che ha teorizzato la mutazione antropologica che, a iniziare dal boom economico, poneva fine al ceto popolare, spazzando via in pochi anni un’etica millenaria, patrimoni di esperienza maturati in armonia con la natura, tradizioni, poesia. È ben vero che non tutto ciò che apparteneva al cosiddetto ‘popolo’ fosse un valore positivo, pensiamo ad esempio all’ignoranza, alle superstizioni, ai pregiudizi, che costituivano un terreno ben fertile per ogni assurda bestialità o caccia alle streghe. Tuttavia il paragone con l’oggi, con una minaccia di distopia incombente, di società fittizia, schizofrenica e deprivata di ogni umanità, senza dubbio presta il fianco a qualche tentazione di rimpianto.
Di sicuro a Cannes è piaciuta l’interpretazione di Elio Germano, al quale è andato a buon diritto il titolo di miglior attore. È un giovane operaio edile romano, che lavora “in nero”, come sembra sia usuale in questo ambiente (e anche in molti altri). Sposato con due figli piccoli e in attesa del terzo, appare abbastanza appagato dalla sua famiglia, dal rapporto con la moglie e di certo non coinvolto da questioni socio-politiche relative alla sua condizione, al suo ceto… A ben pensarci forse non è solo dei nostri quest’assenza di coscienza di classe, come si diceva un tempo. L’aspirazione, tra chi nasce nel ceto popolare, a compiere una scalata verso il benessere e la “rispettabilità” è cosa antica. Vengono in mente i noti personaggi di una novella e di un romanzo di Verga: Mazzarò, il protagonista de “La roba” e Mastro don Gesualdo che dà il titolo al libro. Entrambi di umili origini, dopo una vita di sacrifici disumani, conquistano una solida posizione di benessere economico, ma per entrambi, secondo il loro demiurgo, si prospetta una fine di solitudine e dolore. Proprio negli anni in cui Verga scriveva i suoi capolavori in Italia si diffondevano gli ideali marxiani, secondo i quali il povero non avrebbe più dovuto cercare di arricchirsi (del resto impresa disperata se condotta con metodi onesti), ma il suo compito sarebbe stato di creare una società di eguali e liberi, senza più sfruttati né sfruttatori. Ora viene da chiedersi: c’è mai stata realmente la coscienza di classe? Era effettivamente diffusa in tutti gli ambienti popolari della penisola? Oppure se ne parlava tanto perché se ne erano appropriati la cultura di sinistra e i mass-media vecchi e nuovi? Se ci fosse stata davvero si sarebbe potuto affermare il fascismo?... Personalmente non so dare una risposta, almeno per ora, dunque torno alla «nostra vita», alla contemporaneità, dove i soldi sono l’unico risarcimento possibile ad ogni dolore, per ogni ingiustizia. Soldi per comprare beni di consumo nei centri commerciali, per compensare la perdita di una moglie e di una madre. E in effetti, mai come oggi, nel nostro paese i soldi appaiono al primissimo posto: in tutte le professioni la priorità viene data al profitto anziché al servizio reso al prossimo tramite il proprio lavoro oppure al riconoscimento che ci deriva dall’aver svolto al meglio il nostro compito: come sembrano lontane le parole di Marx sull’alienazione dell’operaio rispetto all’artigiano che può cogliere il senso del suo lavoro e la gratificazione che ne deriva. Nel film di Lucchetti sono i rumeni a fare la morale, sono loro che verosimilmente vestono i panni della vecchia classe popolare che Pasolini vedeva tragicamente dissolversi: a voi italiani più che possederli realmente piace di far vedere che avete i soldi. E altre considerazioni sull’apparire e il valore dell’amicizia, dei sentimenti, di tutto quello che non può essere comprato. Apprezzabile che si cerchi di alleggerire il pregiudizio che grava sui rumeni, ma attenzione a non scivolare nel preconcetto opposto.

domenica 23 maggio 2010

Ironia, realtà, tasse e balzelli: gli inganni della comunicazione


Nel 1729 il grande scrittore Jonathan Swift scrisse, com’è noto, un opuscolo provocatorio e pungente intitolato “Una modesta proposta: per evitare che i figli degli Irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli un beneficio per la comunità: quella di ingrassare i bambini degli irlandesi poveri per nutrire i ricchi proprietari terrieri”. I vantaggi di tale proposta sarebbero stati molteplici: una piccola rendita per i genitori dei bambini denutriti, fatti ingrassare e venduti a partire dall’età di un anno, il miglioramento dell’alimentazione dei ricchi e l’eliminazione in un sol colpo di sovraffollamento, disoccupazione e fame. Senza contare i vantaggi etico-morali: un incoraggiamento al matrimonio, l’aumento della cura delle madri per i bambini, un’onesta competizione fra le donne sposate nel portare al mercato il bambino più grasso e una maggiore considerazione da parte dei mariti nei confronti delle mogli in gravidanza alle quali sarebbero stati affezionati come alla cavalla o alla mucca o alla scrofa in procinto di figliare e che avrebbero trattate con riguardo, invece di minacciarle con pugni e calci, per paura di provocare un aborto. La lettura risulta ancora molto divertente - per quanto amara - con le statistiche improbabili e i suggerimenti grotteschi: per esempio sui possibili prezzi, ma anche sui modi di cucinare i bambini poveri, rosolando o stufando i più piccoli, più buoni e più nutrienti. Ci fu, tuttavia, all'epoca, anche chi non capì il carattere satirico della provocazione e questo fatto, naturalmente, ci genera una certa inquietudine nel riflettere sulla natura umana; ma sappiamo che si trattò di alcuni pochi... Mi sembra che oggi, invece, in questo paese, risulti sempre più difficile per la maggior parte delle persone distinguere tra realtà e simulazione ironica o satirica. Un paio di sere fa, mangiando in fretta perché in ritardo, ma con l’orecchio direzionato, sia pure distrattamente, verso il telegiornale, sono stata colpita dal tono spensierato, lieve e leggero, caratterizzato da una prosodia tutta ascendente e giuliva, con il quale il giornalista elencava gli imminenti tagli (pensioni, sanità, invalidi...). L’incongruenza tra la drammaticità di ciò che comunicava e il tono utilizzato per farlo mi ha fatto pensare, per una manciata di secondi (ascoltavo distrattamente, l’ho premesso), che potesse trattarsi di uno scherzo, di una parodia di telegiornale nell’ambito di qualche trasmissione di intrattenimento. Sono poi uscita, ma di tanto in tanto mi tornava alla mente l’episodio e continuavo a pensare a come avessi potuto scambiare un vero telegiornale con una caricatura satirica. La spiegazione risiede probabilmente nel fatto che la realtà sta rapidamente sovrapponendosi a ogni più inimmaginabile fantasia relativa alla catastrofe etica e culturale (oltre che, naturalmente, socio-economica e politica) della quale siamo vittime. La maggior parte delle persone che hanno ascoltato quel telegiornale, disabituate al dubbio e all’approfondimento critico, ingannate dalla suadente e rassicurante, per quanto incongrua, prosodia dell’annuncio, saranno cadute in un errore interpretativo ben più tragico del mio. Avranno inteso che per fortuna, attraverso quei tagli, si risolverà tutto quanto e che dunque ci sarebbe da festeggiare piuttosto che da preoccuparsi. Tanto più che anche i parlamentari saranno soggetti a misure analoghe, come annunciava la solita voce spensierata e ancor più leggera. Lo stupore di fronte a questo annuncio ha avuto, nel mio caso, la durata di un battito di ciglia: figurarsi, si tratta solo del 5 per cento dei loro stipendi!
La voce giuliva del giornalista lo è diventata ancora di più nel proseguire con la promessa paternalista e populista di non far pagare ulteriori tasse agli italiani! Come se tutti pagassero le tasse! Come se le tasse fossero proporzionalmente distribuite! Questo fomentare l’odio per le tasse è quanto di più amorale si possa concepire in tempi difficili, dato che le tasse (quelle dirette ed equamente modulate in relazione al reddito, naturalmente) rappresentano il segno tangibile del sentirsi parte di una comunità e del mostrarlo anche con un contributo economico (proporzionato alle proprie condizioni) atto a rendere alto il livello etico e politico di tale comunità stessa permettendole di farsi carico dei propri membri più fragili e indifesi. il senso della comunità e la capacità di essere solidali è quanto di più prezioso possa definire un'identità.

domenica 25 aprile 2010

La meglio gioventù

Ora che anche questo 25 aprile di 65 anni dopo sta per andarsene, vorrei ricordare qualcuno a cui, nonostante la giovane età, fu precluso vedere il ritorno del verde di primavera e la rinascita della speranza legata a questo storico giorno.
Mi limito a tratteggiare le loro biografie: due realtà diverse che hanno in comune una famiglia antifascista, una laurea da poco conseguita, l’anno di nascita (1919), una coscienza critica ed etica che li eleva sicuramente al di sopra della media.

Armando Ottaviano, nato nella provincia di Chieti si trasferisce a Roma con la famiglia, anche per le idee del padre socialista. In quanto sorvegliato politico non ha un’occupazione stabile e si arrangia con lavori saltuari di manovalanza. Armando frequenta l’istituto professionale ma poi riesce a prendere la maturità classica e a laurearsi in lettere con una tesi su Francesco IV di Modena, che è conservata in una bacheca del Museo di via Tasso a Roma. Non è stata una impresa facile nella università elitaria dell’epoca, non lo è stata neanche economicamente: le sorelle interruppero gli studi per aiutare il fratello meritevole, e la madre lavora come lavandaia. Roma è occupata dai nazisti e Armando milita con Bandiera Rossa, un movimento alla sinistra del PCdI, ma di fatto collabora con la Matteotti costituita da socialisti. La notte del 21 marzo 1944, alle ore tre, membri della banda Koch lo prelevano da casa, viene portato al settimo braccio del carcere di Regina Coeli e da lì condotto alle Fosse Ardeatine.

Federico Ferrari è di Cremona, nasce in una famiglia borghese e molto cattolica. Il padre, avvocato, è un seguace di Guido Miglioli (per le sue avanzati programmi sociali fu espulso dal partito popolare, e nel dopoguerra la DC non accettò la sua iscrizione), uno dei fondatori del partito popolare a Cremona e antifascista. E’ anche musicista e critico letterario nonché animatore di incontri culturali nella sua casa. Passioni che trasmette al figlio insieme a intelligenza e sensibilità fuori dal comune. Muore prematuramente, lasciando un vuoto profondo in Federico appena sedicenne. Il ragazzo, conseguita la maturità, si iscrive a giurisprudenza, seguendo le orme del padre. La guerra lo porta in Russia, come ufficiale degli alpini, ed è uno dei pochi a tornare sano e salvo da quell’inferno di ghiaccio. Fa appena in tempo a rientrare da casa per una licenza che una nuova avventura lo attende. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre, è catturato dai nazisti e, poiché decide di non optare per la Repubblica di Salò, viene internato nei lager in Polonia e in Germania. Verrà ucciso per vendetta da un nazista a guerra quasi conclusa, il 24 aprile 1945. Testimonianze affermano che gli assassini vennero salvati a stento dal linciaggio della popolazione civile, perché evidentemente era riuscito a costruire un buon rapporto con gli abitanti del luogo.

Riportare alla luce le storie degli uomini del passato, forse può renderci migliori non solo culturalmente, ma anche da un punto di vista morale. Penso ora ai passi della ‘Divina Commedia’, dove varie anime chiedono con insistenza a Dante di essere ricordate al mondo dei vivi. Cercare di salvare la memoria di persone che hanno subito delle gravi ingiustizie, può rappresentare un parziale risarcimento, una sorta di consolazione per i vivi e forse, ovunque si trovino, per i ragazzi della nostra meglio gioventù.

mercoledì 21 aprile 2010

Fare politica per desiderio di felicità.

Un tempo, per molti, la politica era passione e nasceva dalla rabbia e dal desiderio: di difendere il vecchio mondo rassicurante, per alcuni, o di costruire un mondo nuovo, per altri. Accanto alla politica come passione, però, è sempre stato presente un altro modo di concepirla, venato di moralismo, grigio, rigido. Un modo ormai vecchio e poco accattivante, ma inesorabilmente in incremento perché del tutto consono ai tempi che viviamo, caratterizzati dalla valorizzazione del calcolo, del cinismo e dell’indifferenza. Si tratta di un modo di concepire la politica trasversale rispetto a persone di diversa appartenenza partitica; e quasi par che ci sia un ammiccarsi reciproco, una complicità da parte di alcuni, di opposti schieramenti, nel continuare a praticarlo.
Questo vecchio modo di intendere la politica è rassicurante, in un certo senso, perché si lega molto alla paura; la politica si presenta, in questo caso, come una pratica di difesa, un modo per dare voce alla propria diffidenza nei confronti dell’altro che potrebbe toglierti tutto: il lavoro, gli affetti e gli averi, persino l’identità. La politica diviene, allora, costruzione di un’identità esclusivamente in negativo, di un’identità per differenza e sottrazione, di un’identità “contro”. Dall’una e dall’altra parte c’è un “noi”, spesso legato a un patto di silenzio o di omertà, e un nemico esterno; ci sono le virtù e le ragioni del territorio del “noi” e i difetti e i torti del territorio del nemico. Territori, confini, recinti, incapacità di trasformare se stessi per trasformare creativamente il mondo: le parole d’ordine delle quali è intessuto questo modo di fare politica, che oggi sembra godere di un rinnovato vigore e credibilità, sono la diffidenza, la paura, l’intolleranza per le differenze individuali e il desiderio di omologazione simbiotica come sinonimo di appartenenza. La politica si appiattisce, così, alla dimensione di tecnica e in questo modo facilmente scivola nel calcolo, nella menzogna, nell’autogiustificazionismo, trasformandosi in rincorsa competitiva del linguaggio del “nemico” e così rinunciando al proprio. Le categorie tradizionali di questo modo di concepire la politica sono legate all’idea di “pubblico” inteso come nettamente contrapposto a “privato”; di ambiti istituzionali distanti rispetto alla società civile (ridotta alla somma dei votanti) e di conta numerica: importano i voti, ma non le idee che riempiono la testa dei votanti e le loro convinzioni profonde. La politica, garzie a questo modo di concepirla, non certo minoritario, purtroppo, vive ormai da tempo la sua lenta, inarrestabile agonia; ma l’unica alternativa sembra quella del vuoto, della mancanza di orizzonti, dell’incapacità di volare alto sopra la terra per guardarla con occhio critico e perciò distante, ma continuamente ridiscendere e abitarla, nello stesso tempo, con il cuore, con le viscere, con le lacrime, con la rabbia e con la capacità di godere della compagnia degli altri esseri umani e delle cose belle e buone del mondo. La crisi della politica va letta uscendo fuori dalle sue categorie tradizionali e utilizzando, invece, concetti e termini che siamo abituati a collocare in ambiti diversi relegandoli nella sfera del privato, dell’intimo, dell’individuale. Come il concetto di “felicità”, per quanto ambiguo, subdolo, sfuggente alla definizione possa essere. Concetto che spesso ci ostiniamo a pensare come assoluto (e proprio così, perseguendolo, ci rendiamo infelici) anziché come venato anche di sentimenti diversi quali la nostalgia, l’inquietudine e, talvolta, la stessa tristezza.

La felicità, è vero, può essere intesa come conseguenza della pura soddisfazione dei propri bisogni individuali, dai più nobili e alati ai più concreti, e in questa accezione si coniuga con l’egoismo. Ma in totale contrapposizione c’è un altro possibile modo di intenderla – che poi è quello nel quale mi riconosco – e cioè come conseguenza dello stare bene con se stessi e con gli altri: non solo in riferimento a quei pochi che ci sono intimi e che amiamo di diverse specie di amore, ma alla comunità della quale facciamo parte o, se vogliamo, all’umanità intera.

Si può fare politica per mestiere, per abitudine, per ambizione, per narcisismo e ,qualche volta, persino per espiazione. E si può invece farla per dare voce a un desiderio prepotente, irrefrenabile, non di rado intrecciato con la rabbia, di trasformare il mondo, i rapporti degli esseri umani tra di loro e con la natura. Si può fare politica, insomma, per desiderio di felicità; o, per meglio dire, di felicità condivisa (per me non sarebbe neanche tale, altrimenti) resa possibile da da pratiche di giustizia sociale, ma anche da sentimenti di solidarietà e di fiducia negli altri. Occorre, forse, tornare a fare politica prima di tutto per passione: perché la passione è contagiosa e coinvolgente e rappresenta la più efficace motivazione all’agire creativo.


mercoledì 14 aprile 2010

Coniugare "distanza" e "vicinanza", in politica e in amore.


Quando siamo molto piccoli pensiamo i rapporti affettivi in termini simbiotici. E’ attraverso un percorso psichico assai faticoso che impariamo, se tutto va bene, ad attraversare la distanza dall’altro che si ama e ad acquisire la consapevolezza che la forza di un legame è data dalla capacità di tenerlo dentro di noi. Tuttavia, anche da adulti ci si rende spesso infelici pensando che volere bene significhi farsi uguali, avere gli stessi comportamenti improntati agli stessi valori, frequentare gli stessi luoghi e persone, professare le stesse idee politiche o religiose. E’ quanto succede, per esempio, tra genitori e figli e il rapporto s’incrina nell’incapacità di riconoscere e accettare le differenze che si determinano con il trascorrere delle generazioni; poiché i figli, una volta adolescenti e poi giovani adulti, devono intraprendere un proprio percorso per vivere esperienze al di fuori di quelle condivise nel gruppo familiare di origine, incontrando persone che portano parole o emozioni nuove.

Penso spesso al fatto che siamo abituati a considerare “distanza” e “vicinanza” come due termini del tutto opposti. O si è coinvolti o si è indifferenti. O si è immersi completamente in una dimensione di vita o le si è estranei. E' quanto accade anche a proposito della politica: un territorio che non abito direttamente, in questo momento della mia vita (non ho tessere, non frequento sedi...), ma rispetto al quale, tuttavia, non riesco a sentirmi indifferente. Mi arrabbio, dalla mia distanza (o presunta tale), di quelle che a volte mi appaiono come incoerenze manifeste della parte che sento più vicina alla mia visione del mondo. Mi arrabbio quando il linguaggio scimmiotta, sia pure inconsapevolmente, quello dell’avversario. Mi arrabbio quando in nome del realismo viene derisa la motivazione profonda che è alla base di ogni desiderio di trasformazione del mondo: la capacità di appassionarsi, di rischiare, di mettersi in gioco con i propri sogni, di ricordare che la politica riguarda il desiderio di felicità, di una qualità della vita migliore per tutti in un mondo che sia capace di misurare il proprio grado di civiltà a partire dalla disponibilità a farsi carico di chi è più fragile, contrattualmente debole, incapace di difendersi con lo strumento raffinato della parola.

Vorrei riuscire a essere insieme distante e vicina rispetto alla dimensione della politica: in grado di coinvolgermi, appassionarmi, sperare in ciò che appare difficilmente realizzabile e nello stesso tempo restare anche un po’ distante, cioè capace di sguardo critico, di nutrire dubbi e valorizzare l’inquietudine. In questo modo un partito potrebbe funzionare bene: se riuscisse a coniugare passione e dubbio autocritico, mettendosi in discussione quando necessario, accettando come tali le sconfitte e facendone tesoro per nuove e più profonde riflessioni.

Penso, in parallelo, che lo stesso ragionamento valga per i rapporti interpersonali: l'amicizia, la genitorialità e persino, o soprattutto, l’amore. Una buona relazione, che sia di sostegno reciproco, di complicità solidale, non deve essere basata sull’annullamento delle differenze, dei dubbi, delle inquietudini. Omologarsi all’altro, credo, non esprime quasi mai il fatto che lo amiamo di più, ma piuttosto che ne abbiamo paura di più e in qualche modo cerchiamo di compiacerlo per non essere rifiutati. Proprio così, però, il rapporto che lega le persone si carica di distruttività: perché la creatività nasce dove c’è capacità di coniugare le differenze e integrare distanza e vicinanza. In politica, come in amore, bisogna avere curiosità e coraggio e imparare, da Alice (nel paese delle meraviglie), ad attraversare lo specchio:cioè uscire fuori da una dimensione di realtà e prenderne le distanze per tornare a visitarla con occhi nuovi e disposti a vedere.

lunedì 5 aprile 2010

Giungla di carrelli


Mi è capitato, sabato scorso, di dovermi avventurare al supermercato (è proprio il caso di usare questo verbo, dato che era la vigilia di Pasqua). Una volta riconsiderata e per l’ennesima volta dovuta scartare la possibilità di farne a meno ho scelto l’ora di minor frequenza, quella del pranzo. La situazione, però, è apparsa subito insopportabile: improvvisamente mi sono trovata imprigionata in una giungla di carrelli guidati goffamente da persone nevrotizzate, tutte prese dall’accumulo insensato: non solo di cibi e bevande, ma anche di uova, conigli, paperi, capretti, pulcini e agnelli di peluche, campanine in miniatura e simili insulsi simboli che ora ho quasi pudore a elencare al completo. Un amico che se ne stava uscendo mentre entravo, con la faccia disgustata come la mia, mi ha raccontato di avere appena assistito a uno scontro tra carrelli con il ribaltamento di uno dei due e il rovesciamento del suo contenuto seguito dallo scontato litigio tra i guidatori.

Guardo sconsolata i carrelli ricolmi in maniera iperbolica (nemmeno si trattasse di dover accumulare riserve in vista di un conflitto mondiale) che si incrociano e sfrecciano davanti a me prendendo rapidamente la fisionomia di un incubo diurno a occhi aperti. Poi passo in rassegna, sbigottita, le torri baroccheggianti di colombe farcite in mille estrosi modi e di carni che li riempiono: quei carrelli mi sembrano quasi grondare sangue, colare vistosamente grassi di ogni specie, olezzare in anticipo prefigurando i futuri soffritti, fritti, arrosti e così via.

Amo la buona tavola e ancora di più la possibilità di condividerla con persone amiche: tuttavia, in queste circostanze, sono colta da una specie di nausea, alla prospettiva. Ma non è il cibo che mi disgusta: sono le persone che lo accatastano nei carrelli con mani adunche e si guardano come nemici, con sguardi cattivi e minacciosi: c’ero prima io, l’avevo visto io l’uovo con sorpresa-per giovane-ragazzina-non-più-bambina, io quello con i gormiti, mi dispiace se le sono passata su un piede con il carrello, ma d’altra parte è colpa sua che sta in mezzo senza muoversi, faccia la fila come tutti ... e così via. Che brutta umanità si trova in giro per essere la vigilia di una festa tutta color pastello e fiorellini della primavera!

E’ uno sguardo diverso sulla stessa deriva che ha portato alla recente delusione elettorale, gettato su uno spicchio di quotidianità apparentemente distante dalla politica e dalla sua crisi; apparentemente, perché la crisi della politica è crisi della partecipazione dal basso, cioè della capacità di esercitare la cittadinanza per essere invece considerati (e considerarsi) solo o prevalentemente come consumatori. Esistere, ormai, ed essere riconosciuti come esistenti, sembra significare solo questo: consumare. Solo gli oggetti (e il cibo, tra questi) sembrano esprimere simbolicamente il possesso di un’identità forte e stabile. Non li selezioniamo neanche più in base al fatto che ci sono utili o, almeno, che ci potrebbero servire, o perché alcuni ci piacciono più di altri, ma solo per il gusto (o il dovere) di accumularli, di averne di più, di più, di più: più di tutti! Così ci comportiamo rispetto al cibo, oggetto fra gli oggetti, simbolo di benessere e, dunque, perversamente destinato allo spreco e non più asservito al piacere naturale di gustare i doni della terra, rispettandola. L’imperativo è quello di accumularne senza porsi limiti né domande e poi gettare i'enorme sopravanzo nel pozzo senza fondo dei rifiuti che basterebbero – sembra - da soli, a eliminare la fame nel mondo.

lunedì 22 marzo 2010

Mine vaganti, la vita esce dallo schermo

Scene come se fosse vita. Sensazioni che escono dallo schermo. E alle parole, ai sussulti, alle risate dei personaggi corrisponde un eco del pubblico, che si lascia coinvolgere da una narrazione che ha il passo di una commedia tradizionale e nuova, leggera e intensa.
Protagonista è una famiglia benestante del Salento, che gestisce un noto panificio, piuttosto conformista e attenta alla reputazione, come accade tra la borghesia meridionale (e non solo) che Pirandello ci ha presentato in svariate opere narrative e teatrali. Stavolta la pietra dello scandalo è qualcosa che scotta anzi che esplode, proprio come le mine vaganti del titolo. L’omosessualità, pubblicamente dichiarata dal figlio maggiore, genera una crepa nel rispettabile clan dopo aver incrinato all'istante, il fisico, il cuore del capo famiglia, forse per il suo ruolo più esposto degli altri nella tutela dell’onore domestico. E alla stimata famiglia sembrano venire meno i solidi ammortizzatori di cui pareva dotata, di fronte alla minaccia dello spietato, inflessibile, onnivoro giudizio degli altri.
La vicenda si snoda accattivante e ben orchestrata assumendo a tratti tinte grottesche e sembianze espressioniste. Si ride parecchio e ci si commuove anche. Gli stessi pregiudizi che causano tanta miseria e dolore finiscono per essere presentati con umanità, perché in fondo sono radicate costruzioni dell’ambiente, che chiedono tempo per essere scardinate.
Forse si riscontra qualche piccolo passo falso nella sceneggiatura, qualche ingenuità nei dialoghi, che però si fanno ampiamente perdonare nel contesto di una grande commedia mediterranea nuova e di qualità.
Non mancano momenti di riflessione, tra tutti una battuta di Tommaso (Scamarcio), il protagonista: - Siamo nel 2010, non nel 2000 - a sottolineare una regressione sociale avvenuta negli ultimi anni, che a ben pensare non investe solo una sconsiderata e becera omofobia, ma tutti gli aspetti della vita, ponendo ostacoli sempre più pesanti alla realizzazione di se stessi.
Il finale sembra superare il tradizionale rapporto morte-vita. È come se il rimpianto, l’eredità morale di una persona che non è più tra noi possa dare corpo all’immaginazione, ai desideri riposti di ognuno. E la morte si innesta nella vita oltre le umane possibilità di incontrarsi, raggiungersi, amare.

domenica 14 marzo 2010

In ricordo Di Jean Ferrat, poeta e cantautore.



In ricordo di Jean Ferrat, chansonnier di poeti e poeta egli stesso, cantautore, voce libera e coraggiosa, scomparso a settantanove anni. Cantava di libertà e di giustizia, di solidarietà e di ideali, ma anche di memorie d’infanzia e di sentimenti. In questa “L’amour est cerise” (L’amore è ciliegia) cantava l’amore, appassionatamente e senza falsi pudori.


Rebelle et soumise

Paupières baissées

Quitte ta chemise

Belle fiancée

L'amour est cerise

Et le temps pressé

C'est partie remise

Pour aller danser


Autant qu'il nous semble

Raisonnable et fou

Nous irons ensemble

Au-delà de tout

Prête-moi ta bouche

Pour t'aimer un peu

Ouvre-moi ta couche

Pour l'amour de Dieu


Laisse-moi sans crainte

Venir à genoux

Goûter ton absinthe

Boire ton vin doux

O rires et plaintes

O mots insensés

La folle complainte

S'est vite élancée


Défions le monde

Et ses interdits

Ton plaisir inonde

Ma bouche ravie

Vertu ou licence

Par Dieu je m'en fous

Je perds ma semence

Dans ton sexe roux


O Pierrot de lune

O monts et merveilles

Voilà que ma plume

Tombe de sommeil

Et comme une louve

Aux enfants frileux

La nuit nous recouvre

De son manteau bleu


Rebelle et soumise

Paupières lassées

Remets ta chemise

Belle fiancée

L'amour est cerise

Et le temps passé

C'est partie remise

Pour aller danser




Qui, invece, canta le parole di Louis Aragon: "Aimer à perdre la raison"

Alberi di democrazia


Non partecipavo a manifestazioni politiche dai tempi del liceo o poco più tardi. Ero (e lo sono ancora) sfiduciato come la maggioranza degli italiani per i motivi che tutti noi conosciamo bene. Perché da dicembre a oggi ne ho fatte tre di seguito? Forse si avverte nell’aria che stiamo vivendo un momento cruciale per la democrazia: fine? inizio? transizione? pericolo?… Penso, ma naturalmente posso sbagliare, che siamo di fronte a un nuovo importante bivio.
Per la cronaca, riguardo alla manifestazione di ieri, il numero di duecentomila comunicato dagli organizzatori è giusto: stavolta la piazza era colma e i partecipanti assiepati inondavano anche gli spazi limitrofi. Perché i portavoce del governo hanno cercato di sminuire il numero dei manifestanti? Addirittura hanno parlato di un decimo… Che cosa temono?...
Fra gli interventi, quello più acclamato è senza dubbio il discorso del leader di un neonato piccolo partito, senza grossi sponsor o appoggi potenti. Forse i cittadini hanno apprezzato il suo talento oratorio a tratti quasi poetico, forse significa che i cittadini si coagulano ed escono fuori dalla sfiducia e dallo sconforto laddove si percepisce una traccia di sincera passione politica.
Secondo me Di Pietro ha esagerato affermando che siamo ad un nuovo 8 settembre ’43, perché all’epoca c’era la guerra, c’erano i nazifascisti in armi e tutto quello che sappiamo. Si tratta tuttavia di una fase delicata: le anomalie sociali, politiche, istituzionali sono state innumerevoli negli ultimi tempi tanto da stordirci o anestetizzarci. La vicenda oggi sulla cresta dell’onda, quella della presentazione delle liste elettorali prende un sapore da repubblica delle banane. Un caso senza precedenti in 65 anni di democrazia, che sta facendo saltare tribune politiche, confronti, dibattiti con i candidati per discutere di problemi reali. Temo che a questo punto una vittoria del centrosinistra nel Lazio non sarebbe riconosciuta dagli avversari: e allora che succederà? Si dovrà tornare alle urne? Ma sulla base di quali regole? Uno stato di diritto non si fonda su regole certe e condivise?...
Per questo caso e per altri centro o mille, si prospetta il rischio di una frana della democrazia, proprio come quelle che vediamo trascinare alla rovina case, palazzine, interi paesi. Frane causate dall’incuria, dal mancato rispetto dei piani regolari, da abusi edilizi, da concessioni illegittime, dalla deforestazione. Per arginare il pericolo credo che oggi ogni cittadino cui sta a cuore lo stato di diritto sia chiamato ad un pacifico, civile impegno per non lasciare spazi vuoti dove potrebbe collocarsi la mala pianta della corruzione, della prepotenza, della criminalità, del disprezzo delle regole, dell’arroganza, del degrado. Penso che in questa fase di transizione non si debba lasciare nulla di intentato perché il cambiamento si indirizzi nel sentiero giusto, senza scossoni insostenibili o pericolose frane, per evitare le quali siamo tutti coinvolti ad avviare un processo di rimboschimento dove ognuno pianterà a suo modo e secondo le sue possibilità, energie il proprio albero di democrazia.

venerdì 5 marzo 2010

Genocidi e brava gente


Anche gli Stati Uniti di Obama riconoscono il genocidio degli Armeni cristiani, compiuto dai Turchi nel corso della prima guerra mondiale. Con il suo milione e mezzo di vittime, si tratta di uno sterminio che non ha nulla da invidiare alla più nota Shoa, se si tiene conto delle inferiori capacità organizzative dei Turchi e delle tecniche meno evolute di cui potevano disporre, e soprattutto del numero degli Armeni presenti nell’Impero Ottomano che, all'inizio della guerra, risulta inferiore ai due milioni e mezzo.

Tempo fa mi è capitato di scambiare qualche parola con un cittadino turco che attualmente vive in Italia; si è dimostrato cordiale e di mentalità aperta, fino a che non ho portato il discorso sulla questione degli Armeni; era da poco uscito il fim dei Taviani ‘La masseria delle allodole’, ispirato appunto a questi tragici eventi di quasi un secolo fa. Il suo sguardo si è rabbuiato, ha negato il genocidio, ed ha ammesso soltanto qualche migliaio di morti che nelle operazioni belliche furono purtroppo un male inevitabile. Io non l’ho contraddetto e ho lasciato cadere il discorso, sapevo che in Turchia una legge punisce chi sostiene la veridicità del genocidio armeno con pene detentive, senza contare che gli estremisti hanno già ucciso chi ha fatto pubblicamente affermazioni in tal senso. Forse la Turchia, sebbene candidata ad entrare in Europa, non è ancora un paese pienamente democratico come la Germania che ha riconosciuto i propri crimini di guerra o come l’Italia, dove è possibile parlare liberamente della pioggia di iprite impiegata per sterminare abissini completamente inermi, o del “tentativo di bonifica etnica” (come lo definisce Angelo Del Boca nel saggio ‘Italiani brava gente?’) compiuto in Slovenia durante la seconda guerra mondiale, con tanto di lager dove venivano internati civili, compresi donne e bambini, che spesso morivano di malattie e di stenti; fatti, questi ultimi, che di certo non giustificano ma probabilmente aiutano a comprendere l’atroce fenomeno delle ‘foibe’, il quale per quanto orribile, tuttavia non è comparabile alla immane tragedia della Shoa, e non soltanto per una questione numerica (il rapporto dei caduti è di circa 1 a 1000), ma anche perché gli Ebrei non avevano mai occupato militarmente il territorio della Germania e tantomeno avevano mai pensato di attuare deportazioni di Tedeschi in campi di concentramento. Sono argomenti delicati, che spero di aver espresso nel rispetto di tutti e soprattutto delle vittime di ogni etnia. Confido inoltre che nella civile Italia democratica, ciascuno sia libero di esprimere le proprie riflessioni, come ricorda anche il liberale art. 21 della nostra Costituzione e l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (‘Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione […]‘).

Ora, per concludere, visto che ho cercato di mettermi nei panni di Armeni, Etiopi, Sloveni, Ebrei e naturalmente degli Italiani, vorrei cercare, in qualche modo, di fare la stessa operazione con i Turchi, tramite una semplicissima, banale riflessione. Posto che a ciascuno nel proprio focolare domestico fa piacere sentirsi in pace e con la coscienza tranquilla, presumibilmente l’attuale governo turco (come i precedenti del resto) non vuole saperne di ammettere il genocidio degli Armeni anche perché – mutatis mutandis – al pari di noi Italiani e verosimilmente di qualunque altro popolo, anche loro a casa propria, forse amano fregiarsi dell’epiteto di ‘brava gente’.

Quattro piaghe dell'Italia

[1] Piaga politica La divisione tra legislativo, esecutivo e giudiziario è sostituita dalla concentrazione di potere politico, mediatico ed economico. L’esecutivo fagocita il legislativo con il costante ricorso al “voto di fiducia”, presentato come prova e garanzia della solidità di governo; il connubio tra potere esecutivo e mediatico legittima se stesso delegittimando, ogniqualvolta è necessario, il potere giudiziario, presentando l’operato di quest’ultimo come potenzialmente in contrasto con la volontà del popolo.
[2] Piaga sociale Mentre la piramide generazionale si rovescia, con un costante incremento della percentuale dei vecchi rispetto ai giovani, i giovani hanno tutele sociali sempre minori ed incontrano difficoltà sempre maggiori nel far corrispondere incarichi dignitosi di lavoro ai loro percorsi di studio. Su un altro livello, sfruttamento e privazione di dignità sono il destino di tanti immigrati, non solo quelli irregolari, in contesti nei quali per lo più si continuano a proporre le misure di polizia come strumento politico privilegiato per l’integrazione e la sicurezza.
[3] Piaga culturale Si disinveste dalla scuola e dalla ricerca e si susseguono riforme incerte dell’Università, in assenza di una visione sistemica. Nella realtà plasmata sulle grammatiche dello spettacolo, c’è sempre meno spazio per ciò che non è spettacolo, per ciò che non è appetibile al gusto plebeo, per ciò che richiede fatica, per ciò che è difficile. Sarebbe il caso di aprire discussioni pubbliche sull’educazione e sulla povertà, sull’ambiente, sulla deriva plebea delle pratiche democratiche e sull’elaborazione generativa dei conflitti; ma, fatta eccezione per i servizi dedicati alle situazioni di emergenza, la televisione preferisce mettere in scena quotidianamente lo show di una pseudo-povertà (le varie isole dei famosi), di una pseudo-opportunità di ricchezza (i giochi, i quiz, le lotterie), lo show della partecipazione (i televoti), lo show di pseudo-conflitti (i dibattiti politici spettacolarizzati) e così via. Così la memoria del cittadino spettatore con inclinazione alla passività diventa sempre più, lentamente, cultura e memoria dello show.
[4] Piaga etica C’è un clima di “vacanza morale”, per usare un’espressione di Primo Levi. La piaga etica attraversa ed alimenta tutte le altre. Lo si nota, da ultimo, nelle prese di posizione incerte e nei tentennamenti dell’iniziativa politica su fenomeni di corruzione diffusi. C’è chi ha potuto “ridere” del verificarsi di un devastante terremoto, pregustando di lucrare sulla tragedia. C’è una rete di contatti e prassi che ha consentito a qualcuno di ridere in quel modo. L’immoralità e l’illegalità sono diffuse in tutti i livelli della vita sociale, ma è grave che non ci preoccupi anzitutto, quotidianamente, con scrupolo incalzante, della moralità di chi temporaneamente ha la responsabilità di governare, al di sopra di ogni sospetto. Ci si preoccupa invece per mesi, introducendo una formula inaudita nella storia mondiale delle democrazie, della «serenità di chi governa».

domenica 28 febbraio 2010

Il viola e l'inferno

Questo nuovo appuntamento del movimento viola vede una partecipazione minore, meno entusiasmi, meno colori, meno iniziative goliardiche. Forse è dipeso dall’aver rifiutato il contributo organizzativo dei partiti, forse dalla crescente sfiducia o magari è mancata l’euforia prenatalizia del 5 dicembre. I problemi sono sempre gli stessi, anzi, le notizie degli ultimi giorni sembrano rappresentare la situazione in modo ancora più allarmante: risate post-sismiche, mafia al senato, nuova tangentopoli dilagante, il fiume Lambro e il dio Po invasi dal petrolio… Ma in fondo siamo in una società liquida, forse dovremmo abituarci alla mutevolezza degli umori dei singoli, delle masse, dei partiti, delle istituzioni… Tutto sembra scorrere nell’indifferenza dei nostri occhi anestetizzati. E il popolo viola sembra una debole voce, qualche appassionato getto di acqua limpida, in questa fiumana inquinata e dilagante. Dopo tutto Oliviero Beha dal palco ha ricordato che, secondo uno studio di De Mauro, oggi solo il 29 % degli Italiani è in grado di usare e comprendere la lingua in modo decente, quindi parlare o peggio ancora scrivere, non intacca minimamente gli equilibri. E Andrea Rivera, con la sua sferzante ironia, svela che i Casalesi vogliono eliminare Saviano perché non hanno ancora letto Federico Moccia. Forse a questo punto non conviene diventare anche noi parte della massa bituminosa? Come dice I. Calvino “accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”? Oppure crediamo ancora che ci sia congeniale la via più difficile, quella che «esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»?